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Dino

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Inserito il - 17/04/2012 : 13:41:28  Link diretto a questa discussione  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Dino  Invia a Dino un messaggio Yahoo! Invia a Dino un Messaggio Privato Aggiungi Dino alla lista amici  Rispondi Quotando
Agenda digitale per pochi

di M. Mantellini - È sulla bocca di tutti, ma stenta a trovare il consenso popolare. In attesa che diventi davvero realtà, resta roba da intellettuali salottieri e volenterosi addetti ai lavori
Roma - Fino a circa un anno fa, se vi fosse venuta l'idea di domandare a qualcuno fra i vostri amici maggiormente addentro alle faccende internettiane cosa fosse l'Agenda Digitale, questi vi avrebbe probabilmente risposto trattarsi di uno di quei device elettronici nei quali le persone molto impegnate segnano gli appuntamenti di lavoro, il numero di telefono del gommista o la data del compleanno della suocera. Fino a quando un gruppuscolo di entusiasti variamente assortiti, capitanato da Stefano Quintarelli non decise di aprire un sito web, raccogliere l'adesione di un centinaio fra imprenditori, tecnologici e esperti ed acquistare una pagina pubblicitaria sul Corriere della Sera per sollecitarne l'adozione dell'Agenda Digitale Italiana, nessuno dalle nostre parti ne aveva mai sentito parlare.

Sono passati solo una manciata di mesi da allora e in Italia, sui giornali, in Rete, in certe stanze della politica, non si parla d'altro. L'agenda digitale è il mantra della nuova modernità e sgorga come acqua di fonte dalla bocca di tutti. È un sacco di cose assieme: un progetto di intervento in cinque punti promesso dal Governo Monti ed affidato ad una cabina di regia nella quale siedono più ministri che concetti, è il centro di un paio di disegni di legge del PD e del PDL, che dovranno essere discussi, con calma, in Parlamento, è l'argomento di una paterna lettera di raccomandazioni di Agcom, è, infine, un tema forte nelle discussioni di rete. Detto in altre parole l'Agenda Digitale è la moda del momento, assunta a improvvisa notorietà in un Paese dove, fino al giorno prima, quella stessa Agenda mancava senza che nessuno se ne accorgesse (mentre nel resto dell'Europa era un tema già ben inquadrato nello scenario politico).

Che l'Italia avesse necessità di un maggiore impegno verso il digitale non era in dubbio: le nostre classifiche di penetrazione dell'utilizzo di Internet erano e sono tanto deprimenti quanto note, ma quello che forse non era prevedibile è che questa improvvisa presa di coscienza si trasformasse in una invocazione tanto corale ed uniforme. Se prendete i documenti del Governo, quelli del PD, quelli del PDL e perfino quelli di Agcom, troverete una inattesa comunione di intenti e punti di vista. Le frasi si ripetono, gli stereotipi abbondano, tutto è limpido e conseguente: può essere che il malato stia comunque per morire ma almeno il consulto al suo capezzale da parte dei grandi luminari mette d'accordo tutti. La diagnosi insomma è fatta, per la terapia si vedrà.

Non vi tedierò con l'elenco delle ragionevoli prese di posizione espresse da tutti al riguardo della Agenda; nei giorni scorsi, in ossequio ad una logica di rete che in questo Paese è da sempre del tutto estranea, ogni singolo cittadino potrà perfino inviare alla cabina di regia governativa il proprio punto di vista sulle cose da fare per rendere l'Italia più connessa e digitale. Le parole dei cittadini verrano ascoltate? Diventeranno ispirazione per nuove inedite scelte politiche?

Esiste una avanguardia illuminata che si occupa, in questo Paese come altrove, dell'elaborazione culturale di questi temi. Si tratta di uno sparuto gruppo di esperti e politici che ormai quasi quotidianamente si parlano, confrontano punti di vista, si scambiano impressioni. Gran parte del materiale di orientamento che circola in questi giorni al riguardo dell'Agenda Digitale è farina del loro sacco (oltre che adeguamento locale alle indicazione del Commissario europeo Neelie Kroes) e questo spiega la sostanziale, ragionevole uniformità delle proposte.

