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Dino

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IL VINO ERA OTTIMO

Editoriale di Marco Travaglio

04 giugno 2026

Ricapitoliamo. Il 9 gennaio, dopo un mese scarso di “indagini”, la Procura generale di Milano invia a Nordio un parere di 23 righe favorevole alla grazia per la Minetti, condannata a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Il 18 febbraio, in gran segreto, Mattarella firma la grazia. L’11 aprile esce la notizia su Rai3 e sul Fatto. Che indaga e smentisce punto per punto il parere del Pg. Non è vero che Minetti ha cambiato vita (“seria e concreta volontà di riscatto sociale”, “radicale presa di distanza dal passato deviante” da cui è “oggi impermeabile”): vari testimoni raccontano festini con escort a Ibiza e Punta del Este chez Cipriani, suo compagno, amico di Weinstein e di Epstein. Non è vero che il figlio adottivo sia stato abbandonato dai genitori né che fosse operabile solo a Boston (rendendo indispensabile il passaporto e dunque la grazia alla Minetti): il S. Raffaele e l’ospedale di Padova smentiscono di aver trattato il caso e confermano che avrebbero potuto seguirlo, come altri 7 centri italiani. Il Colle si spaventa e chiede nuove indagini alla Procura generale, che le affida allo stesso Pg che ha firmato il parere. Praticamente si chiede all’oste se il vino è buono. E ieri l’oste ha risposto: il vino è ottimo.

In una nota che si stenta a credere sia opera di un magistrato, il Pg scrive che i fatti svelati dal Fatto “non corrispondono al vero” o “non contrastano col quadro probatorio”. Quali? Quelli che non c’entrano nulla col parere sulla grazia e quelli che il Fatto non ha mai scritto. Minetti e Cipriani non hanno “pendenze giudiziarie o indagini”: e chi l’ha scritto? “Non emergono irregolarità nell’adozione” del bambino e l’avvocata bruciata viva difendeva i genitori, non il minore: e che c’entra con la grazia? “È confermato il grave quadro sanitario del minore in cura a Boston”: e chi lo nega? Ciò che è smentito è che non fosse curabile in Italia. E poi Minetti faceva “volontariato”: e questo basta per graziarla? Ma il meglio arriva su Graciela, massaggiatrice in casa Cipriani, che racconta “feste di droga e sesso” e molestie: fornisce dettagli, chiede di svelare “altri fatti ai magistrati”. Ma questi non la sentono perché sarebbe “smentita da numerose dichiarazioni assunte in sede di indagini difensive” (gli avvocati di Minetti e Cipriani hanno trovato dei testimoni a favore dei loro clienti: ma va?) e da misteriose “persone informate sui fatti”. Quindi, al posto della testimone oculare, si interroga chi la smentisce per conto di Minetti e Cipriani. E chissenefrega se non c’è più nulla di vero nelle 23 righe del parere del Pg. In sintesi: Minetti e Cipriani prendono in giro il Pg, che ci casca e ci fa cascare Nordio e Mattarella. E ora, per non ammettere di essere stati presi in giro, si tenta di prendere in giro l’intero popolo italiano.

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LETTERA ALLA PROCURATRICE

Editoriale di Marco Travaglio

05 giugno 2026

Egregia procuratrice generale Francesca Nanni, lei è liberissima di credere a Santa Nicole Minetti, di passare un colpo di spugna sulle sue condanne per reati gravissimi senza che abbia scontato un minuto di pena; di cancellare le pesanti accuse lanciate da una testimone oculare senza neppure ascoltarla, anzi facendola “smentire” dai testimoni della difesa, cioè affidando alla Minetti le indagini sulla Minetti; di rinunciare alla rogatoria in Uruguay perché si tratta di un procedimento amministrativo e poi di prendere per oro colato le “indagini difensive” della coppia (quindi nei procedimenti amministrativi indaga solo la difesa?), anche se basta googlare i nomi giusti o andare a Ibiza e Punta del Este e tendere l’orecchio per conoscere la verità. Tutto questo lei lo può fare perché è nel suo potere insindacabile (nel procedimento amministrativo non esistono gradi di giudizio ed è lei a giudicare se stessa). Ciò che lei non può fare, perché non è nei suoi poteri, è infangare e diffamare con accuse di falso il lavoro giornalistico di un quotidiano, il Fatto che ho l’onore di dirigere, in un comunicato che non ammette contraddittorio, ma permette alla peggior feccia di darci dei falsari come se l’avesse accertato una sentenza definitiva (la famosa presunzione d’innocenza). Dopo i nostri scoop, delle 23 righe del suo parere pro grazia non resta in piedi una virgola sui due punti- cardine: la nuova vita di Santa Nicole (ha continuato quella di prima) e l’esigenza di evitare i servizi sociali per far curare il bimbo negli Usa (poteva farlo in 9 ospedali italiani).

