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Dino
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Editoriale dI Marco Travaglio - 16 Aprile 2026
L’AMICO DI FAMIGLIA
Per la Meloni le pulizie di Pasqua fra gli amici sembravano non finire più: dai piccoli (Delmastro, Bartolozzi e Santanchè) ai grandi (Trump, Netanyahu e Orbán). Purtroppo si sono interrotte sul più bello, quando poteva liberarsi o almeno distanziarsi da quello più costoso e petulante: Zelensky. Invece se lo tiene stretto, anche se l’ha ereditato dalla buonanima di Biden. L’interesse nazionale è comprare gas russo a basso costo e alleviare le bollette più care d’Europa (le nostre), spingendo per un compromesso Mosca-Kiev. Il che potrebbe servirle a far pace con Trump e recuperare consensi staccandosi dall’Ue più bellicista e facendo qualcosa di buono per l’Italia. Non sia mai. Ricevendo Zelensky, la Meloni s’è vantata perché “in quattro anni la posizione di Europa e Italia è stata sempre la stessa al fianco di Kiev”. Un trionfo: l’Ucraina, già fallita nel 2021 (da tempo è il secondo Paese europeo più povero, ma anche il più armato), ha perso un quinto del territorio e 17 milioni di abitanti su 44 (quelli fuggiti in Europa e in Russia e quelli delle regioni occupate), e sopravvive grazie a 50 miliardi annui di prestiti del Fmi, più i 15-20 mensili necessari per continuare a combattere, quasi tutti a carico dell’Ue. Ma per la Meloni “è un dovere morale e una necessità strategica perché è in gioco la sicurezza dell’Europa”. Infatti, grazie ai 195 miliardi in armi e fondi a Kiev, alle sanzioni a Mosca e al sabotaggio ucraino ai gasdotti Nord Stream, l’Ue è alla canna del gas. E il peggio viene ora che, senza più Orbán, regaleremo altri 90 miliardi a Kiev.
Ma ecco il piazzista ucraino, con l’aria di quello che ci fa un favore: “Abbiamo sviluppato un formato speciale di accordo sulla sicurezza, il ‘Drone Deal’, con la nostra esperienza militare su droni, missili, sistemi antiaerei e guerra elettronica. Proponiamo di unirla alle capacità dei nostri partner per sostenerci l’un l’altro”. Cioè: noi manteniamo il suo regime pagandogli tutto, anche i cessi d’oro, e quello ci offre gentilmente di ricomprargli gli armamenti che gli regaliamo e gli finanziamo (così efficaci che nell’ultimo anno Kiev ha perso 450 kmq). Intanto ce ne chiede altri. Anziché ridergli in faccia, la Meloni l’ha ringraziato per “metterci a disposizione la straordinaria esperienza di sicurezza maturata in questi anni, un valore aggiunto per gli alleati” e ha promesso di “aumentare l’interazione tra i nostri settori della difesa e le nostre industrie”. Avrebbe potuto chiedergli lumi sugli attacchi terroristici ucraini ai gasdotti nel Baltico e alle petroliere fantasma nel Mediterraneo, una delle quali vaga da settimane fra Italia e Libia minacciando un disastro ambientale mai visto. Ma pareva brutto. Rischiava di giocarsi anche l’ultimo amico rimasto.
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UNIRE I PUNTINI
Editoriale di Marco Travaglio
18 aprile 2026
Ogni tanto conviene unire i puntini per capire dove siamo e dove stiamo andando. 1) Il No al referendum ha azzoppato la destra, sempre dipinta come invincibile; ha zittito le litanie delle prefiche sull’opposizione che non ce la può fare; e ha dimostrato per l’ennesima volta l’inesistenza del “centro” e l’inutilità di figurine tipo Renzi e Calenda, più o meno travestiti da Silvia Salis (i loro partitucoli erano per il Sì come le tre destre e puntualmente ha vinto il No). 2) Anziché arrendersi alla realtà, i poteri marci e i loro fogli d’ordini, in stereo con quelli della destra, hanno iniziato a bombardare il leader progressista in testa ai sondaggi, cioè Conte, e a gettare la Salis fra le ruote della Schlein, perché né Conte né Schlein garantiscono la necessaria sudditanza a chi vuol continuare a comandare. 3) A destra la più lesta a riposizionarsi è stata Marina B., mera proprietaria di FI che, inebriata dall’odore di sangue della Giorgia ferita, ha umiliato Tajani – ritenuto troppo meloniano – con un lifting feroce che ha reso il partito ancor più berlusconiano di prima e aperto a ogni alleanza, da gestire in prima persona o con un’altra testa di legno. Il golpetto bianco di Cologno Monzese, che avrebbe indignato anche un nordcoreano, è stato salutato con gridolini di giubilo e pompe magne (“svolta moderata”, “rinnovamento antisovranista”) dalla stampa padronale d’ogni colore.