Purtroppo queste persone sono ancora sparuta eccezione dentro un meccanismo decisionale complesso che è in genere da sempre interessato ad altro. Fino al giorno in cui il Governo Monti non opterà in modo deciso per una svolta digitale del Paese (e fino ad oggi non lo ha ancora fatto, pur avendone avuto più di una occasione), passando con decisione dalla diagnosi alla terapia, le tonnellate di buone intenzioni contenute nei molti progetti per una Agenda Digitale Italiana continueranno ad essere quello che sono: ragionevoli chiacchiere fra amici con un hobby comune sconosciuto ai più.






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Brin: la Rete è in pericolo, Google ultimo baluardo

La grande minaccia al Web libero secondo il co-founder di BigG. La cybercensura dei governi, le lobby anti-pirateria, i giardini recintati di Apple e Facebook
Roma - Una minaccia incombente sulla libertà del vasto ecosistema connesso, annunciata dal co-founder di Google Sergey Brin in una lunga intervista al quotidiano britannico The Guardian. In pericolo sarebbero i principi fondamentali di apertura e libero accesso alla Rete, in un ambiente digitale che sembra ormai distante dagli albori della grande rivoluzione tecnologica.

"In tutto il mondo, esistono forze molto potenti che si sono allineate su più fronti contro la Rete libera - ha esordito Brin - Sono più preoccupato ora che in passato. È spaventoso". Chi porterebbe al web questa minaccia così terribile? Innanzitutto i vari governi del pianeta, quelli che combattono la libera circolazione di opinioni nell'era della condivisione online.

Dalla grande muraglia digitale in Cina al blocco dei social network in Iran. La natura aperta e democratica della Rete messa in pericolo dal regime della cybercensura, sui ripetuti tentativi di tecno-controllo da parte delle autorità più repressive. I vari nemici di Internet sono annualmente denunciati dall'organizzazione internazionale Reporters Sans Frontieres (RSF).

Ma la minaccia paventata da Brin non passa soltanto per la censura a livello governativo. Le lobby legate all'industria dell'intrattenimento hanno scatenato un'agguerrita battaglia contro la condivisione pirata, attraverso disegni di legge - SOPA, CISPA, ma anche trattati come ACTA - pericolosi per la libertà d'espressione sul web.

Infine, la terza forza indicata dal co-founder di BigG. Colossi come Apple e Facebook starebbero stringendo la morsa per una visione "balcanizzata" della Rete. Attraverso rigide piattaforme proprietarie che sarebbero ormai riuscite a chiudere milioni di utenti nei cosiddetti walled garden, giardini recintati per il controllo totale delle attività condivise.

Tornano così i vecchi dissapori tra Google e il sito di Mark Zuckerberg, in particolare la battaglia sull'esportazione dei contatti Gmail verso il social network da quasi 900 milioni di amici. L'azienda di Mountain View aveva di fatto bloccato Facebook, dopo un tentativo silente di sfruttare l'immenso patrimonio di dati sul sito in blu.

Il ragionamento offerto da Brin sembra chiaro. L'ecosistema digitale voluto da Facebook non permetterebbe oggi la nascita di un protagonista come Google. "Con tutte queste regole, l'innovazione rischia di essere limitata", ha sottolineato Brin. Curioso però il motivo citato dal co-founder di BigG.

"C'è tanto da perdere con i sistemi recintati. Ad esempio, tutte le informazioni contenute nelle applicazioni. Questi dati non sono rintracciabili dai crawler del web. E quindi l'utente non li può cercare". È dunque questa la minaccia portata dai colossi 2.0 come la piattaforma di Zuckerberg? In altre parole, per Brin tutto quello che non è indicizzabile da Google sarebbe un problema, in una inedita sovrapposizione tra Google stessa e una Internet libera.

"Facebook ha succhiato per anni i contatti Gmail", ha ribadito Brin. È tutta una questione di libero accesso alle informazioni da parte di società private che offrono servizi ormai fondamentali ai netizen? C'è chi ha infatti ricordato a BigG le sempre attuali problematiche relative al rastrellamento selvaggio di dati personali e attività di navigazione web.

