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Editoriale di Marco Travaglio - 18 Agosto 2026
POLITO CERCA CASA
Ieri, sul prestigioso Libero, al posto del consueto editoriale dell’autorevole Alessandro Sallusti, ne campeggiava uno del quasi altrettanto illustre Antonio Polito. Il quale l’aveva pubblicato su Facebook, non trovando spazio sul Corriere di cui fu financo vicedirettore. Il motivo dell’umiliante diniego non dev’essere il tema (il “metodo Travaglio”). Né l’italiano malfermo (la virgola prima della “e” o tra soggetto e verbo, “quanto” al posto di “quando” e altre delizie): quello, alla sua età, è ormai irrimediabile. L’incipit del cosiddetto articolo, scritto temerariamente “come lo scriverebbe Travaglio”, aiuta a capire: “Travaglio il Raglio ha fatto sentire la sua voce in difesa di Ranucci. È comprensibile. Per uno che ha creduto a una sconosciuta massaggiatrice uruguaiana (sconosciuta in senso letterale: pare che non l’abbiano mai incontrata) deve sembrare un peccato veniale aver creduto a Lavitola”. Eh già: il Fatto intervistò “una sconosciuta massaggiatrice uruguayana” (anziché una delle tante famose su piazza), “una donna senza volto” (ma con foto sui social), su quanto aveva visto nella tenuta di Cipriani&Minetti. E lo fece “su input di una manina sconosciuta” (le famose manine che danno input) per “mettere sotto impeachment il Presidente Mattarella” (i famosi impeachment a mezzo stampa), “accusandolo di aver concesso la grazia a Minetti” (in realtà dando la notizia a tutti, lui compreso, visto che il Colle l’aveva nascosta). E sapete perché? Perché Mattarella è “estremamente inviso a Mosca” e io sono il “best friend italiano dei russi”. Ergo la manina dell’input è Putin: “Io mi farei qualche domanda”, arguisce Hercule Polito.
Sorvoliamo per carità di patria su altre minchiate assortite, tipo che “Travaglio ha preferito fare lui (sic, nda) da press agent” ai partiti di Ingroia e De Magistris (fatti mai accaduti); “cominciò la sua carriera con il Premio Satira Politica di Forte dei Marmi” per “il talento comico” (il pover’uomo confonde la satira con la comicità e mi ringiovanisce pure: iniziai la carriera nel 1984 e il premio lo vinsi nel 2007); e ora dirigo “un giornaletto” (il terzo quotidiano generalista italiano per copie vendute, al contrario del Riformista fondato e affondato da Polito, Velardi e Angelucci a spese nostre). E torniamo al motivo per cui il Corriere ha costretto il tapino a rifugiarsi su Libero dell’amico Angelucci: la massaggiatrice senza volto (ma con foto), dopo aver parlato col Fatto, fu intervistata da un inviato del Corriere, non sappiamo se su input di Putin o di un’altra “manina”. Titolo: “Caso Minetti, parla la massaggiatrice Graciela: ‘Dentro a quel locale ho visto di tutto. Ho paura e vivo nascosta’” (11.5.’26). Quindi Polito non legge neppure il giornale che generosamente lo fa scrivere (ma non sempre). O, se lo legge, non lo capisce.
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Editoriale di Marco Travaglio - 19 Agosto 2026
FALCONE E I MONONEURONE
Il livello del dibattito, specie se c’è di mezzo il Fatto, è così miserevole che non si può più scrivere neppure la più ovvia delle banalità: Giovanni Falcone, quando fu assassinato da Cosa Nostra, lavorava nel governo Andreotti. Dal febbraio 1991 era direttore agli Affari penali del ministero della Giustizia retto da Claudio Martelli. Una scelta dirompente che raffreddò i suoi rapporti con alcuni colleghi e amici. Falcone sapeva bene chi erano gli andreottiani siciliani, dai cugini Salvo (arrestati da lui) a Lima. E già nel 1985 il pentito Buscetta gli aveva confidato che Andreotti era il referente di Cosa Nostra in un interrogatorio negli Usa, ma aveva rifiutato di metterlo a verbale perché “non è il momento: oggi ci ucciderebbero entrambi” (lo verbalizzò solo nel ’92, dopo la morte di Falcone, e Andreotti fu giudicato dalla Cassazione colpevole di associazione a delinquere con Cosa Nostra fino al 1980, ma prescritto). Eppure quella scelta controversa si rivelò vincente, perché gli consentì di combattere la mafia dall’interno, cioè dal governo, imponendogli col suo prestigio atti prima impensabili: la rotazione dei presidenti della I sezione della Cassazione sui processi di mafia (così il “suo” maxiprocesso non lo gestì l’ammazzasentenze Carnevale); il decreto che riportava in cella i boss scarcerati; e il decreto Pentiti/41-bis, che però richiese il sacrificio di Falcone per essere approvato e quello di Borsellino per essere convertito in legge dalle Camere. Dunque sì, dice bene la sorella Maria: Falcone lavorò con Andreotti per servire lo Stato. Pur conoscendo le collusioni mafiose e/o tangentizie del premier, di vari ministri ed esponenti del pentapartito, li usò per un fine superiore che giustificava i mezzi. Questi sono i fatti storici, noti e stranoti, che ho letto in molte sentenze e raccontato in tanti libri.
