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Dino

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RIFORMISTI E RIFORMATI

Editoriale di Marco Travaglio

11 gennaio 2026

Tra decine di frasi inaccettabili e omissioni indecenti, l’altroieri la Meloni ha detto due sole cose condivisibili: è ora che l’Europa parli con Putin (meglio tardi che mai, dopo quattro anni e centinaia di migliaia di morti e dopo aver deriso i 5Stelle che glielo chiedevano dal 2022: “Lo convincete voi col Reddito di cittadinanza?”); e l’Italia non invierà neppure un soldato a Kiev. Indovinate su cosa polemizzano quelli che i giornaloni chiamano “riformisti dem”, cioè la destra renziana e bellicista del Pd? Su quelle due cose. Dalla Quartapelle a Sensi, è tutto un invocare l’ingresso dell’Italia nei “volenterosi” e l’invio di truppe in Ucraina, ovviamente “di pace” (ci mancherebbe). È l’ennesimo ossimoro, dopo la “pace giusta” di chi vuole allungare la guerra in eterno, la “leva volontaria” di Merz, Macron e Crosetto, le “armi civili” per salvare la faccia a Salvini, i “volenterosi” per non chiamarli guerrafondai, il Rearm Eu da 800 miliardi ribattezzato Prontezza 2030 e Preservare la pace. Ora, lo sanno anche i bambini che Putin non ha invaso l’Ucraina per prendersela tutta con un regime change (cioè per fare come gli Usa prima a Kiev nel 2004 con la “rivoluzione arancione” e nel 2014 con “Euromaidan” contro il presidente due volte eletto Yanukovich, poi in Venezuela con Maduro e ora in Iran) e occupare l’intera Europa: ma per non ritrovarsi la Nato, con le sue truppe e testate nucleari, lungo un confine di 1600 km.

Quindi annunciare ora, in pieno negoziato, lo schieramento di soldati di Francia e Regno Unito (paesi Nato e potenze nucleari) e insistere per aggiungervi quelli Usa significa annientare per sempre qualunque trattativa. Per giunta, con un’altra contraddizione logica: si dice che i soldati verranno inviati solo dopo la pace; ma il solo dirlo rende impossibile la pace. Infatti Mosca ha già avvisato che le truppe di paesi Nato saranno “obiettivi militari legittimi”. E non ci vorrebbe molto a spazzarle via, visto che Macron e Starmer (ove mai durassero qualche altro mese) parlano di circa 6mila uomini per ciascuno: 12mila soldati che dovrebbero spaventare l’esercito russo, con 1,5 milioni di effettivi e 6mila testate nucleari, per tacere del resto (forse quei soldati sarebbero più utili in Groenlandia e in Guyana francese, confinante col Venezuela, per difenderle dall’“alleato” Trump). Figurarsi se ci aggiungessimo 2-3 mila italiani: una barzelletta. Però non bisogna sottovalutare la vocazione suicida dei “riformisti” Pd (per mancanza di riforme): anziché incunearsi nella faglia aperta a destra da Salvini sulla politica estera, non vedono l’ora di presentarsi agli elettori come il partito più guerrafondaio d’Italia. Del resto, il problema di perdere voti se lo pone soltanto chi ne ha almeno uno.

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MA MI FACCIA IL PIACERE

Editoriale di Marco Travaglio

12 gennaio 2026

Lui è peggio me. “Tajani presto in Groenlandia” (Foglio, 7.1). Per rendere più accettabile lo sbarco di Trump.

Chi può e chi non può. “Non tutte le violazioni del diritto internazionale sono uguali “ (rag. Claudio Cerasa, Foglio, 8.1). Ma infatti. A me, per esempio, piacciono un sacco quelle di Kim Jong-un.

Trova l’intruso. “Trump va criticato perché prende in giro l’Europa, non perché mette nel mirino l’Iran… o perché caccia un dittatore. E chi scopre solo ora il diritto internazionale dovrebbe ricordare che Maduro, come gli ayatollah, ha letteralmente disintegrato il diritto interno e internazionale in questi anni” (Matteo Renzi, leader Iv, X, 7.1). Alla lista manca solo un dittatore che ha disintegrato il diritto interno e internazionale: quello che lo paga.

Coerenzi. “Ho girato la boa dei 51 anni ma voglio rimanere curioso e appassionato come quando ero bambino. Alla fine mi sembra proprio che lo sguardo sia rimasto quello lì, no? E gli occhi non ingannano, si capisce molto dagli occhi” (Renzi, X, 11.1). Gli stessi occhi di “Enrico stai sereno” e del ritiro perpetuo dalla politica.

L’incubo americano. “Il Tycoon ha bombardato il sogno americano” (Nadia Urbinati, Domani, 6.1). Ma esattamente quale dei tanti sogni? Vietnam, Cile, Cuba, Panama, Nicaragua, Iran, Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia o Ucraina?

80 anni e non sentirli. “Ha inizio l’era dell’Occidente senza morale” (Antonio Scurati, Repubblica, 10.1). Per uno spiacevole disguido, abbiamo pubblicato un articolo scritto nel 1946. Ce ne scusiamo con l’autore e con i lettori.

Se mio nonno avesse le ruote. “Governo scettico su Kyiv nell’Ue: se dopo Zelensky vincono i filorussi?” (Foglio, 8.1). Che domande: organizziamo il terzo golpe in 22 anni.

Subappalti. “Maria Corina Machado: ‘Pronta a cedere il Nobel a Donald. Ha ridato la libertà al mio Paese’” (Stampa, 7.1). Questa crede che il Nobel sia il Telegatto o il Tapiro d’oro.

Import-export. “Perché l’Ue, sul Venezuela, ha una chance per chiedere diritti di prelievo sui minerali estratti sotto l’egida americana” (Foglio, 6.1). Fico: anche noi possiamo rapinare un po’ di petrolio in cambio di democrazia.

Chi spia chi. “Da anni sono il politico più spiato illegalmente. Non sono preoccupato per me ma per i cittadini, sì alla commissione d’inchiesta” (Renzi, X, 10.1). Ecco che ci faceva lo spione Marco Mancini con lui quel giorno all’autogrill di Fiano Romano: lo spiava.