Abbiamo intervistato Graciela, ex massaggiatrice di casa Cipriani, riportando fedelmente ciò che ci ha detto e ha poi ripetuto, terrorizzata dalle possibili conseguenze, a una tv uruguayana, sui festini nel ranch di Cipriani con escort d’importazione selezionate dalla Minetti. In tv ha aggiunto di avere altre cose da riferire per non passare da “complice” di ciò che ha visto e subìto, ma che l’avrebbe fatto solo “alla Procura italiana che presumibilmente mi convocherà”. Cioè a lei, dottoressa Nanni, che invece ha scelto di non ascoltarla. Se l’avesse fatto, avrebbe potuto sapere le “altre cose” e sottoporle alle doverose verifiche. Magari sentire le due ex colleghe che le hanno scritto lodandone il “coraggio” (quindi escludono che stia mentendo). O trovare altri testimoni che i nostri cronisti sul campo continuano a incontrare registrando sempre nuove conferme su quei festini che presto il Fatto racconterà e che la Procura generale ha omesso di cercare, esponendo la Presidenza della Repubblica a nuove figuracce involontarie. Le auguro di lavorare un giorno con la passione, lo scrupolo e il culto della verità che contraddistingue i giornalisti del Fatto. Intanto attendo le sue scuse.

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LA FIGLIA DI MUBARAK

Editoriale di Marco Travaglio

06 giugno 2026

Ècommovente il trasporto con cui camerieri, trombettieri e corazzieri si son rimessi sull’attenti al segnale convenuto: è bastato un cenno di Mattarella perché una battuta irresistibilmente comica di per sé – “grazia a Nicole Minetti” – diventasse un serissimo dogma di fede. Sulle gazzette più credulone e quindi più vendute (in tutti i sensi) si leggono peana all’igienista dentale pregiudicata, al suo “sollievo” per lo scampato pericolo (che la legge sia uguale per tutti) e alla simpatica intenzione del compagno Cipriani di “far chiudere il Fatto” con una causa da 250 milioni. Come se la grazia significasse che non ha mai organizzato e animato i bunga-bunga di B. fra colleghe maggiorenni e minorenni, non è mai stata condannata per favoreggiamento della prostituzione e peculato. L’opinione pubblica – cioè i cittadini informati e dunque “apoti” – ha capito benissimo cos’è successo, con la Procura generale che non fa le indagini, non interroga i testimoni che la smentiscono ma solo quelli che li smentiscono, e il capo dello Stato che la ringrazia per aver “disposto accurate verifiche in ogni direzione” (la direzione Minetti). Ma il blocco di poteri fra Colle, governo, Pg e media vive nell’iperuranio e s’illude che tutti questi potenti che si danno ragione da soli e vicenda abbiano convinto i 15 milioni di italiani che al referendum han difeso il principio costituzionale di eguaglianza. E non avverte il senso di schifo che sale dalla società per l’ennesimo remake del Marchese del Grillo: “Io so’ io e voi nun siete un c***o”.