Ora il Foglio, dopo aver santificato i peggiori nemici di Falcone, da Carnevale a Contrada, ha intervistato Grasso, Ayala e Violante per titolare contro Ranucci: “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”. Tipica appropriazione indebita: nessuno sa cosa farebbe oggi. Si sa invece che, per un bene superiore, collaborò con soggetti ben più pericolosi di Lavitola (se ci andasse pure a cena o no, chi se ne frega). Perciò ho commentato il titolo con una battuta di 6 parole su quel dato di fatto. E ora i soliti sciacalli imbucati (persino Gasparri, Renzi, Riotta e Colosimo, per dire) mi accusano di “insultare” ,“diffamare”, “infangare” Falcone accostandolo ad Andreotti. Oh bella: chi beatifica da sempre Andreotti e ne spaccia la sentenza di reità per assoluzione, dovrebbe sostenere che a Falcone ho fatto un complimento. Visto il livello del dibattito, è meglio non fare battute senza spiegarle ai mononeuroni che non le capiscono.
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ANDATE AVANTI, CRETINI
Editoriale di Marco Travaglio
20 agosto 2026
Sulla stupidità della censura c’è ampia letteratura. Ma quando a praticarla sono politici e giornalisti, il concetto di stupido si rivela pericolosamente minimalista. Ranucci conduce il programma d’informazione Rai più seguito. Un amico pregiudicato, Lavitola, gli fa esplodere una bomba sotto casa, per motivi incomprensibili a tutti fuorché agli psichiatri. Cariche e scariche istituzionali con pennivendoli da riporto gli chiedono (a Ranucci, non a Lavitola) conto dell’attentato, insinuano che se lo sia fatto da solo e reclamano la sua cacciata da Report o – bontà loro – un “passo indietro” che risparmi ai censori il fastidio di censurarlo. Il fondatore del Foglio, già spia della Cia e reggisacco delle peggiori canaglie, pretende il suo arresto: “Lavitola a Rebibbia e Ranucci no. Esiste ingiustizia più chiara?” (sì: lui). Lo stesso linciaggio tocca a chi osa ricordare che: Ranucci è la vittima, ignara anche secondo i pm; le amicizie, anche se inopportune, sono fatti suoi, a meno che non inquinino i contenuti di Report (il che non risulta); i giornalisti si giudicano non dagli amici, ma dalle notizie. Report e, ad abundantiam, il Fatto vengono lapidati in piazza per la grave colpa di “giornalismo d’inchiesta”. Ma il volume di fuoco del plotone d’esecuzione, inversamente proporzionale alla credibilità delle accuse e degli accusatori, sortisce l’effetto opposto a quello sperato. Anche chi dubitava dell’opportunità dell’amicizia con Lavitola capisce che Ranucci non viene attaccato per i suoi sbagli, ma per i meriti suoi e della squadra; e l’obiettivo dei manigoldi non è riportare l’etica alla Rai (che diventerebbe un deserto popolato da tre o quattro mosche bianche), ma cancellarne il poco rimasto.