Mauro Vecchio






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Stuxnet, il virus da guerra fredda
Sarebbe stato impiantato con un lavoro da infiltrati. Dietro ci sarebbe addirittura il Mossad. Le fonti di intelligence USA non hanno dubbi: l'infezione dei PC è ormai una vera e propria arma da spie
Roma - Il misterioso worm Stuxnet sarebbe stato "impiantato" nelle macchine bersaglio da agenti segreti doppiogiochisti al soldo di Israele: sarebbe questo il "vettore" attraverso cui il malware che tanto ha fatto parlare di sé nei mesi scorsi è finito negli impianti nucleari iraniani, almeno stando a ufficiali dell'intelligence statunitense che parlano protetti dall'anonimato.

Il worm che ha elevato la sicurezza informatica a faccenda da cyber-warfare è stato portato direttamente all'impianto di Natanz in Iran, dicono gli agenti USA, su una chiavetta USB custodita da un agente controllato direttamente dal Mossad israeliano.

Verosimilmente il doppiogiochista avrebbe fatto parte del Mujahedeen-e-Khalq (MEK), sostengono le fonti anonime, un'organizzazione di dissidenti iraniani già usata per far saltare in aria gli scienziati impegnati nel programma nucleare messo in piedi dal paese mediorientale.

Nessuna penetrazione telematica, nessuna operazione di hacking funambolico: l'agente del MEK avrebbe portato il worm a Natanz sulla sua pendrive, dicono ancora gli ufficiali statunitensi, avrebbe collegato il dispositivo a un PC con OS Windows e ha lanciato l'eseguibile che ha poi diffuso l'infezione.

Alfonso Maruccia






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Il muro oltre il giardino
di M. Calamari - Pensate oltre gli stili di vita, le abitudini, le comodità. Pensate oltre le mode, la pubblicità, i guru. Pensate a quello che conta davvero: alle idee, alla conoscenza, al sapere. E pensate a come diffonderli
Roma - Qualche giorno fa leggevo un articolo riguardo i cosiddetti "Walled Garden", i "Giardini Recintati" che sempre più l'industria dell'informatica di consumo e della comunicazione sta realizzando, con il fiancheggiamento dei suoi clienti. Si parla di Walled Garden quando un mercato si sviluppa in maniera pubblica e condivisa, ma sempre all'interno di confini tecnologici e/o legali ben definiti e ben delimitati, ma sopratutto controllati da un'unica entità.

Tentare di definire un fenomeno che si evolve velocemente ed in maniera quasi confusa è però decisamente poco utile; le definizioni ti possono rendere schiavo ed impedirti di guardare la realtà, proprio come un paio di Googleshades. Restiamo con i piedi per terra allora e ricominciamo.

In soldoni i Walled Garden sono quei posti dove i consumatori vengono attratti o diretti e nei quali possono spendere i propri soldi e/o energie, ma da cui è sempre difficile uscire se non rinunciando a buona parte o tutto di quello che si è speso. I maggiori market di applicazioni per cellulari, per libri elettronici e contenuti multimediali sono esempi (di successo) di Walled Garden.

L'autore dell'articolo (che ahimé non ricordo) elencava 4 multinazionali, anzi meganazionali, come esempi del successo dei Walled Garden; ho scoperto con piacere di essere "fuori" da tutte e 4. Non è un caso ma un percorso preciso. In effetti, come recente acquirente di una smartphone, ho una zolla di Wallet Garden in tasca, ma lo so, la tratto con cura, timore ed attenzione come farei con un utile ma pericoloso pellet di uranio arricchito. Mi piace pensare che questa sia una conseguenza naturale di una scelta di vita ed una scala di valori molto semplice, molto vicina agli esseri umani ed assai poco alle firme ed al consumismo.