Gli esperti. “Trump si ispira al manuale di Putin” (Federico Fubini, Corriere della sera, 6.1). “Trump è un pregiudicato filoputiniano”, “Trump è un utile idiota e Putin è il maestro”, “Trump si comporta come il maggiordomo di Putin, che è più forte di lui e lui lo adora, è innamorato di Putin” (Alan Friedman, 21.1, 18.3 e 17.8.25). “Trump ha dimostrato quello che già sapevamo: è Putin che comanda”, “Trump, oltre ad essere un asset di Putin, ha lo stesso obiettivo strategico di Putin” (Carlo Calenda, leader Azione, 18.3 e 29.12.25). “Il burattino Trump nelle mani di Putin e Netanyahu” (MicroMega, 12.9). E questi sono gli esperti. Poi ci sono gli inesperti.

I più bei nomi. “Un Sì convinto al referendum da sinistra. Parla Enzo Bianco” (Foglio, 8.1). Vogliono proprio far vincere il No.

Antonio Di Dietro. “Di Pietro: ‘Da indagato anch’io ho temuto il connubio tra giudici e pm’” (Verità, 5.1). Solo che i giudici l’hanno sempre prosciolto.

La questione molare. “Bettino Craxi e il Psi sono stati sepolti per immoralità” (Mattia Feltri, Stampa, 8.1). No, perché rubavano.

L’alibi di ferro. “Signorini ai pm: nessun sistema, non sono mai stato potente” (Repubblica, 8.1). Ora punta sull’impotenza.

Lo smemorato di Cologno. “Tremonti: ‘Non c’è niente da meravigliarsi. Già la Francia violò il diritto in Libia’” (Stampa, 6.1). Ma tipo quando bombardò la Libia col governo B. di cui era ministro Tremonti?

Tre gocce d’acqua. “Attacco al Giornale, fondato da Indro Montanelli che fu gambizzato per le sue idee, guidato per anni da Alessandro Sallusti che per la libertà di espressione fu arrestato in redazione…” (Tommaso Cerno, Giornale, 6.1). Montanelli, Sallusti e Cerno: certo, come no.

Il titolo della settimana/1. “Il piano di Trump per prendere la Groenlandia: protezione in cambio di risorse” (Messaggero, 7.1). La protegge da Trump.

Il titolo della settimana/2. “Perché contro Putin non basta la democrazia” (Bernard-Henri Lévy, Stampa, 4.1). Bravo: arruòlati.

Il titolo della settimana/3. “L’Ucraina protesta con il Maggio Musicale Fiorentino e la sindaca Sara Funaro: salta lo spettacolo di Zacharova, la ballerina filo-Putin” (Corriere Fiorentino, 9.1). Con quel cognome, pretende pure di danzare.

Il titolo della settimana/4. “Commissione sulle fake news: l’idea Renzi per presiederla” (Giornale, 11.1). Giusto: per moltiplicarle.

Il titolo della settimana/5. “Draghi inviato Ue a Kiev, l’idea che tenta il governo italiano” (Giornale, 11.1). Ma per chiedere la pace o il condizionatore d’aria acceso?

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MARCIARE NON MARCIRE

Editoriale di Marco Travaglio

13 gennaio 2026

Con tutti i guai che abbiamo, ci tocca pure sopportare il ronzio dei noti mitomani che passano il tempo a chiederci perché non prendiamo le distanze da gente che non conosciamo manco di striscio e non scendiamo in piazza contro regimi distanti migliaia di km che non sanno neppure che esistiamo. La tentazione è rispondere: senti, mitomane, prendile tu le distanze perché io non sono vicino a nessun tiranno; e vacci tu in piazza contro chi ti pare, ma lasciami in pace perché ho da fare. Però sarebbe inutile, perché quelli continuerebbero a rompere ricordando i cortei contro Israele per lo sterminio a Gaza. Si potrebbe rispondere che Israele è una democrazia nostra alleata, quindi chi manifesta non vuole far cambiare idea al governo Netanyahu, ma al governo italiano perché condanni e sanzioni l’amico sterminatore: degli italiani che protestano Netanyahu se ne frega perché prende i voti in Israele; la Meloni no perché prende i voti in Italia. Ma sarebbe fatica sprecata, perché quelli continuerebbero a reclamare cortei contro Hamas per dire che il terrorismo è una cosa brutta e non sta bene uccidere i civili (come se questa fosse un’esclusiva di gruppi terroristici e autocrazie, senz’alcuna concorrenza delle “democrazie”).

Ora, dopo averci sbomballato i cotiledoni con Hamas, ce la menano col Venezuela e l’Iran: perché non prendete le distanze da Maduro e Khamenei? Non essendo noi vicini a nessuno dei due, le distanze dovrebbe prenderle eventualmente soreta. Ma anche questa risposta sarebbe inutile, perché proprio non capiscono. Anzi, credono che se Filippo Sensi organizza un sit-in pro rivolta iraniana con le decisive adesioni di +Europa, Iv e Partito Liberaldemocratico (qualunque cosa sia) e ci vanno 30 persone, è perché gli altri 60 milioni di italiani sono fan sfegatati degli ayatollah. Non li sfiora l’idea che nel mondo, su 195 governi, 69 sono autoritari e altri 36 semi-autoritari, e 24 ore al giorno non bastano per pensare a tutti: uno fa già fatica a ricordarseli uno per uno. Dispiace, certo. Siamo solidali, ci mancherebbe. Ma non possiamo farci nulla, se non augurare a quei popoli di riuscire un giorno a liberarsene. Ed è meglio così, perché quando noi “buoni” proviamo a rovesciare manu militari un regime (non tutti: quelli che non fanno affari con noi), violando il diritto internazionale che gli predichiamo, o lo rafforziamo o lo rimpiazziamo con uno peggiore. Del resto non s’è mai visto cadere un tiranno asiatico o africano o sudamericano perché in Italia c’era gente in piazza. Però chi vuole insistere è liberissimo di farlo: anziché chiedere agli altri perché non marciano, si faccia una marcetta tutta sua. Magari sul pianerottolo o sul balcone di casa: così lo riempie.