Ranucci, che un mese fa faticava a riempire le sale, viene portato in trionfo. E chi alla Rai e a Palazzo Chigi pregustava la sua cacciata si chiede tremante se sia il caso, memore del ritorno in gloria di Santoro nel 2006. Ranucci, vicedirettore tutelato dal contratto, dalla Costituzione, dalle leggi e dall’European Media Freedom Act, impiegherebbe pochi mesi a ottenere il reintegro d’urgenza, in piena campagna elettorale. E i censori finirebbero dritti alla Corte dei Conti per danno erariale e pure all’Ue, che vieta interferenze politiche nell’informazione. Il sentimento popolare è tutto nelle geniali battute sul web. Ecco Gimmorisò su X: “L’Italia è quel Paese meraviglioso in cui è la politica a fare le domande ai giornalisti, e non viceversa”, “Lo scoop di Capezzone sul Tempo ha dimostrato che con lo stipendio di Bruno Vespa ci paghi tutta la redazione di Report”. Un altro mese così e Ranucci, anziché perderla, triplicherà la sua popolarità, per ora solo raddoppiata. Quod non fecerunt Lavitolas, fecerunt cogliones.
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Inserito il - 21/08/2026 : 04:01:02
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QUELLI CHE LA GOGNA
Editoriale di Marco Travaglio
21 agosto 2026
Dopo un’estate passata a vivisezionare sillaba per sillaba le chat e le intercettazioni di Ranucci, Lavitola&C., è bene sapere che tutto ciò che abbiamo letto era vietato pubblicarlo, dunque saperlo. Lo dice la legge Bavaglio Nordio-Costa approvata dalle destre (quindi da Iv e Azione) nel 2024: neppure una frase “integrale o per estratto” di ordinanze cautelari, solo riassuntini e parafrasi. Il Fatto annunciò che l’avrebbe violata per continuare a informare in modo preciso e completo. Ma tutti gli altri media la lodarono, avendo la museruola nel sangue. Corriere: “Nordio rincara: fermerò le porcherie sulle intercettazioni”, “Il vizio consolidato di pescare a strascico dalle ‘carte’ della Procura lacerti di verbale o di intercettazione contro l’indagato per spararli in prima pagina… non va confuso con gli obblighi che l’informazione ha verso i cittadini” (Buccini). Rep: “Nordio denunzia giustamente l’inutile invadenza delle intercettazioni” (Merlo). Serra al Foglio: “Le intercettazioni sono uno strumento di violenza mediatica… Siamo pronti a gridare alla censura e al bavaglio, meno pronti a prendere le misure dei nostri limiti”. Stampa: “Non torna che si ricominci con la storia del bavaglio per il divieto di pubblicare le intercettazioni sinché non le avrà valutate il gip, depennando quelle irrilevanti. È davvero questo, di copisti, il nostro mestiere?” (Feltri jr.). Messaggero: “Intercettazioni e pm, la rivoluzione di Nordio”, “Le intercettazioni sono strumento di delegittimazione politica”. Riformista: “Le procure insorgono. Segno che la strada è giusta”. Unità: “È finita la Repubblica delle spie: torna il diritto”, “Chi è morto d’intercettazioni”. Giornale: “Tutti gli orrori delle intercettazioni. Abusi da fermare”, “Come la Stasi”, “Legge anti-gogna”, “Addio intercettazioni per distruggere. Ministri e politici, lunga lista di vite e carriere rovinate dalla pubblicazione di chat e messaggi”. Libero: “Norme anti-gogna”, “Fanfaluche con la toga: ‘La legge è un bavaglio’”, “Intercettiamo i magistrati e poi si ride (Sallusti). Foglio: “Viva il bavaglio, antidoto alla spazzatura”, “La gestione mediatico-giudiziaria delle intercettazioni” (Ferrara).
Ora per Ranucci, che fra l’altro è la vittima di un bomba, si fa un’eccezione: i nemici delle “carte” pubblicano le 200 pagine testuali di ordinanza cautelare per Lavitola con tutto ciò che Valterino e Sigfrido si sono detti (ma anche non detti). Il Tempo, non contento, s’indigna pure perché “non risulta sia mai stato sequestrato né captato il telefono di Ranucci” (che è stato intercettato eccome). E i giornali “anti gogna” si scoprono “anti bavaglio”: sembrano il Fatto, ma soltanto per il non indagato Ranucci. Poi, al primo politico indagato, riattaccheranno il ciuccio dove vorrà il padrone.