Siccome la storia ha le sue perfide ironie, tutto avviene nel 15° anniversario del punto più basso toccato dal Parlamento italiano, anzi da uno qualsiasi da quando esistono i parlamenti. Era il 4 aprile 2011, vigilia del processo Ruby, quando la Camera trascinò dinanzi alla Consulta la Procura di Milano (nulla da spartire con l’attuale Procura generale) che osava processare il premier B. per prostituzione minorile sui bunga- bunga di Arcore e per concussione sulle telefonate minatorie di un anno prima alla Questura per far rilasciare Ruby nelle mani della Minetti e della escort brasiliana Michelle Conceicao. La mozione affermava che B. agì nell’esercizio delle funzioni di premier perché fermamente convinto che Ruby, minorenne marocchina senza fissa dimora, fosse un’egiziana, nientemeno che la nipote di Mubarak e il suo arresto per furto minacciasse i rapporti diplomatici fra Italia ed Egitto. L’aula approvò con 314 Sì (Pdl, Lega e centristi) e 302 No (Pd, Idv, Udc e Fli), seguita a stretto giro dal Senato (151 Sì, 129 No). Fra i Sì c’erano La Russa, Meloni e ben 19 membri dell’attuale governo su 64: quasi uno su tre. Oggi B. non c’è più. E neppure Mubarak, però scopriamo che aveva anche una figlia.

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NON HAI VINTO, RITENTA

Editoriale di Marco Travaglio

07 giugno 2026

Eniente, ai nostri giuristi per caso non ne va bene una. Avevano finalmente scoperto due magistrati da adorare: la Pg milanese Nanni che s’è data ragione da sola perché Mattarella potesse darsi ragione da solo sulla grazia alla Minetti; e la gip fiorentina Martucci che ha archiviato l’inchiesta su B. (morto) e Dell’Utri (vivo) sulle stragi del 1993-94. “Magistrate da urlo”, le incensava il Foglio in orgasmo. Poi ieri il Fatto ha intervistato i tassisti che portavano le prostitute dal bordello di Punta del Este a casa Cipriani. E proprio a una festa del Foglio, a un’ora pericolosamente tarda del pomeriggio, Carletto Nordio ha detto che il caso Minetti non è chiuso: “Forse ci sarà qualche piccolo seguito di istruttoria” (corre voce che certuni stiano tentando di far ritrattare Graciela, la testimone che sperava di essere sentita dai magistrati italiani, povera illusa; ma cascano male: tutto quello che ci ha detto è registrato). In più la reazione dell’opinione pubblica alla ri-grazia è un po’ diversa da quella sognata dal Quirinale e dai suoi corazzieri. Meglio che Mattarella tenga pronte almeno altre 250mila grazie per i detenuti in carcere (62mila), i condannati che scontano la pena fuori dal carcere (100mila) e che attendono lo stesso trattamento (100mila). A occhio, meritano tutti la grazia un po’ più della Minetti.

Poi c’è l’archiviazione di Dell’Utri sulle stragi. Purtroppo è l’esatto opposto di come i trombettieri del Berluswashing se l’erano immaginata senza conoscerla: gli olgettini a mezzo stampa vedevano il crollo di “30 anni di teoremi”; Marina, figlia d’arte, delirava sulla fine di “campagne di delegittimazione” e di “montagne di carta straccia in tribunale e in certi giornali” e sull’“emergenza di riformare la giustizia” che si ostina a indagare sulle stragi; e la Meloni si congratulava con lei per le “ombre spazzate via dopo 30 anni di sospetti infamanti”. Mai commentare senza leggere: la gip “da urlo” scrive che “si configura un quadro indiziario significativo sulla posizione di Dell’ Utri”, anche se insufficiente, e si indaga su persone a giorno di “notizie estremamente riservate su Berlusconi mai veicolate alla magistratura”. Calamucci, hacker di Equalize, parla intercettato di una “vera prova di colpevolezza di Berlusconi di come ha preso i soldi dalla mafia” a proposito della nota di un ex Ros su un amico di Mangano che gli avrebbe portato dei soldi. Spiace per Marina: per il cestino della carta straccia c’è tempo.

Ps. Ieri Sallusti, con grave sprezzo del ridicolo, titolava su Libero “Travaglio senza vergogna”. Intanto il suo spirito guida Palamara veniva condannato a pagare 23mila euro all’ex Pg Salvi per averlo diffamato nel libro scritto da lui (Sallusti). E pazienza, dài, è andata così.

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MA MI FACCIA IL PIACERE

Editoriale di Marco Travaglio

08 giugno 2026

Autoritratto. “Avevamo ragione: siamo tutti pu***ne” (Giuliano Ferrara, Foglio, 4.6). Tu di sicuro, ma parla per te.

L’arma segreta. “Caro Mattarella, se anche noi come Israele avessimo avuto ai confini dei terroristi come Hezbollah avremmo usato la stessa forza ‘indebita’” (Giuliano Ferrara, Foglio, 3.6). Gli sganciavamo direttamente Ferrara ed era fatta.