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NORDIO, SEI TUTTI NOI

Editoriale di Marco Travaglio

15 gennaio 2025

Dio e Bacco ci conservino Nordio in buona salute, perché la campagna del No ha tanto bisogno di lui. Ogni volta che apre bocca, migliaia di elettori del Sì cambiano idea. Ora per fortuna ha pure scritto un libro e va in giro a presentarlo, quindi straparla anche più di prima. Ieri ha dichiarato che la sua schiforma “interviene perché il Csm non caccia i magistrati inadeguati”. Stava quasi per ca**iare il ministro titolare dell’azione disciplinare che dovrebbe scovarli col suo Ispettorato e invece li lascia impuniti. Ma una badante pietosa deve avergli ricordato che il ministro è lui. Il Csm, fra il 2023 e il 2025, ha emesso 194 sentenze disciplinari: 80 di condanna (41%), 91 di assoluzione (47%), 23 di archiviazione (12%). Una media di condanne altissima, mai vista in altre categorie professionali (gli avvocati ne hanno un quinto) né tra le toghe degli altri paesi Ue. Nell’ultimo decennio è stato punito in media lo 0,5% dei magistrati l’anno, contro lo 0,2 della Spagna lo 0,2 e lo 0,1 della Francia. E non grazie a Nordio, che l’azione disciplinare contro il presunto esercito di “inadeguati” non la esercita quasi mai; ma al Pg della Cassazione. Iuei 194 procedimenti definiti dall’attuale Csm sono partiti per il 67% dal Pg e solo per il 33% da Nordio. Si dirà: ma il 47% degli incolpati il Csm li ha assolti. Sì, ma solo in primo grado. Contro le assoluzioni che ritengono ingiuste, il ministro e il Pg devono fare appello in Cassazione. Volete ridere? Nordio blatera contro il lassismo del Csm, ma le assoluzioni non le impugna quasi mai. Nel 2023 ne ha appellata una sola (il Pg invece 15), nel 2024 due (il Pg 22) e nel 2025 altre due (il Pg 20). Quindi, per Nordio, erano ingiuste solo 5 assoluzioni: per il Pg, 57. Cioè il Pg – magistrato requirente – è cinque volte più severo coi suoi colleghi rispetto al ministro che strilla contro gli “inadeguati” salvati dal Csm mentre li salva lui. Genio.

E non è mica finita. Sempre più generoso con le ragioni del No, il Guardagingilli annuncia che, se vincerà il Sì, lui avrà mano libera per radere al suolo quel poco di giustizia penale che gli è sopravvissuto. Comincerà smantellando il trojan, che purtroppo svela tanti delitti, caso Palamara incluso. Quindi è “una barbarie”. Ma solo per la corruzione e gli altri reati dei colletti bianchi. Infatti è stato “il delirio moralistico di un Parlamento semi-giacobino” a estendere l’uso del trojan alle tangenti: “con il risultato che oggi, se un pm ravvisa l’ipotesi anche di una modestissima mazzetta, può usare questo meccanismo diabolico”. Resta da capire a quanto ammonti, nel personale Tangentometro di Nordio, una “modestissima mazzetta”. Ma questa dev’essere la prossima riforma: la modica quantità di mazzette consentita per uso personale.

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I COLPEVOLI INNOCENTI

Editoriale di Marco Travaglio

16 gennaio 2026

Il proscioglimento di Chiara Ferragni per la truffa dei Pandoro conferma che non c’è bisogno di separare le carriere per trovare dei giudici che contraddicono i pm. I pm la accusavano di truffa aggravata, perseguibile d’ufficio; il giudice ha declassato il reato a truffa semplice, perseguibile solo a querela delle vittime grazie alla schiforma Cartabia: siccome la Ferragni aveva risarcito le vittime della sua truffa e il Codacons aveva ritirato la querela, è scattata l’“improcedibilità” e il reato si è “estinto”. C’era ed era procedibile quando fu commesso, nel 2022; però il 30 dicembre ’22 il Dl Nordio attuativo della legge delega Cartabia cambiò le regole del gioco a partita in corso. Ma questa sentenza dimostra anche quale “giustizia” ha in mente la Casta che ci sgoverna: un sistema che salva i colpevoli con mille trucchetti, così che possano spacciarsi per innocenti perseguitati. Già abbiamo il patteggiamento all’italiana, che formalmente non comporta confessione né condanna: patteggi mesi o anni di galera (ovviamente finti) col pm che ti accusa, poi puoi impugnare la pena che hai concordato e pure raccontare in giro che sei innocente, ma l’hai fatto per comodità. Poi c’è la prescrizione all’italiana, che parte dal momento del delitto e galoppa fino alla prima sentenza, poi la legge Bonafede la blocca: ma la Cartabia ci ha infilato l’improcedibilità, che estingue il processo se l’appello dura più di due anni e la Cassazione più di uno; così una o due condanne non esistono più e il colpevole può tirarsela da innocente.

Poi c’è la causa di non punibilità della “particolare tenuità del fatto”: è reato, ma ha arrecato poco danno, come l’appalto truccato dal sindaco Pd di Lodi Simone Uggetti, colpevole ma prosciolto. Poi c’è la “messa alla prova”: per i reati puniti fino a 4 anni, il processo è sospeso e il reato estinto se l’indagato ripara al danno e fa attività socialmente utili. Come per le evasioni di John Elkann, che ha restituito al Fisco 175 milioni per fare, anziché l’imputato, il tutor ai ragazzi disagiati. E anche lui può tirarsela da innocente: il mondo è pieno di innocenti che sganciano 175 milioni così per sport. Ma a volte, per estinguere il reato e scansare il processo, basta “riparare il danno”: se ti beccano a rubare, come Fassino al duty free, dici che è stato un equivoco, paghi 500 euro e chi s’è visto s’è visto. Ora Nordio riesuma la modica quantità di tangenti (“mazzette modestissime”) già di moda per minimizzare le bustarelle Fiat e F*******t con relativi falsi in bilancio. Ragion per cui, se vince il Sì al referendum, provvederà a “ridurre, se non abolire, la vergogna delle intercettazioni”. Così finalmente sarà chiaro a tutti cosa intendono i garantisti alle vongole per “giustizia giusta”: la vecchia, laida giustizia di classe.