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Inserito il - 22/08/2026 : 02:51:23
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EMERGENZA MASHA E ORSO
Editoriale di Marco Travaglio
22 agosto 2026
Si pensava che Zelensky non dormisse la notte pensando alle retate che gli stanno svuotando il cerchio fradicio dei fedelissimi tangentari; alle proteste per la cacciata di Fedorov; all’avanzata russa sulle due ultime roccaforti in Donetsk; ai missili russi che colpiscono dove vogliono senza più ostacoli; alla strozzatura degli ultimi porti sul Mar Nero per l’export di cereali; alla distruzione delle fabbriche d’armi intorno a Kiev e dei cargo con gli armamenti europei; al milione e più di renitenti e disertori in fuga dalla guerra persa; al disastro finanziario; al pozzo senza fondo delle finanze pubbliche; all’arresto del suo incursore subacqueo e quasi omonimo Volodymyr Zhuravlyov, ricercato dai tedeschi per l’attentato ai gasdotti Nord Stream, fuggito dalla Polonia sull’auto dell’addetto militare ucraino, arrestato a Varsavia ma subito rilasciato come un eroe e ora acciuffato in Croazia, dove si trovava sotto falso nome come consulente (chi meglio di lui) per il film Usa che celebrerà l’atto terroristico. Cose così. Invece il presidente ucraino non ha perso il sense of humour, anzi non è mai stato così comico come da quando ha smesso di farlo: il suo Consiglio di sicurezza e difesa ha sanzionato 4 società e 5 cittadini russi fra autori, produttori e distributori del cartoon Masha e Orso per “propaganda ibrida russa”. “La Russia – spiega restando serio uno dei pochi ministri ancora a piede libero, quello della Cultura Tetyana Berezhna – utilizza contenuti culturali e di intrattenimento come strumenti di influenza, promuovendo una immagine positiva del Paese aggressore dietro l’apparente apoliticità dei contenuti per bambini”. E – tenetevi forte – “rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale”. Quindi Netflix e YouTube oscurino immantinente quei putribondi putiniani dell’orso bruno e della bimba, fra l’altro sprovvisti di cessi d’oro, sennò Zelensky non li fa più amici.
Dopo aver triturato i cotiledoni a mezzo mondo per far censurare scrittori russi, balletti russi, cantanti russi, musicisti russi, attori russi, registi russi, ragazze russe (insieme a quelle ucraine) alla Via Crucis del Papa e insalate russe, il clown di Kiev deve aver cambiato strategia. Quattro le ipotesi. 1) Vuole impietosirci mostrandoci in che mani è il povero popolo ucraino. 2) Tenta di farci capire che dobbiamo smetterla di prenderlo sul serio e rovinarci per riempirlo di soldi e armi, che fra l’altro diventano ipso facto refurtiva. 3)È il suo modo di comunicare a Putin che non ha nulla da temere dalla “democrazia” ucraina che, fra censure, mazzette, partiti d’opposizione aboliti, tv e giornali chiusi, dissidenti e pacifisti arrestati, attentati e assassinii mirati, è sempre più simile a quella russa. 4) Non sa più come dirci che vuole cambiare pusher.
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Inserito il - 23/08/2026 : 04:40:38
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CAZZARI DA SPIAGGIA
Editoriale di Marco Travaglio
23 agosto 2026
Alla fine dell’estate manca un mese, ma possiamo già anticipare che, dopo anni di primati incontrastati, Salvini ha perso la gara del Cazzaro da Spiaggia. Distratto dall’estinzione della Lega, dalla fronda nordista e dalle arance da portare a Roggero mentre treni, aerei e qualunque cosa si muove (si fa per dire) non partono o non arrivano, appare svogliato e rinunciatario. A parte l’annuncio con due giorni d’anticipo della scomparsa di Baresi e il “Grazie Lega!” per “il primo 14enne arrestato col decreto anti-maranza” (che purtroppo è un disegno di legge mai approvato), la sua estate è una cocente delusione. Nulla al confronto del recordman stagionale Tajani, che alimenta il suo primato con impegno quotidiano. Dal tutorial salva-vita per italiani nel Golfo (“Se vedete un drone, non affacciatevi alla finestra e non uscite sul balcone o in strada”) alla fatwa anti-Iran (“Basta droni, basta missili a lungo raggio, basta atomiche!”) alla proposta di “ridurre l’aliquota Irpef del 35 al 33%” (purtroppo già abolita dal suo governo a gennaio), Antonio La Trippa si era portato così avanti da rendersi irraggiungibile. Poi ha voluto strafare, spiegando la idea di cittadinanza per gli stranieri: “Chi ha almeno un genitore o un nonno nato in Italia, sarà cittadino dalla nascita, quindi significa che… tu oggi devi essere figlio o nipote o pronipote di un italiano che, nel momento dell’Unità nazionale, cioè nel 1861, era vivente come cittadino italiano. Quindi può essere pure qualcuno nato nel 1700… alla fine del 1700: uno nato nel 1780 avrebbe avuto 81 anni nel 1861”. Procedura piuttosto agevole, posto che chi nasceva nel 1780, all’81° anno di età figliava come un coniglio.