Per capire il perché basta leggere i signorini grandi firme: gli stessi che nel 2020, quando Conte tornò dal Consiglio Ue con 209 miliardi di Pnrr, presero a lapidarlo e a invocare San Draghi Vergine e Martire per mettere le mani sul bottino (il libro del leader M5S racconta quello scempio minuto per minuto). Col risultato di riservare Palazzo Chigi alla Meloni sedata e normalizzata. Ora la scena si ripete: è bastato che Corrias e la Lucarelli raccontassero le manovre centriste di Marina&Silvia per scatenare una canea di accuse idiote al Fatto da parte di semileader e quaquaraquà: il sessismo, i famosi rubli di Putin, le fesserie sui nostri bilanci. Il disegno di questi infaticabili apprendisti stregoni tra i fumi puzzolenti dei loro alambicchi è chiaro come il sole: farci credere che il meglio della destra sia proprio il suo peggio, cioè il berlusconismo nella sua versione più triste e sfigata di seconda generazione. E che gli italiani, elettrizzati dal No al referendum dopo tre anni e mezzo di governo Meloni, non vedano l’ora di rimpiazzarlo con una brutta copia formata dal nulla del forzismo marinato, dal sotto-nulla della destra salisiana del Pd e dal nulla-meno-meno di Calenda e Renzi che non stanno a destra solo perché la Meloni li ha rimbalzati. Ecco la sagoma che prende forma unendo i puntini: un’orrenda e ridicola ciofeca.
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IL FATTO E I FATTI
Editoriale di Marco Travaglio
19 aprile 2026
Quando, 50 mesi fa, la Russia invase l’Ucraina, chiamai il generale Fabio Mini per chiedergli come sarebbe finita e quale fosse il migliore aiuto per gli ucraini aggrediti. In tre minuti mi dipinse un quadro opposto alla narrazione ufficiale: l’esercito russo, pur in formato ridotto (le truppe d’invasione non superavano i 180mila uomini: meno della metà degli ucraini), avrebbe fatto a pezzi il Paese, ma non per conquistarlo tutto e insediare a Kiev un Quisling di Putin, bensì per risolvere manu militari ciò che per via diplomatica la Nato aveva impedito di risolvere: quella della minoranza russofona, che poi è maggioranza schiacciante in Donbass (oltreché nella Crimea annessa nel 2014) e ampia negli oblast di Zaporizhzhia, Kherson e Kharkiv. Quindi il bene degli ucraini non era imbottirli di soldi e armi, illudendoli su una vittoria impossibile, ma spingerli a negoziare il rispetto degli impegni presi nel 1991 con l’indipendenza e nel 2014-’15 con gli accordi di Minsk: neutralità rispetto alla Nato e autonomia speciale del Donbass. Infatti l’occasione si presentò fra aprile e maggio col negoziato di Istanbul, ma l’Ue se ne fregò, lasciando campo libero all’oltranzismo Usa-Uk. E accadde ciò che Mini aveva previsto sul Fatto: il “suicidio assistito dell’Ucraina”. Anche Barbara Spinelli sosteneva le stesse tesi, così come due nuovi acquisti del Fatto: il professor Orsini, censurato da Rai e Messaggero, l’ambasciatrice Basile e altri ancora. È stata una fortuna avere al Fatto questa squadra di firme: ci hanno aiutato a non sbagliare e a dare ai lettori analisi obiettive poi confermate dalla realtà. Fare stecca nel coro atlantista ci è costato ovviamente caro: insulti, liste di proscrizione, taccia di putiniani agli ordini o financo al soldo del Cremlino, persino alcuni lettori e collaboratori che si lasciavano subornare da quelle calunnie scambiando la nostra lettura dei fatti per una simpatia verso l’autocrazia russa.
La scena s’è ripetuta con la guerra dei 38 giorni (per ora) di Trump e Netanyahu all’Iran. Le nostre firme, con l’aggiunta di Arlacchi, avevano previsto fin dall’inizio che, oltre a violare spudoratamente il diritto internazionale, quel conflitto spacciato per liberazione del popolo iraniano era perso in partenza e sarebbe finito con un regime ancor più forte e un disastro economico soprattutto europeo per regalare a Netanyahu qualche altro mese a piede libero. Anche lì siamo stati fra i pochissimi a scriverlo, mentre chi ci dava dei filoputiniani aggiungeva filoayatollah e filocinesi. È finita come avevamo detto. Chissà, forse è per questo che il nostro giornale, più viene vilipeso, più vede crescere i lettori e gli abbonati: perché sempre più persone sono orgogliose del Fatto almeno quanto lo siamo noi.
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