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TRUFFE D’ASSALTO

Editoriale di Marco Travaglio

17 gennaio 2026

Parlavamo giusto ieri della giustizia di classe costruita pezzo per pezzo dai manigoldi che ci sgovernano quasi ininterrottamente da 30 anni. E ora preparano il colpo di grazia con la schiforma Nordio e le altre che seguiranno a stretto giro. Funziona così: più soldi rubi, più paghi e la fai franca se ti beccano; e il resto te lo tieni. Lo slogan del Comitato del Sì è azzeccatissimo: “Questa volta il giudice sei tu”. Prima delinqui e poi ti assolvi. L’altroieri, per dire, è arrivata la sentenza d’appello sull’ex eurodeputata forzista Lara Comi, condannata in primo grado a 4 anni e 2 mesi per corruzione e due truffe al Parlamento europeo. La condanna è stata ridotta a 1 anno perché è stata assolta dalla corruzione e dalla prima truffa, mentre la seconda è stata confermata, ma con pena ridotta perché la Comi ha rimborsato 500 mila euro all’Ue. Quindi la corruzione non è stata commessa? No, magari: l’accusa si reggeva sulla confessione dell’utilizzatore finale della mazzetta, il ras varesotto di FI, che aveva patteggiato 4 anni e 10 mesi; e sulle chat fra lei e una collaboratrice, acquisite dai pm col consenso di quest’ultima. Essendo semplici documenti, le chat riguardanti parlamentari potevano essere acquisite senz’autorizzazione del Parlamento. Ma questo poi salvò Renzi dalle sue chat sul caso Open, inventandosi che fossero “corrispondenza” immune da indagini, salvo via libera delle Camere (che non arriva mai). E incredibilmente la Consulta si associò. Così la prova, validissima quando fu acquisita, è diventata carta straccia e i giudici hanno dovuto assolvere la Comi. E, già che c’erano, pure la sua fedelissima, che non è parlamentare ma diventa immune per contagio. Pensate come devono sentirsi gli altri 11 imputati che hanno patteggiato, ora che i loro complici sono stati quasi tutti assolti da quasi tutto. Negli Usa i colpevoli patteggiano perché se no li stangano. In Italia patteggiano solo i fessi: basta aspettare e scatta la prescrizione, o l’improcedibilità, o l’inutilizzabilità delle prove. Un tempo “assolto” e “innocente” erano sinonimi: ora sono contrari.

Alla lettura della sentenza, anziché accendere un cero a Santa Casta, la Comi ha pianto e ha parlato: “Non ho mai preso un euro, ho servito il mio Paese e in Cassazione dimostrerò la mia innocenza per quest’ultimo pezzettino”. Cioè per la truffa all’Ue rimasta: quella per cui, essendo innocente e non avendo preso un soldo, ha risarcito mezzo milione. Il Foglio straparla di “altro flop” e “disastro” della Procura che ha “rovinato per anni vite e carriere a persone che fanno politica”, ovviamente “innocenti”. E il Giornale titola, impagabile: “Comi condannata solo per truffa. Non era corruzione. Il sollievo degli azzurri”. Mi sa che rischia l’espulsione.

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INDIETRO, MARSCH!

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18 gennaio 2026

Alla manifestazione per gli iraniani repressi dal regime hanno partecipato Conte, Bonelli, Fratoianni e Schlein, cioè i leader accusati di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime, mentre quelli che li accusavano di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime non hanno partecipato. Comunque mi hanno convinto. Ora ne organizzo una anch’io. Sto già studiando lo slogan. Sarà: “Non si spara per strada sui cittadini disarmati”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con l’Ice di Trump che spara per strada sui cittadini disarmati. Meglio: “Non si arresta chi protesta o fa post sui social”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che ce l’abbia con Usa e Paesi Ue che arrestano chi protesta o fa post sui social e, se dice qualcosa di sgradito, gli chiudono il conto in banca. Meglio: “Sanzioniamo chi uccide migliaia di civili”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Israele per i 70 mila civili sterminati senza sanzioni, mentre Teheran è sanzionato da 46 anni. Meglio: “Non si invadono e non si attaccano gli altri Paesi”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Usa, Nato e Israele, che hanno il record mondiale di Paesi invasi e attaccati, mentre l’Iran è fermo a zero. Meglio: “Rovesciamo la dittatura per sostituirla con la democrazia”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Trump che ha appena rovesciato la dittatura di Maduro per sostituirla con la dittatura della sua vice. Meglio: “Contro i governi illegittimi”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare ce io ce l’abbia con Trump che s’è proclamato presidente ad interim del Venezuela e vuole la Groenlandia “perché mi serve”.

Meglio: “Abbattiamo il regime che impicca la gente sulla forca”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che ce l’abbia con l’Arabia di Bin Salman, che oltre alla forca è usa segare a pezzi i giornalisti, e Renzi potrebbe aversene a male. Meglio: “Contro gli ayatollah che non pagano Renzi”. Anzi no: anche volendo, non potrebbero pagarlo per via della legge Meloni. Meglio: “Dopo Gaza, la Flotilla faccia rotta sull’Iran”. Anzi no: pare che l’Iran non affacci sul Mediterraneo, quindi bisognerebbe passare dal Canale di Suez, circumnavigare la Penisola Arabica e sbucare di lì, o paracadutare e carrucolare direttamente le barche sul Mar Caspio. Meglio: “Abbattiamo il regime che foraggia il terrorismo islamista”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con l’amico Qatar che finanzia Hamas o con la Siria di Al Jolani che, prima di diventare amico, cioè buono, stava in al Qaeda e nell’Isis. Meglio: “Il diritto internazionale vale fino a un certo punto”. Ecco, questo dovrebbe mettere d’accordo tutti. Però lì basta Tajani. Quasi quasi sto a casa.