Mentre straparlava, Tajani aveva l’aria fiera di chi si sente la vittoria in pugno. Ma proprio sul filo di lana s’è infilato un concorrente insidioso, ancorché ultimamente un po’ sulle sue: Lollobrigida. Che, com’è noto, è un esperto di vini e Sacre Scritture, rigorosamente in quest’ordine. A riprova del fatto che sbronzarsi fa bene, in passato aveva citato il celebre miracolo evangelico della moltiplicazione dei vini (una crasi personale fra la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana e la moltiplicazione dei pani e dei pesci). E l’altroieri ha rincarato: “Non voglio entrare in materia sanitaria, do solo un dato: l’Italia è la prima nazione per longevità in Europa, seconda solo al Giappone. Il vino non è un veleno, questo è oggettivo, altrimenti non avremmo questo record”. Se ne deduce che: a) Giappone e Italia hanno il tasso alcolico più alto del mondo, mentre il resto del pianeta va ad acqua e gazzosa; b) più vino bevi e più campi (se non ti schianti con la macchina). Però Lollo non vuole “entrare in materia sanitaria”. Sennò arriva l’ambulanza.
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Inserito il - 24/08/2026 : 05:49:40
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MA MI FACCIA IL PIACERE
Editoriale di Marco Travaglio
24 agosto 2026
Testa (si fa per dire). “Da Travaglio parole inaccettabili su Falcone. Chiedo alla presidente dei Premi Internazionali Flaiano, Carla Tiboni, di valutare l’immediata revoca del premio assegnato a Marco Travaglio” (Guerino Testa, deputato FdI, 17.8). “Oggi il cretino è pieno di idee” (Ennio Flaiano, La solitudine del satiro, 1973).
Che bel vedovo. “Cinque mesi dopo, la ‘maledizione del No’ ha colpito più i vincitori che i vinti” (rag. Claudio Cerasa, Foglio, 18.8). Tranquillo, ragioniere, hai perso: elabora il lutto e fattene una ragione.
Tangenti semoventi. “La corruzione sfiora Zelensky: indaga la sua fedelissima” (Repubblica, 20.8). “Corruzione, assedio a Zelensky” (Giornale, 20.8). Si sa com’è fatta questa corruzione: se ne va a zonzo da sola, sfiorando e assediando gente a caso.
Maestri di giornalismo/1. “Marco e Sigfrido, non nominate Falcone invano” (Attilio Bolzoni, Domani, 19.8). Se no?
Maestri di giornalismo/2. “Nell’era dei giornalisti-personaggio, che sistematicamente mettono se stessi davanti alle notizie, Bolzoni ricorda cos’è, davvero, questo mestiere. E perché non è per tutti” (Fabio Tonacci, Instagram, 19.8). Ma solo per gli iscritti all’Albo dei Tonacci.
Minolity Report. “Sigfrido? Verosimile che sapesse tutto. Il metodo Report? Quattro pesi e una misura. Mi ricorda Mani Pulite con Di Pietro” (Giovanni Minoli, Giornale, 18.8). Non ci sono più quei bei conduttori imparziali della Rai che facevano gli spot elettorali a Craxi col garofano all’occhiello.
Quartapalla. “Conte parla di redistribuzione? Visto il ripensamento sul woke, mi sarebbe piaciuto anche quello sulla più grande redistribuzione negativa della ricchezza degli ultimi trent’anni: il Superbonus” (Lia Quartapelle, deputata Pd dal 2013, Foglio, 22.8). Ma il Superbonus votato nel 2020 (governo Conte 2) e prorogato nel 2021 (governo Draghi) da tutti i parlamentari del Pd, inclusa la Quartapelle, o un altro?
Collusioni. “Noto il rapporto tossico tra certe toghe e Ranucci” (Felice Giuffré, membro laico del Csm in quota FdI, Giornale, 22.8). Vergogna: un giornalista colluso con la giustizia.
Poltrona. “Salvo Sottile: ‘Ranucci incollato alla sua poltrona. Un passo indietro per tutelare la Rai’” (Giornale, 17.8). “Sigfrido s’imbullona alla poltrona e sfida la Rai” (Libero, 20.8). Funziona così. Lavitola ti mette una bomba sotto casa, la destra vuole completare l’opera facendoti fuori dalla Rai e la colpa è tua perché non te ne vai da solo.