Merlo-bunga. “Io la grazia a Minetti l’avrei concessa perché libera anche il Paese dal bunga- bunga come destino e perché, come abbiamo visto, era più facile lapidarla che liberarla” (Francesco Merlo, Repubblica, 5.6). Dài che un buono gratuito per la prossima cena elegante dovresti essertelo guadagnato.

Mercenario. “Travaglio Marco, senza un Montanelli o un sacro Biagi a fare da semafori (vite lampeggianti, spese tra bordelli reali prima, imperiali dopo), ancora negherebbe di sapere da quale punto della patta gli emerga il pistolino” (Andrea Marcenaro, Foglio, 5.6). Questo è talmente pirla che, ogni volta che pensa di insultarti, ti erige un monumento.

Da assassino a olgettino. “Quanto agli impresari, le prime pagine con la biancheria di Minetti hanno fatto la loro parte. I risarcimenti, si vedrà: si chiamerà il popolo dei giusti a sottoscrivere” (Adriano Sofri, Foglio, 5.6). Parla quello che ha dovuto risarcire la vedova e gli orfani del commissario Calabresi che aveva fatto trucidare.

L’estraneo. “Speriamo che Travaglio denunci davvero la procura. Intanto, popcorn!” (rag. Claudio Cerasa, Foglio, 6.6). Giustamente, tanto lui col giornalismo che c’entra.

Ha capito tutto. “I fatti sono noti: il Fatto ha costruito un’inchiesta sulla base di testimonianze anonime” (Stefano Cappellini, Repubblica, 5.6). I famosi anonimi che poi devono ritrattare.

Remigrazione. “L’uscita di Pina Picierno dal Pd è una storia drammatica, una donna che è cresciuta tantissimo in tutti questi anni e constata – penso con molto dispiacere – che il Pd non serve più a fare le battaglie importanti nell’età delle guerre e dell’Europa aggredita” (Jacopo Iacoboni della Stampa, X, 4.6). Tre giorni di lutto nazionale, ma come minimo.

Autoironia. “Le primarie aperte a tutti mi fanno ridere. Non è una visione: o si è tutti d’accordo su un Papa straniero, o a guidare tocca al leader del partito più grande” (Romano Prodi, 4.6). Sono talmente ridicole che non può averle inventate che lui.

Contestualizzare Hitler. “Fact checking. La ‘svastica’ nella scuola ucraina è un simbolo solare tradizionale, presente anche nella cultura russa. Durante un flashmob gli studenti hanno composto una svarga, antico simbolo del fuoco nel ricamo popolare ucraino. L’immagine diffusa dai canali filorussi è stata ribaltata e privata del contesto” (David Puente, Open, 2.6). Se è ucraina, la svastica è solare.

Er Tacito dei Parioli. “Sfida sulle statue degli imperatori. La Russa: ‘È il busto di Augusto’. Calenda: ‘Non sa che dice, è Tito’. Il prof. Carandini: ‘Non è Tito, aveva i capelli e questo è calvo. Non rappresenta alcun imperatore romano. Organizzo un corso per entrambi’” (Corriere della sera, 2.6). Sull’arte romana Calenda è persino più attendibile che sull’Ucraina.

Libertà condizionale. “Ma tu cosa avresti fatto se a tua moglie incinta avrebbero tagliato…” (Elisabetta Fiorito di Sky, X, 31.5). Mah, non sapressi, però ora ci pensabbi.

Agenzia Stica**i. “Silvia Salis e il bagno di folla in Puglia tra pasticciotti, pesce crudo e politica” (Corriere.it, 1.6). E poi dicono che non c’è più il giornalismo d’inchiesta.

Slurp/1. “Sempre diverso ma uguale a se stesso: Carlo Calenda, il Picasso della politica” (David Allegranti, Dubbio, 4.6). Uahahahah.

Slurp/2. “Mattarella faro degli italiani piace anche a chi vota a destra” (Repubblica, 1.6). Duce, tu sei la luce.