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MA MI FACCIA IL PIACERE

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19 gennaio 2026

Pressing aeroportuale. “Da Maduro all’Iran, Pd dilaniato su Elly. Il pressing di Fassino” (Giornale, 14.1). Li minaccia con un profumo.

Impronte. “Stefania Craxi: ‘Mio padre ha lasciato un’impronta indelebile’” (Giornale, 18.1). Digitale.

Transennate i seggi. “Renzi lavora a una Margherita 4.0” (Repubblica, 18.1). 4.0 sono gli elettori.

C’è sempre una prima volta. “Il Papa per i 50 anni di Repubblica: ‘Continuate a cercare la verità’” (Repubblica, 14.1). In 50 anni non l’hanno ancora trovata.

Pidino, dunque grillino. “Riciclati, lottizzati e no vax: gli irriducibili della poltrona che manovrano la Privacy. A fare la fortuna del presidente Stanzione… la provenienza dalla Link University, bacino grillino… Più giallo che rosso” (Francesco Bei, Repubblica, 16.1). Quanta fatica per non dire che Stanzione è del Pd. Però dài, a furia di cercare la verità, magari prima o poi la incontrano per caso.

Slurp. “Gualtieri: ‘Ok decisivo’. Il termovalorizzatore più ecologico d’Europa” (Repubblica,17.1). Praticamente un aerosol. Però sbrigatevi a trovarla, ‘sta verità.

Bella domanda. “Mi chiedo se ha ancora un senso scrivere articoli così impegnativi” (Antonio Scurati, Repubblica, 15.1). Ma tipo quali?

Come passa il tempo. “Provo amarezza. Non siamo pronti a ‘morire per Kiev’, come non lo fummo nel ‘39 a morire per Danzica” (Massimo Giannini, Venerdì-Repubblica, 16.1). Complimenti: questi almeno 87 anni se li porta da dio.

L’Intrepido. “Montanelli, un miserabile che stuprava le ragazzine africane minacciandole col fucile” (Andrea Marcenaro, Foglio, 14.1). Naturalmente Montanelli non ha mai stuprato né minacciato nessuno. Ma è encomiabile il coraggio di questo eroico ominicchio che, per calunniarlo, ha atteso 25 anni dalla morte, per essere sicuro che sia proprio morto.

Compagno Beppe. “Milano paradiso dei milionari: ha il più alto tasso al mondo. Lo è un residente ogni 12: la stessa concentrazione di centimilionari di Los Angeles e Parigi” (Sole 24 ore, 16.1). Si vede subito che Sala è un sindaco di sinistra.

Molto terzo, pure troppo. “Catello Maresca, magistrato: ‘Voto Sì, è venuta meno la terzietà’” (Verità, 17.1). Lui, per essere più terzo, si candidò a sindaco di Napoli con le destre.

Quello serio. “Calenda: ‘Sul referendum voteremo Sì ma l’emergenza sono le stazioni’” (Messaggero, 15.1). Giusto: separiamo i Frecciarossa dai Regionali.

Ammazza che volpi. “Mi davano già per condannata, ma i miei follower no” (Chiara Ferragni, 15.1). Giusto: urge separare le carriere dei giudici e dei follower.

L’intellettuale de sinistra. “Ho sempre ammirato Ferragni (ne ho scritto in tempi non sospetti, molto prima delle sue traversie – ricordo una discussione accesa con una filosofa morale)… Ha inventato una professione (influencer), resistito al bacchettonismo morale di donne e uomini, alla protervia di una assistita come la Meloni… che da presidente del Consiglio l’attaccò. Sono felice per lei. Delle sue debolezze non mi importa. Poche donne nel paese più patriarcalista hanno avuto tanto ardire… leggo commenti di un’intolleranza indicibile” (Nadia Urbinati, Fb, 15.1). Le traversie e le debolezze sarebbero gli imbrogli sulla finta beneficenza, sanzionati con multe milionarie dall’Antitrust patriarcalista e bacchettonista. E chi sei, Simone de Beauvoir?

L’aggressore aggredito. “Possiamo chiamare diritto quello che ci impone di restare a guardare davanti a un’orrenda tirannia che stermina il suo popolo perché invoca la libertà?” (Mattia Feltri, Stampa, 15.1). Questa giustificazione dell’invasione russa dell’Ucraina dopo 8 anni di bombardamenti di Kiev sul Donbass è un po’ eccessiva. Ma pure tardiva.

Premi Ignobel. “Machado: ‘Ho consegnato il mio premio Nobel a Trump’” (Sole 24 ore, 15.1). “La Nobel Ebadi: ‘Perché non eliminano Khamenei dentro casa?’” (Corriere della sera, 15.1). Ma eliminare direttamente i Nobel?

Carletto Mezzolitro. “La prescrizione è un caposaldo del nostro programma elettorale” (Carlo Nordio, FdI, ministro Giustizia, 17.10.25). “Crans, il timore di Nordio: ‘Occhio alla prescrizione’” (Libero, 16.1.26). Ma come “occhio”: non era un caposaldo?

Preveggenza. “La Nato non si è estesa a Est per preparare un’invasione della Russia, bensì perché sono i popoli ai confini della Russia a temere di essere invasi da Putin” (Enrico Franceschini, Venerdì-Rep, 16.1). Ecco perché nel 1999, sotto Eltsin, la Nato bombardò la Serbia: perché i popoli ai confini prevedevano che un anno dopo sarebbe arrivato Putin.

Il titolo della settimana/1. “Groenlandia, la Nato nel mirino” (Foglio, 15.1). Della Nato.

Il titolo della settimana/2. “Madonna: ‘Canto in italiano La bambola, è un inno di rottura’” (Corriere della sera, 9.1). Di timpani.

Il titolo della settimana/3.
“Chiesto il rinvio a giudizio per Elkann: i pm avevano chiesto l’archiviazione” (Repubblica, 9.1). Dài, resistete ancora un po’, poi col greco le notizie potrete darle anche voi.

I titoli della settimana/4. “Roma, in Centro si andrà a 30 all’ora” (Messaggero, 14.1). Ma non saranno troppi?