L’esperto. “Marco Travaglio è un pluripregiudicato” (Claudio Martelli, Foglio, 21.8). In effetti ho una multa da mille euro a Previti per un taglio redazionale a un mio articolo sull’Espresso. Martelli invece è stato condannato a 8 mesi definitivi per la maxitangente Enimont (500 milioni di lire da Carlo Sama in uno zainetto) e si è salvato per prescrizione in Cassazione dopo una condanna in primo grado e tre in appello risarcendo 800 milioni di lire nel processo per concorso nella bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano sulla megatangente Eni-P2 di 7 milioni di dollari al Psi sul conto svizzero “Protezione”. E ancora parla.
Ruttolini. “Oggi il pezzo del Travagliato in difesa di Ranucci è l’apoteosi dell’amichettismo: sei sempre santo anche di fronte all’evidenza se sei mio amico e indossi la mia stessa casacca. Zelensky invece è già al patibolo… Ricorda la ‘mandragata’ solo che lì era in palio una corsa all’ippodromo di Capannelle mentre nella testa della banda del buco la corsa era a Palazzo Chigi. Finirà a tarallucci e vino dando l’immagine di un paese che è passato dal Goldoni al rapper Vomito. Un rutto ci seppellirà” (Augusto Minzolini, X, 20.8). A parte il fatto che il film Febbre da cavallo è ambientato a Tor di Valle (non a Capannelle) e la “mandragata” si chiama “mandrakata”, per indossare la casacca di Minzolini bisogna almeno pagarsi 65 mila euro di spese personali con la carta di credito della Rai e meritarsi una condanna definitiva a 2 anni e mezzo per peculato.
Disinformato sui fatti. “Per dirne una, nel 2014 l’ex pm Ingroia, appena dimessosi dalla magistratura, guidò la lista Azione Civile alle elezioni europee alle elezioni europee, ottenendo il 3,3% dei voti” (Luigi Manconi, Repubblica, 22.8). Per dirne una, Azione Civile di Ingroia non si presentò alle Europee del 2014, ma confluì nella lista “L’altra Europa con Tsipras”, che ottenne il 4,03%. Si era invece presentata come Rivoluzione civile alle Politiche del 2013, ottenendo il 2,25% alla Camera e l’1.79 al Senato. Ne avesse azzeccata una.
Frequentazioni. “Con quelle frequentazioni, Ranucci non può paragonarsi a Falcone” (Chiara Colosimo, presidente FdI commissione Antimafia, Giornale, 19.8). Non ha neppure una foto languida con Luigi Ciavardini.
Mannaggia. “De Pasquale lascia la toga, resta il peso del caso Eni” (Tiziana Maiolo, Dubbio, 22.8). Infatti è stato assolto.
Ha stato Putin. “Per l’esplosione a Colleferro la pista del sabotaggio russo” (Repubblica, 17.8). “Crosetto: Colleferro? Non risulta intervento russo” (Sole 24 ore, 18.8). E pazienza, dài, è andata così.
Il titolo della settimana/1. “Sisto: ‘Tossicodipendenti in comunità: caro Gratteri, non è un indulto mascherato’” (Dubbio, 22.8). Infatti si vede benissimo a occhio nudo.
Il titolo della settimana/2. “Sondaggio promuove Salvini: il 93% degli elettori è con lui” (Libero, 20.8). Ma non dice quanti ne sono rimasti.
Il titolo della settimana/3. “Tajani: ‘La politica deve stare fuori dalle scelte delle banche’” (Messaggero, 21.8). A parte Mediolanum.
Il titolo della settimana/4. “Ranucci fa pure la vittima” (Verità, 20.8). Manco gli avessero fatto esplodere una bomba sotto casa.
