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Dino

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Editoriale di Marco Travaglio - 18 Agosto 2026

POLITO CERCA CASA

Ieri, sul prestigioso Libero, al posto del consueto editoriale dell’autorevole Alessandro Sallusti, ne campeggiava uno del quasi altrettanto illustre Antonio Polito. Il quale l’aveva pubblicato su Facebook, non trovando spazio sul Corriere di cui fu financo vicedirettore. Il motivo dell’umiliante diniego non dev’essere il tema (il “metodo Travaglio”). Né l’italiano malfermo (la virgola prima della “e” o tra soggetto e verbo, “quanto” al posto di “quando” e altre delizie): quello, alla sua età, è ormai irrimediabile. L’incipit del cosiddetto articolo, scritto temerariamente “come lo scriverebbe Travaglio”, aiuta a capire: “Travaglio il Raglio ha fatto sentire la sua voce in difesa di Ranucci. È comprensibile. Per uno che ha creduto a una sconosciuta massaggiatrice uruguaiana (sconosciuta in senso letterale: pare che non l’abbiano mai incontrata) deve sembrare un peccato veniale aver creduto a Lavitola”. Eh già: il Fatto intervistò “una sconosciuta massaggiatrice uruguayana” (anziché una delle tante famose su piazza), “una donna senza volto” (ma con foto sui social), su quanto aveva visto nella tenuta di Cipriani&Minetti. E lo fece “su input di una manina sconosciuta” (le famose manine che danno input) per “mettere sotto impeachment il Presidente Mattarella” (i famosi impeachment a mezzo stampa), “accusandolo di aver concesso la grazia a Minetti” (in realtà dando la notizia a tutti, lui compreso, visto che il Colle l’aveva nascosta). E sapete perché? Perché Mattarella è “estremamente inviso a Mosca” e io sono il “best friend italiano dei russi”. Ergo la manina dell’input è Putin: “Io mi farei qualche domanda”, arguisce Hercule Polito.

Sorvoliamo per carità di patria su altre minchiate assortite, tipo che “Travaglio ha preferito fare lui (sic, nda) da press agent” ai partiti di Ingroia e De Magistris (fatti mai accaduti); “cominciò la sua carriera con il Premio Satira Politica di Forte dei Marmi” per “il talento comico” (il pover’uomo confonde la satira con la comicità e mi ringiovanisce pure: iniziai la carriera nel 1984 e il premio lo vinsi nel 2007); e ora dirigo “un giornaletto” (il terzo quotidiano generalista italiano per copie vendute, al contrario del Riformista fondato e affondato da Polito, Velardi e Angelucci a spese nostre). E torniamo al motivo per cui il Corriere ha costretto il tapino a rifugiarsi su Libero dell’amico Angelucci: la massaggiatrice senza volto (ma con foto), dopo aver parlato col Fatto, fu intervistata da un inviato del Corriere, non sappiamo se su input di Putin o di un’altra “manina”. Titolo: “Caso Minetti, parla la massaggiatrice Graciela: ‘Dentro a quel locale ho visto di tutto. Ho paura e vivo nascosta’” (11.5.’26). Quindi Polito non legge neppure il giornale che generosamente lo fa scrivere (ma non sempre). O, se lo legge, non lo capisce.

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Editoriale di Marco Travaglio - 19 Agosto 2026

FALCONE E I MONONEURONE

Il livello del dibattito, specie se c’è di mezzo il Fatto, è così miserevole che non si può più scrivere neppure la più ovvia delle banalità: Giovanni Falcone, quando fu assassinato da Cosa Nostra, lavorava nel governo Andreotti. Dal febbraio 1991 era direttore agli Affari penali del ministero della Giustizia retto da Claudio Martelli. Una scelta dirompente che raffreddò i suoi rapporti con alcuni colleghi e amici. Falcone sapeva bene chi erano gli andreottiani siciliani, dai cugini Salvo (arrestati da lui) a Lima. E già nel 1985 il pentito Buscetta gli aveva confidato che Andreotti era il referente di Cosa Nostra in un interrogatorio negli Usa, ma aveva rifiutato di metterlo a verbale perché “non è il momento: oggi ci ucciderebbero entrambi” (lo verbalizzò solo nel ’92, dopo la morte di Falcone, e Andreotti fu giudicato dalla Cassazione colpevole di associazione a delinquere con Cosa Nostra fino al 1980, ma prescritto). Eppure quella scelta controversa si rivelò vincente, perché gli consentì di combattere la mafia dall’interno, cioè dal governo, imponendogli col suo prestigio atti prima impensabili: la rotazione dei presidenti della I sezione della Cassazione sui processi di mafia (così il “suo” maxiprocesso non lo gestì l’ammazzasentenze Carnevale); il decreto che riportava in cella i boss scarcerati; e il decreto Pentiti/41-bis, che però richiese il sacrificio di Falcone per essere approvato e quello di Borsellino per essere convertito in legge dalle Camere. Dunque sì, dice bene la sorella Maria: Falcone lavorò con Andreotti per servire lo Stato. Pur conoscendo le collusioni mafiose e/o tangentizie del premier, di vari ministri ed esponenti del pentapartito, li usò per un fine superiore che giustificava i mezzi. Questi sono i fatti storici, noti e stranoti, che ho letto in molte sentenze e raccontato in tanti libri.

Ora il Foglio, dopo aver santificato i peggiori nemici di Falcone, da Carnevale a Contrada, ha intervistato Grasso, Ayala e Violante per titolare contro Ranucci: “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”. Tipica appropriazione indebita: nessuno sa cosa farebbe oggi. Si sa invece che, per un bene superiore, collaborò con soggetti ben più pericolosi di Lavitola (se ci andasse pure a cena o no, chi se ne frega). Perciò ho commentato il titolo con una battuta di 6 parole su quel dato di fatto. E ora i soliti sciacalli imbucati (persino Gasparri, Renzi, Riotta e Colosimo, per dire) mi accusano di “insultare” ,“diffamare”, “infangare” Falcone accostandolo ad Andreotti. Oh bella: chi beatifica da sempre Andreotti e ne spaccia la sentenza di reità per assoluzione, dovrebbe sostenere che a Falcone ho fatto un complimento. Visto il livello del dibattito, è meglio non fare battute senza spiegarle ai mononeuroni che non le capiscono.

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