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IL TESTO E LA TESTA

Editoriale di Marco Travaglio

20 gennaio 2026

L’impeccabile video di Alessandro Barbero per il No al referendum ha mandato ai matti Antonio Di Pietro, forse geloso perché Barbero dice della separazione delle carriere ciò che Di Pietro disse per oltre 30 anni, prima di battere la testa: e cioè che è il primo passo verso la sottoposizione del pm al governo. Secondo Di Pietro, Barbero non ha letto la “riforma”. In realtà l’ha letta e l’ha pure capita, mentre Di Pietro l’ha letta ma non l’ha capita, o finge di non capirla. Eppure gli basterebbe ricordare come divenne pm: diversamente da quasi tutti i migliori pm, non veniva dall’Ufficio Istruzione, ma dalla Polizia. Però, alla sezione di polizia giudiziaria, era stato educato dai pm all’imparzialità: a cercare la verità, non ad accusare chiunque pur di fare statistica. Poi, quando fece il concorso per la magistratura, non studiò da pm: tutte le aspiranti toghe seguono lo stesso percorso formativo; vinto il concorso, svolgono un tirocinio di 18 mesi un po’ in Procura e un po’ in Tribunale per sperimentare le funzioni requirente e giudicante; e solo alla fine scelgono se fare il pm o il giudice. Invece, separando le carriere, la scelta avverrà all’inizio, una volta per tutte, dopodiché le due categorie impareranno due mestieri diversi e impermeabili su binari paralleli che non si incontreranno più.

Perciò il danno peggiore per i cittadini non è nel testo della “riforma”. È nella testa dei futuri pm, che non verranno più educati a essere imparziali come i giudici, ma a diventare – come li chiama Nordio – “avvocati dell’accusa”. Cioè portavoce delle forze di polizia. Che dipendono gerarchicamente dal governo. Nella visione perversa dei separatisti, il processo non sarà più uno strumento per ricostruire il fatto-reato, ma un match fra due squadre (accusa e difesa) davanti a un arbitro (il giudice). Il pm, come il poliziotto che gli fornisce le notizie di reato e gli indizi, baderà ad accusare e a ottenere più arresti, rinvii a giudizio e condanne possibile, senza porsi il problema di chi è colpevole e chi è innocente. Così come il difensore bada a far assolvere più clienti possibile, e se sono colpevoli tanto meglio. Ci conviene un pm così? O non è meglio che il pm resti il primo difensore dell’indagato e, se scopre che non è stato lui o non ha indizi sufficienti, chieda di archiviarlo, o proscioglierlo, o assolverlo? Nel 1991, a Milano, un pm ricevette una querela di Mario Chiesa, presidente craxiano del Pio Albergo Trivulzio, contro un cronista del Giorno, Nino Leoni, che aveva raccontato un giro di mazzette nell’ospizio. Indagò imparzialmente sulle due ipotesi: che avesse ragione Chiesa e che avesse ragione Leoni. Scoprì che aveva ragione Leoni, fece arrestare Chiesa e avviò Mani Pulite. Era il 17 febbraio 1992. Il pm si chiamava Antonio Di Pietro.

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FUCK CHECKING

Editoriale di Marco Travaglio

21 gennaio 2026

Quelli del Sì, non trovando un testimonial autorevole per la schiforma Nordio (chi è autorevole, diversamente da loro, ha una faccia e una reputazione), si dedicano a screditare quelli del No. Dopo Gratteri ora tocca a Barbero, passato ai raggi X da presunti “fact checker” che lo accusano di mentire sulle due ragioni fondamentali del suo No: l’indebolimento del Csm e la strada spianata verso il controllo del governo, o della maggioranza parlamentare (che è la stessa cosa), sui pm. Sul Csm dicono: ma come, ne avremo addirittura due (uno per i pm e uno per i giudici), anzi tre con l’Alta corte disciplinare, e tutti composti per 2/3 da togati e per 1/3 da laici! Il problema è proprio questo: oggi il Csm difende l’indipendenza e l’autonomia della magistratura tutta e dei singoli magistrati sotto attacco. Se viene smembrato in due organismi, perde peso. E ne perde altro se è privato del potere disciplinare. E, nei due Csm e nell’Alta corte, perde peso la quota togata scelta col sorteggio secco e integrale, a vantaggio della quota laica scelta col sorteggio finto (il Parlamento vota una lista di nomi da estrarre a sorte, che può essere corta quanto il numero dei posti da coprire). I sorteggiati saranno monadi in ordine sparso, contro una falange di nominati dai politici (tutti del colore del governo, visto che la lista dei sorteggiabili si vota a maggioranza). Perciò il sorteggio ha un senso solo abolendo la quota laica. Ma poi è falso che venga rispettato il rapporto di 2 togati per 1 laico: nell’Alta Corte, su 15 membri, i magistrati sono 9 e i politici 6 (cioè 3 a 2: un politico in più e un magistrato in meno). Non solo: oggi nei procedimenti disciplinari il magistrato sanzionato dal Csm può ricorrere in Cassazione; con la schiforma potrà ricorrere solo alla stessa Alta Corte che l’ha punito, con tanti saluti alla terzietà del giudizio.

Quanto al pm sotto l’esecutivo, i fact checker dicono: ma nella riforma c’è scritto che pm e giudici restano indipendenti e ci vorrebbe un’altra legge costituzionale per sottometterli. Balle: una volta separate le carriere, basterà ritoccare Ordinamento giudiziario (legge ordinaria) per sottoporli al governo senza dirlo. E quelle norme ordinarie sono già depositate da vari partiti e pronte per il voto: la Cartabia che affida al Parlamento le priorità dei reati da perseguire o da ignorare; quelle che svincolano la polizia giudiziaria dal controllo del pm e dall’obbligo di riferirgli subito ogni notizia di reato, cioè la riconsegnano ai vari ministeri (la Polizia all’Interno, i Carabinieri alla Difesa, la Gdf all’Economia); e quella che vieta al pm di acquisire autonomamente le notizie di reato, riducendolo a passacarte delle forze dell’ordine, cioè del governo. Ma tutto questo, diversamente da Barbero, il fact checker non lo sa.