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Editoriale di Marco Travaglio - 25 Agosto 2026
LA SUPERVALÉRIOLA
Ci voleva il dibattito sulla cultura woke (“sveglio”), riaperto negli Usa dalla Ocasio-Cortez e qui da Conte, per ritrovare una nostra passionaccia che temevamo estinta: la supervalériola, cioè la superc***ola di Chiara (si fa per dire) Valerio. Una colata di piombo su Rep dal titolo: “Il woke ha esagerato ma da quella cultura ho imparato tanto”. L’assenza di virgola prima del “ma” non deve stupire. La Valerio distribuisce la punteggiatura come gli chef il pangrattato: a manciate, ’ndo cojo cojo. Anche tra soggetto e verbo, prima della e, dopo il punto interrogativo a fine frase. Ma se ci domandassero cos’ha imparato costei dal woke, non sapremmo che rispondere, a parte l’arte di non farlo capire a nessuno. Eppure del woke “Mi ha immediatamente convinto (sic, ndr) l’aver evidenziato quanto le battaglie per i diritti non potessero procedere ‘in serie’, cioè un diritto prima di un altro, ma ‘in parallelo’, cioè un diritto insieme a un altro”. Qualunque cosa significhi, almeno per noi. Per Chiara invece è tutto chiaro: “Mi son detta, sì, mettiamo tutto insieme, dichiariamo… la connessione, l’intersezione tra riscaldamento globale, parità salariale, differenze di genere, migranti climatici, riarmo, intelligenze artificiali, ascesa delle destre, colonialismo, razzismo, povertà, smantellamento del sistema educativo pubblico… impoverimento delle classi lavoratrici… guerra, aperitivo almeno il sabato sera, curiosità culturale”. Chi volesse già chiamare gl’infermieri porti pazienza: questo frittomisto è il motivo per cui – giura la sedicente Chiara – “il woke mi è subito piaciuto”. Ne ha tratto concetti insospettabili: “Il bene è fare del bene o non è”. E, si suppone, il male è fare del male o non è (Max Catalano). Punto, punto e virgola, ma soprattutto virgola. Guai però ad “annichilire chi si considera nemico per conquistare territori semantici”: non sia mai. E poi “il linguaggio non è una religione, nonostante in principio era il verbo e il verbo era presso dio”. E il congiuntivo era un optional.
Se vi prudono le mani, aspettate un altro po’ a chiamare l’ambulanza, o vi perdete il meglio: “Da dove parlo? All’intersezione di quali insiemi mi trovo (l’insiemistica, che ben funziona per l’identità, è la matematica che non spaventa)? Donna, guardo la pallavolo, bianca, mi piace il risotto, scuola pubblica, centro Italia, studi superiori, automunita, il mio colore preferito è il verde bosco, omosessuale, mi piace il teorema di Gödel, anche se non so più dimostrarlo, ascolto Martha Argerich”. Qui potete aggiungere parole in libertà a piacere per un nuovo manifesto futurista. Tipo: “Donne, è arrivato l’arrotino con patente e teorema di Eulero anche se non sa dimostrarlo ma in compenso ascolta Povia!,?:;”. Poi, con calma, chiamate la neuro.
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Editoriale di Marco Travaglio - 26 Agosto 2026
O LA BORSA O LAVITOLA
Se – e sottolineo se – la Rai riuscirà a cacciare Sigfrido Ranucci da Report, non coronerà soltanto il sogno dei tanti politici, affaristi, stragisti, spioni e manigoldi che da anni trafficano per liberarsi dell’ultimo programma d’inchiesta rimasto nel cosiddetto servizio pubblico. Ma anche quello di Valter Lavitola. Il quale, sulle bombe del 16 ottobre sotto casa del giornalista, ha fornito vari moventi, uno più demenziale dell’altro: dal favore dinamitardo per spingerlo a candidarsi a premier progressista al dono esplosivo per fargli potenziare le scorta. Ma su un punto, nelle intercettazioni, nelle chat e nei verbali, non ha mai tentennato: voleva Ranucci fuori da Report e possibilmente dalla Rai. L’ha detto il 12 agosto al gip: “Sarebbe stato bene se lo avessero cacciato”. E ha squadernato il suo piano (folle, tanto per cambiare) di “sistemarmi economicamente” producendo Report con una società esterna, tipo quella che forniva a La7 Servizio Pubblico di Michele Santoro, per vendere poi il programma alla Rai. Lievissima contraddizione con il delirante progetto di portare Ranucci a Palazzo Chigi e se stesso al seguito come “suo Gianni Letta”. Ma tant’è.
