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Dino
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LA SINISTRA DI DESTRA
Editoriale di Marco Travaglio
12 febbraio 20026
Ma tu guarda. A leggere i giornaloni, sembrava che il No di Vannacci e i suoi cari all’ennesimo decreto sulle armi a Kiev fosse un dramma per l’opposizione. Perché 5Stelle e Avs, che votano contro da tempo immemorabile in linea, avrebbero dovuto calpestare la Costituzione e i loro elettori per non votare col camerata Catenacci. C’era anche l’intervista al “riformista” del giorno (come viene chiamato chi nel Pd non ha mai visto una riforma neppure col binocolo, ma è sempre d’accordo con la destra sulle cose che contano): ieri era il turno dell’acutissima Lia Quartapelle, che è sempre un po’ più bellicista della destra, infatti ammoniva M5S e Avs a “non prestarsi a un voto insieme ai vannacciani” per non “indebolire la credibilità dell’alternativa”. In pratica, l’unica alternativa credibile al governo è quella che vota col governo: se vota contro, non è alternativa o non è credibile. Infatti il Pd, insieme al resto della sinistra di destra (Iv, Azione, +Europa e altre nanoparticelle), ha votato il dl Armi insieme a FdI, FI e Lega, cioè alla destra, sempre per essere alternativo e credibile. Invece 5Stelle e Avs hanno votato contro. E i vannacciani han detto no al decreto, ma sì alla fiducia al governo autore del decreto. Confermando così che: i “traditori” della X Mas si sono già ridotti a IX o a VIII Mas, per coalizzarsi coi “traditori” governativi e salvarsi dalla tagliola del 3% alle prossime elezioni; e l’unica alternativa credibile alla destra sono 5Stelle e Avs. Tutto il resto è Partito Trasversale della Guerra.
Infatti nelle stesse ore il Parlamento europeo spillava ai suoi popoli un altro po’ di sangue col “prestito” a Kiev di 90 miliardi (30 di assistenza finanziaria e 60 militare) con 458 Sì, 140 No (fra cui M5S e Lega) e 44 astenuti (fra cui Avs). Una follia assoluta: quei soldi non verranno mai restituiti da un Paese fallito da ben prima dell’invasione russa. E ogni nuovo stanziamento andrebbe condizionato a un’immediata adesione di Kiev al piano di pace Trump-Putin per cessare subito le ostilità con la rinuncia ai territori perduti e al 15% di Donetsk ancora in mani ucraine, in cambio della restituzione di altri territori conquistati dai russi in altre regioni. E il motivo è semplice: armare ancora Kiev (con soldi esclusivamente europei: gli Usa da un anno non mettono un dollaro) significa seguitare a illuderla su una vittoria impossibile. Infatti non ci crede più neppure Zelensky, ormai rassegnato ai sacrifici necessari a salvare l’80% di Ucraina che ancora controlla ed evitare altre prevedibili perdite umane e territoriali a fine inverno. Ma da noi il Partito Trasversale della Guerra continuerà a inviare armi anche quando Zelensky si sarà accordato con Trump e Putin. Per abitudine o per inerzia.
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Dino
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UN FRANCESE E UN TEDESCO…
Editoriale di Marco Travaglio
13 febbraio 2026
Afuria di disperarci per la nostra classe politica, abbiamo perso di vista quella degli altri. La retorica europeista ha fatto il resto, convincendoci che fra i Paesi-guida dell’Ue siamo i più sfigati perché per primi abbiamo sperimentato i governi del “populista” Conte e della “sovranista” Meloni. A nulla valevano i disastri combinati da quelli “bravi”, i vari Letta, Renzi, Gentiloni, Draghi, Macron, Scholz, Merz, Truss, Starmer, per non parlare delle decerebrate Von der Leyen e Kallas nella Commissione Ue e dei microcefali Stoltenberg e Rutte nella Nato. Ora però, nel breve volgere di 24 ore, i ministri degli Esteri francese e tedesco, Barrot e Wadephul, chiedono le dimissioni di Francesca Albanese, relatrice Onu sui territori palestinesi, per una frase che non ha mai detto. Cioè i capi della diplomazia di due governi che la menano ogni giorno sulle fake news di Putin ne sposano una della lobby israeliana: il taglia e cuci di un discorso dell’Albanese per farle dire che “Israele è nemico dell’umanità” (invece ha detto che “il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha permesso il genocidio in Palestina”, con i “media occidentali che hanno amplificato la narrazione pro apartheid e pro genocidio” spalleggiati da chi “controlla grandi capitali finanziari, algoritmi e armi”). Meloni o Tajani sono arrivati buoni ultimi: non hanno mosso un dito contro lo sterminio a Gaza, non hanno smesso di fornire armi a Netanyahu, non hanno detto una parola contro le sanzioni Usa all’Albanese, ma hanno atteso il buon esempio altrui per chiederne le dimissioni per “antisemitismo”. Un francese, un tedesco e un italiano, come nelle barzellette.
Barrot deve avere come portavoce un giornalista italiano, tipo Polito el Drito, che chiama l’Albanese “militante filo Hamas”, o bo*****o, che la definisce “pericolosa” come se avesse sterminato 72 mila persone. Infatti riesce a sostenere che l’Albanese è “antisemita” perché ha “preso di mira non il governo israeliano, di cui è lecito criticare la politica, ma Israele come popolo e come nazione”. E quando viene sbugiardato dai fact checker di casa sua (i nostri sono tutti in ferie), anziché scusarsi e andare a nascondersi, tace, mentre il suo governo conferma che chiederà all’Onu la testa dell’Albanese: è il governo di Macron che, appena deve rifarsi la verginità da uno dei tanti scandali, annuncia il riconoscimento della Palestina, ma sempre nella settimana dei tre giovedì. Quello tedesco invece è guidato da Merz, l’ex boss di BlackRock e altre multinazionali che un anno fa disse: “Netanyahu fa il lavoro sporco per tutti noi”. E nessuno di quei “noi” gli rispose: “Parla per te, crucco”. Infatti la Russia ha 20 pacchetti di sanzioni e Israele zero: quella fottuta antisemita dell’Albanese una ne fa e cento ne pensa.
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