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IL RUGGITO DEI CONIGLI

Editoriale di Marco Travaglio

22 gennaio 2026

Ci è voluto un anno di Trump perché le teste d’uovo dell’Ue scoprissero che gli interessi Usa – per usare un eufemismo – non coincidono più con i nostri. Ora magari, col tempo, capiranno che è così da una ventina d’anni. Non l’ha deciso Trump, che non è un corpo estraneo piovuto dal cielo a guastare il lungo idillio euroatlantista: è la quintessenza degli Usa, che hanno sempre fatto i loro porci comodi. Solo che prima i loro porci comodi coincidevano con i nostri: poi non più. La Merkel l’aveva capito, infatti si scontrò più volte con Washington. Prima contro l’idea folle di Bush jr., Obama e Biden di inglobare l’Ucraina nella Nato per provocare Putin. E poi sulla cooperazione energetica con Mosca avviata da Schröder coi gasdotti Nord Stream, osteggiata da Usa, Polonia, Baltici e Ucraina post-golpe. Con lei, a condividere la fine dell’euroatlantismo, c’erano Sarkozy, Hollande e il primo Macron, che refertò la “morte cerebrale della Nato”. Bastava la voce intercettata di Victoria Nuland, inviata nel 2014 da Biden e Obama a destabilizzare Kiev, per sapere cosa pensavano a Washington: “Fuck Eu!” (l’Europa si fotta!). Bastavano le reprimende di Obama a noi “portoghesi della Nato” che non ci svenavamo abbastanza per il riarmo e all’Ue che comprava gas russo a buon mercato invece del Gnl Usa a prezzo quadruplo. Poi purtroppo l’ultima statista andò in pensione, l’Ue finì in mano agli attuali microcefali e la guerra deflagrò.

Pochi giorni prima, Biden annunciò la distruzione dei Nord Stream. E otto mesi dopo un commando ucraino la realizzò. Ma nemmeno allora i decerebrati europei capirono che la guerra era studiata a tavolino per spezzare l’asse euro-russo che stava creando una superpotenza industriale e commerciale molto insidiosa per gli Usa. I capponi europei si invitarono al banchetto e si tuffarono festosi nella pentola di Biden, partecipando voluttuosamente al proprio suicidio con centinaia di miliardi e vagonate di armi. Quando tornò Trump e, senza volerlo, minacciò di farci un favore chiudendo la guerra con un compromesso, i più stupidi fra gli euronani – autoproclamatisi “volenterosi” – sabotarono i negoziati per prolungare il conflitto sine die. Ma a Trump risposero “sì buana” su tutti i dossier che convenivano a lui e danneggiavano noi: dazi al 15%, 600 miliardi di investimenti nell’industria Usa, 5% di Pil alla Nato, 800 miliardi di riarmo a debito (soprattutto con armi Usa), 700 miliardi di Gnl Usa e rinuncia eterna al gas russo. “Thank you, Daddy Donald”, scrisse Rutte, il più furbo della compagnia. Mancava solo una fettina di c**o. Poi arrivò anche quella, a forma di Groenlandia. A quel punto Fantozzi venne colto da un leggero sospetto.

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UN PADRONE TIRA L’ALTRO

Editoriale di Marco Travaglio

23 gennaio 2026

La cosiddetta Ue aveva appena realizzato, con una ventina d’anni di ritardo, che non è più il caso di prendere ordini dagli Usa, quando a Davos è piovuto tal Zelensky, presidente scaduto di un Paese fallito che non fa parte dell’Ue né della Nato. Che all’Ucraina non devono nulla, però la riempiono di miliardi e di armi l’una dal 2022 e l’altra dal 2014. Il signorino, dopo quattro anni di questue e diktat in giro per il mondo senza mai un grazie, ha impartito nuovi ordini ai leader del continente di mezzo miliardo di abitanti che lo tiene in vita artificialmente rovinando la propria economia e lasciandosi distruggere i gasdotti e rubare centinaia di milioni dal regime di Kiev senza fare un plissé. Poi, appena incassato dall’Ue l’ennesimo assegno di 90 miliardi di “prestito” che mai restituirà, s’è lagnato perché voleva pure i 200 miliardi di asset russi, ma purtroppo “ha vinto Putin perché ha fermato l’Europa: ora dovete agire!”. In realtà Putin non ha fermato nulla: sono stati i governi europei più allarmati dall’illegalità della rapina, cioè dal rischio di dover pure rimborsare Mosca e mandare a catafascio i propri Paesi e il sistema Euro. Poi il mitomane ha spiegato all’Ue come deve comportarsi con Trump (“si illudono che cambi: non lo farà”), ma anche con Putin: “Trump in Venezuela ha arrestato Maduro che ora è in cella a New York. Ma Putin no”.

Quindi, siccome il pirata giallo-oro ha sequestrato il presidente di uno Stato sovrano, l’Ue dovrebbe organizzare un raid sul Cremlino, rapire Putin e rinchiuderlo nel carcere di Bruxelles o di Kiev per far contento lui. Che naturalmente sta “negoziando nella massima onestà per far finire la guerra”: vuole solo far rapire il nemico. Se no? Gli toccherà ripeterci che “l’Ue con Putin non ha volontà politica” (si è solo suicidata per sostituire il gas russo con quello Usa a prezzi quadrupli): “L’anno scorso qui a Davos ho concluso il mio discorso dicendo che l’Europa deve sapere come difendersi. È passato un anno, nulla è cambiato e devo ripetere le stesse parole, come nel Giorno della marmotta”. Povera stella. Infine ha annunciato che oggi ad Abu Dhabi inizierà il trilaterale Usa-Russia-Ucraina, ovviamente senza l’Ue. In un mondo normale qualcuno si sarebbe alzato per dirgliene quattro: “Ma come ti permetti? Noi, per quanto scalcagnate, siamo 27 democrazie. Non mettiamo fuorilegge i partiti di opposizione e non andiamo in giro a fare attentati e omicidi come si usa dalle tue parti. Alla nostra difesa badiamo noi senza bisogno dei tuoi consigli. Tu piuttosto ringrazia che esistiamo, sennò non avresti neppure la benzina per venire a Davos”. Ma non s’è alzato nessuno. È l’evoluzione della specie. Anziché da Trump, prendiamo ordini da Zelensky: sì buana.