Slurp/3. “Silvia Salis, fresca e di ambizione scatenata, di spaventosa determinazione, furba di tre cotte, 40 anni portati magnificamente, bionda e brillante, spregiudicata e competitiva… In questa situazione – un casino, no? – sono tre le personalità che possono provare a mettere, per rango, mestiere e astuzia, un po’ d’ordine: Franceschini, Renzi e Bettini” (Fabrizio Roncone, Corriere della sera, 31.5). Come leccarne quattro con una lingua sola.

I droni sbagliati. “Quei droni nel cielo sopra i Baltici. La vita tra bunker e pattugliamenti. Lettonia, Estonia, Lituania si stanno attrezzando contro l’uso di velivoli senza pilota” (Domani, 7.6). Che, fra l’altro, erano tutti ucraini.

I droni buoni. “Drone ucraino esplode in un porto romeno” (Corriere della sera, 6.6). Stavolta che si fa: si dichiara guerra o si ringrazia?

Ball fiction/1. “Prodi e il gelo su Elly: ‘Ce l’avessimo noi una come Meloni’” (Libero, 7.6). Frase mai pronunciata da Prodi.

Ball fiction/2. “Papa Leone XIV: ‘Putin fermi le violenze in Ucraina’” (Stampa, 7.6). Frase mai pronunciata da Leone XIV.

Il titolo della settimana/1. “Il Colle striglia il Fatto e spiega alla sinistra come funziona la grazia” (Libero, 5.6). Come nella Fattoria degli animali di Orwell.

Il titolo della settimana/2. “Minetti, Mattarella al contrattacco: ‘Sì alla grazia, nessuna segretezza’” (Domani, 5.6). L’ha tenuta segreta, ma con la massima pubblicità.

Il titolo della settimana/3. “Zelensky a Putin: ‘Incontriamoci per finire la guerra’” (manifesto, 5.6). Mi sa che è diventato pure lui putiniano.

Il titolo della settimana/4. “Mafia, archiviati Berlusconi e Dell’Utri. Marina: ‘Trent’anni di fango’” (Stampa, 5.6). E non hai visto i prossimi.

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SOLA CONTRO TUTTI

Editoriale di Marco Travaglio

09 giugno 2026

C’è una donna, in Uruguay, che ha bisogno di aiuto. E lo chiede, lo grida per tre mesi. È Graciela Mabel De Los Santos Torres, 51 anni, massaggiatrice disoccupata. Dice di aver subìto molestie sessuali da Giuseppe Cipriani nel suo ranch “Gin Tonic” a Punta del Este, di aver visto festini per vip con ragazze anche molto giovani, selezionate da Nicole Minetti e portate lì dai bordelli locali e dall’estero. Lo dice come fonte coperta a un giornalista tv uruguayano, ben prima che il 18 febbraio in Italia il presidente Mattarella dia la grazia alla Minetti. Il servizio va in onda il 20: mancano due mesi al 21 aprile, quando la notizia esce sul Fatto e diventa un caso politico. Poi Graciela ripete tutto e rincara la dose in un’ora e mezza di telefonate, 766 messaggi in chat e decine di foto scambiati con il nostro Thomas MacKinson, che la contatta appena sa della grazia e tiene i contatti con lei per tre settimane, dal 22 aprile all’11 maggio. Graciela gli apre il suo cuore perché non sa più dove aggrapparsi. Non si fida delle autorità locali, siano esse magistratura o polizia. Inutile denunciare: dice di aver visto troppi Vip in quei festini e troppi poliziotti che arrotondano come guardie private al Gin Tonic. Ha pure un ex-marito agente. E sa che nel suo Paese la vita umana vale meno di due spiccioli.