Il 28 luglio 2024 la terza replica di Report batteva In onda di Aprile&Telese su La7 col 5,6% di share contro il 4,2, malgrado la concorrenza delle Olimpiadi. L’indomani Ranucci esultava, mentre Lavitola incalzava: “Sarebbe il momento di andarsene”. Ranucci non ne aveva alcuna intenzione, ma notava che malgrado gli ascolti – o proprio per quelli – la Rai e i suoi mandanti “stanno facendo di tutto per mandarmi via”. E Valterino: “Faresti bingo! Una buonuscita da botti. E tra due anni fai il Presidente”. Il 27 ottobre 2024, appena partita la nuova stagione di Report, il conduttore faceva il solito slalom fra attacchi, minacce, querele e dossieraggi, mentre il faccendiere li benediceva come manna dal cielo: “Potrebbero pure avere un po’ più di coraggio e ti cacciano”. Quando poi scoppiò quel chilo di esplosivo distruggendo le due auto del giornalista e mettendo a rischio la vita sua, dei familiari e di eventuali passanti, si pensò che Ranucci e la sua squadra avrebbero lavorato in pace per un po’. E quando gli inquirenti scoprirono che il mandante era proprio Lavitola, tutti sorrisero per i suoi malauguri sull’imminente cacciata dell’amico: chi avrebbe mai osato toccare un giornalista che aveva appena subìto un attentato? Beata ingenuità. È bastata mezza estate di balle e fango a reti ed edicole unificate per trasformare la vittima in colpevole. Tant’è che oggi si dà per scontato che Ranucci non condurrà più Report. A saperlo prima, Valterino avrebbe risparmiato sull’esplosivo e si sarebbe risparmiato la galera: bastava lasciar fare alla Rai e ai suoi mandanti.
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Editoriale di Marco Travaglio - 27 Agosto 2026
MOZIONE A. NAZZARI
Nel 2001 il centrosinistra cercava un candidato pronto a schiantarsi contro B.. E, prima che trovasse quello giusto (Rutelli), Corrado Guzzanti impersonò Veltroni impegnato nel casting con la Turco. Paola e Chiara, i Fichi d’India, Heidi, Topo Gigio, Napo Orso Capo e Raoul Bova, per un motivo o per l’altro, avevano declinato. E pure Leonardo DiCaprio: “Ha rifiutato perché, dopo Titanic, non vuole fossilizzarsi nella parte di chi affonda”. C’era poi la corrente Amedeo Nazzari, ma Uòlter osservò: “Nazzari – lo dico a tutti i compagni dell’opzione A. Nazzari – è morto! Porca miseria: era perfetto, ma è morto. Ho pensato: candidiamolo anche da morto, ma è impossibile. Dobbiamo fare una riforma per questo. E pazienza, quest’anno è andata così”. Lo sketch di 25 anni fa torna attuale grazie a Roberto Speranza che, terrorizzato dall’“autogol” delle primarie Conte-Schlein, ha avuto un’idea geniale. Siccome il Melonellum che impone di dichiarare il candidato premier è un “anticipo di premierato”, i progressisti non devono svelare il proprio, ma fare “una scelta simbolica, come un neodiciottenne o un anziano partigiano”. Un candidato finto, un Trompe-l’œil, tant’è che non si vede perché escludere a priori un gatto, un ficus, un comodino, un androide, magari un drone.
Alle destre che chiederanno voti ai cittadini per rimandare la Meloni a Palazzo Chigi, il centrosinistra risponderà con un simpatico quiz: indovinate chi si nasconde dietro il nostro ragazzino o il nostro nonnetto? Ricchi premi a chi ci azzecca. Nel 1994 a destra si sapeva che in caso di vittoria B. sarebbe stato premier, mentre la gioiosa macchina da guerra di Occhetto&C. tenne astutamente coperto il proprio nome (si ipotizzò poi Ciampi, ma nessuno lo seppe mai, perché ovviamente vinse B.). Idem nel 2022, quando quell’altro genio di Letta vaneggiava di “agenda Draghi” ma senza indicarlo come premier, anche perché quello – come DiCaprio – non voleva stare con i perdenti e men che meno con Fratoianni che gli aveva sempre votato contro (in ogni caso vinse la Meloni e morta lì). Con questi precedenti beneauguranti (non c’è il 2 senza il 3), prepariamoci dunque alla scelta del diciottenne o del partigiano. La prima categoria, malgrado la denatalità, porrà problemi di abbondanza: quanti ne bastano per una nuova rissa nel centrosinistra (maschio, femmina o Lgbtq+? Di sinistra, di centro o grillino? Populista o riformista? Pro Pal, Pro Kiev o, Dio non voglia, pacifista?). Il partigiano, invece, sarà arduo trovarlo: per aver fatto davvero la Resistenza, dovrà essere nato non prima del 1927, cioè aver compiuto l’anno prossimo almeno 100 anni e respirare ancora. Alla peggio, c’è sempre l’opzione A. Nazzari.
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