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I NOSTRI AYATOLLAH

Editoriale di Marco Travaglio

24 gennaio 2026

Il caso di Meta, il democraticissimo colosso dei social che fa capo a Zuckerberg e si permette di oscurare il video di Alessandro Barbero per il No al referendum in quanto sedicenti fact checker l’hanno definito “falso”, la dice lunga sulla direzione imboccata dalle cosiddette democrazie occidentali. Quelle che si stracciano le vesti perché l’Iran stacca Internet e non si accorgono che c’è una sola cosa peggiore dello shutdown della Rete: la censura selettiva. Se un privato cittadino, nella fattispecie un docente universitario di Storia, non può far circolare il suo pensiero sul web perché altri privati cittadini, con autorevolezza e titoli di studio infinitamente più miseri dei suoi, hanno il potere non solo di contestarlo (cosa pienamente lecita), ma anche di farlo oscurare e squalificarlo con l’etichetta di “falso” come il Ministero della Verità di Orwell, tanto vale spegnere tutto. Il fatto poi che questi poliziotti del web scelti non si sa come (anzi si sa: si nominano da soli) decidano di bocciare un video perché troppo “virale”, cioè perché raccoglie milioni di visualizzazioni mentre le loro sbobbe non le guarda nessuno, aggiunge un tocco di farsa alla tragedia della censura. Anche perché questi sfollagente, così allergici alle verità di Barbero, si guardano bene dall’oscurare le balle di politici e trombettieri del Sì. A cominciare da Nordio e Meloni, cioè dagli autori della schiforma.

E, se lo fai notare, ti rispondono con superc***ole. Tipo che i discorsi dei politici sono di per sé “notiziabili” e li giudica il pubblico. Cioè: un politico somaro può mentire quanto gli pare, mentre un prof universitario deve sottoporsi alle pagelle di gente magari ignorante come una capra, ma investita del potere censorio dai magnati del web e dai sinedri europei. Le colpe di Barbero sarebbero tre. 1) Ha detto che i membri laici del Csm li sceglierà il governo, anziché la maggioranza parlamentare: come se in Italia non fosse la stessa cosa. 2) Ha notato che nell’Alta corte disciplinare e nei due Csm aumenterà il peso dei politici: e anche questo è vero, visto che per i 15 membri dell’Alta corte il rapporto 2 a 1 diventa 3 a 2 (un politico in più e un magistrato in meno); e sia lì sia nei due Csm la quota togata estratta a sorte è molto più debole e disomogenea di quella laica nominata dal governo col finto sorteggio. 3) Ha previsto che questa deriva porterà i pm agli ordini dell’esecutivo: e questo lo dice pure Nordio, quando promette alla Schlein che col Sì non verranno più indagati neppure ministri di centrosinistra. Ma per Nordio il fact checking oscurante non scatta. E neppure per la Meloni che promette: “Se vince il Sì, non vedremo più vergogne come Garlasco” (dove pm e giudici, a carriere unite, si contraddicono a vicenda da 19 anni). Molto meglio gli ayatollah.

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I GARANTISTI MANETTARI

Editoriale di Marco Travaglio

25 gennaio 2026

I giuristi per caso del governo e dei media italiani urlano e strepitano per la scarcerazione di Jacques Moretti, arrestato il 9 gennaio dai giudici svizzeri per la strage colposa di 40 ragazzi nel suo locale di Crans Montana e liberato su cauzione l’altro ieri per cessate esigenze cautelari. Il governo si copre di ridicolo convocando l’ambasciatore per sentirsi rispondere che in Svizzera (come del resto in Italia) sugli arresti decidono i giudici, non il governo, quindi Meloni, Tajani&C. sbagliano indirizzo. Poi il presidente Parmelin pronuncia una frase a prova di coglione: “Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri, la politica non deve interferire con la giustizia”. Come a dire: non è così anche da voi? No, da noi si separano le carriere dei magistrati per violare la separazione dei poteri. Il governo pretende di dettare le indagini ai pm e le sentenze ai giudici e punire i disobbedienti. E ora protesta col governo svizzero pensando che anche lì si usi così. Siccome siamo sempre in bilico fra tragedia e farsa, gli alti lai contro la scarcerazione giungono dai “garantisti” che hanno trascorso gli ultimi 30 anni a strillare contro la barbarie della custodia cautelare e a renderla sempre più difficile (Nordio fa persino avvisare gli arrestandi, che così fuggono e minacciano i testi). E ci fracassano i cotiledoni sulla “presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva” (che poi è di “non colpevolezza”, cosa ben diversa).

Ora questi somari in malafede dovrebbero informarsi e informare i parenti delle vittime, anziché ingannarli con fake news, su cos’è la custodia cautelare: non un’anticipazione della pena, ma una misura eccezionale che priva il cittadino della libertà prima del processo solo se ricorrono gravi indizi di colpevolezza (e lì ricorrono eccome) e almeno una delle tre esigenze cautelari: pericolo di fuga (molto improbabile, anche perché Moretti fuggendo perderebbe la cauzione), o di reiterazione del reato (impossibile: il locale è bruciato), o di inquinamento delle prove (assurdo: le prove sono tutte in mano agli inquirenti, fra video della festa, testimonianze dei superstiti e carte del Comune che non ispezionò mai il locale). Quindi Moretti sarebbe uscito anche in Italia (e senza neppure la cauzione), anzi probabilmente non sarebbe mai stato arrestato. Ma la scarcerazione non attenua minimamente la gravità del fatto né la colpa dei responsabili, come si fa credere ai familiari delle vittime moltiplicando il loro dolore: riguarda esclusivamente la possibilità o meno di giudicare Moretti e la sua compagna a piede libero senza compromettere il processo. Dopodiché si spera che i due siano condannati al massimo della pena e in carcere ci vadano (dopo la condanna). Intanto i nostri famosi “fact checker” sbugiarderanno i politici e i giornali. O no?

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