Ma l’Italia è un’altra cosa: legge che il presidente della Repubblica e la magistratura di Milano vogliono la verità e le si accende una speranza. Ai giudici italiani dirà tutto quello che sa, e solo a loro, purché la proteggano. Lo dice al Fatto, in forma anonima poi col suo nome nell’intervista dell’11 maggio. Poi si arrabbia con Thomas perché, dopo averlo autorizzato a fare il suo nome, ha cambiato idea, sempre per paura, ma gliel’ha detto troppo tardi, quando il giornale era già in stampa. Ma lo stesso giorno, alle 16.26, l’Ansa batte la notizia: “La Procura generale di Milano valuta interrogatori all’estero sul caso Minetti”. È ciò che Graciela sperava: sarà finalmente sentita in Italia. Infatti rifiuta la protezione della polizia, di cui diffida. E parla subito con Francesco Battistini, l’inviato del Corriere, che il 12 maggio pubblica l’intervista: “Là dentro ho visto di tutto. Ho paura e vivo nascosta. Ma sono pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta milanese sulla grazia”, anche se ancora “nessun investigatore italiano mi ha contattato”. Decide di esporsi ancora, di non perdere la speranza. Infatti il giorno 13 appare di persona, con la sua voce e il volto schermato, nel programma televisivo Sin piedad. Ritratta? Nemmeno per sogno. Ha paura, questo sì, ma conferma molte cose dette al Fatto e al Corriere, mentre le altre non le smentisce: le riferirà “solo alla magistratura italiana quando mi convocherà”.

Ma il 14 maggio, sempre via Ansa, arriva la doccia fredda dal Pg: “Non serve sentire la testimone su Minetti. Non c’è riscontro alle sue parole”. Sin piedad. Per Graciela è la fine: non può più fidarsi neppure del suo ultimo appiglio, i magistrati milanesi. Il terrore tracima. Sui siti di gran parte della stampa italiana c’è spazio solo per le tesi di Minetti e Cipriani, che minacciano cause stratosferiche, mentre lei passa per una che s’è inventata tutto: bugiarda, visionaria, o peggio. Tutti interessati a sentire chi la smentisce (gli amici di Minetti e Cipriani), nessuno ad ascoltare Graciela. La partita è ìmpari: da una parte lei, che non ha i soldi per rinnovare il passaporto o pagarsi il volo per l’Italia; dall’altra un imprenditore miliardario con amici influenti, legami con Epstein e Weinstein, società e sedi in mezzo mondo, che in Uruguay conosce tutti e tutto e investe in alberghi e palazzi.
Il 15 maggio Graciela scompare da casa e stacca il cellulare. Ricompare il 29 nello studio di un notaio, accompagnata da un avvocato, per firmare una dichiarazione giurata in cui, con l’aria di ritrattare tutto, ritratta poco o nulla: conferma la “molestia” precisando di averla subita “sul lavoro” ed esclude che la Minetti “cercasse o reclutasse o assumesse o inducesse o invitasse prostitute” al “Gin Tonic” (ma questo non l’aveva detto neppure nelle interviste, dove invece raccontava che la Minetti le sceglieva all’arrivo, le vestiva e le truccava dopo che altri le avevano ingaggiate). Restano in piedi tutti i suoi racconti sui festini di sesso e droga nei due programmi tv e sui due quotidiani italiani e i suoi colloqui con i quattro giornalisti da febbraio a maggio, sempre lineari e coerenti, confermati da due ex colleghe che la lodavano per il “coraggio” e da tre autisti che portavano le prostitute al “Gin Tonic” e l’hanno raccontato al Fatto (ma senza nomi: “Non voglio finire bruciato o in un fosso…”). Nessun “travisamento” e nessuna smentita sul nocciolo della questione: le feste con prostitute in casa di chi ha avuto la grazia perché avrebbe “cambiato vita”. Nella foga di dar torto al Fatto (il Corriere è già dimenticato), tutti hanno commentato la “ritrattazione” prima di leggerla. Perché era ciò che tutti si aspettavano da Graciela. Così la faccia di Minetti e Cipriani, e dunque dei Pg, di Nordio e di Mattarella era salva. Quella di Graciela un po’ meno, anche se ora che pareva rimangiarsi tutto diventava attendibilissima. Però non l’ha fatto. Si è tenuta in equilibrio, per non doversi guardare le spalle per tutto il resto dei suoi giorni. Ma, anche nella dichiarazione giurata, ha avuto molto più coraggio delle nostre istituzioni. A noi resta il rammarico di averla illusa che in Italia si cercasse la verità. Se fosse stata un’italiana, a denunciare molestie e festini di sesso e droga, schiere di politici, giornalisti e femministe strillerebbero che “la donna ha sempre ragione” a prescindere. Invece Graciela, massaggiatrice disoccupata uruguayana, aveva torto a prescindere. E non ha potuto neppure guardare negli occhi un magistrato. Forse perché il magistrato avrebbe faticato parecchio a reggere il suo sguardo.

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