Questo pensiero mi porta anche a rattristarmi non solo per il riconoscermi in una minoranza sempre più sparuta, ma anche perché vedo persone assennate e che stimo aggirarsi per quei giardini, vuoi con noncuranza, vuoi cercando giustificazioni, spesso senza neanche accorgersene ma semplicemente scivolando tra le pieghe dei propri ed altrui ragionamenti.

Ne è un esempio il focus dell'ultimo articolo del sempre ammirevole Massimo Mantellini che, descrivendo l'impatto del'ultimo gadget per la lettura dei libri elettronici e dei libri elettronici stessi, parla dell'influsso del bit sulla carta e di quello del bit sugli scrittori, enunciando questo punto di partenza:
"(...) il tema sul quale concentrarci in futuro potrebbe essere quello della lettura su device dedicati contrapposta ad una lettura web in senso lato: da un lato l'ambiente confortevole, adeguato al contesto editoriale, dei lettori dedicati, forniti di tecnologie apposite come l'inchiostro elettronico, dall'altro le mille tentazioni della lettura sul web, basata su monete piuttosto preziose quali l'apertura dei formati, la condivisione e l'ipertestualità"
Ecco un esempio di come una esposizione logica, informata, ragionevole, e assai condivisibile può diventare veicolo e parte di una "cortina semiconscia" che nasconde una situazione epocale negativa come quella dei futuri Walled Garden culturali senza apertura e senza condivisione, semplicemente intrecciando i piani di discussione e creando interferenza tra i concetti in maniera certamente involontaria.

L'editoria elettronica di oggi è, ahimé, al 100 per cento un Walled Garden, ben delimitato dagli alti muri costituiti dai DRM e dai lettori di ebook in commercio e da quelli già annunciati. Quando si arriva alla conta dei "buoni" e dei "cattivi", non c'è che un posto da assegnare agli ebook del presente e del futuro prossimo, e non è insieme ai buoni. Possiamo poi parlare di valore della tecnologia e dell'interazione tra tecnologie, strumenti del sapere e scrittura, possiamo vivere situazioni più o meno estreme di compromesso, come tanti fanno o devono fare.

Non bisogna però mai stancarsi di ripetere che anche se la strada che percorriamo oggi con gli e-book ci porta in una direzione diversa, la meta del viaggio deve essere nella direzione "giusta", quella del libero sapere. Ed il libero sapere si trova in direzione della condivisione e della libera circolazione della conoscenza, non dentro giardini racchiusi da alti muri.

Non è che per questo motivo dobbiate necessariamente rinunciare ad un nuovo ed affascinante gadget, gli stili di vita sono toni di grigio, raramente bianco o nero. Ma di qualunque grigio voi siate, pensate a questo quando mettete mano al portafoglio in un giardino recintato; pensate che ogni soldino speso in quel giardino ne alza il muro e contribuisce a tener fuori gli altri, i tanti che vivono in una Economia della Scarsità. E tra questi "altri", considerando gli attuali e futuri rivolgimenti, potrebbero presto esserci i nostri figli.

Marco Calamari






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Berners-Lee: Apple e Facebook soffocano il web
In un lungo articolo apparso tra le pagine di Scientific American l'allarme sul world wide web in pericolo. Minacciato da ecosistemi isolati di dati o piattaforme recintate e proprietarie
Roma - Si intitola Lunga vita al Web, ed è un lungo articolo che verrà pubblicato sul numero di dicembre della rivista statunitense Scientific American. Un saggio apparso in anteprima sul sito dello stesso magazine a stelle e strisce, firmato dal padre del www, sir Tim Berners-Lee. Sei pagine per spiegare al mondo perché Internet sia un sinonimo di libertà e democrazia, ma anche come un pugno di nuovi protagonisti della Rete minacci quegli stessi principi che da più di un decennio ne rappresentano l'intima forza.

"Il web si è evoluto in uno strumento potente e ubiquo - ha esordito Berners-Lee - dal momento che è stato costruito su principi di uguaglianza nonché sul lavoro di migliaia di individui, università e aziende. Che hanno agito sia in maniera individuale che collettiva come parte del World Wide Web Consortium, affinché lo stesso web potesse espandere le sue possibilità". Ma il web attuale sarebbe in pericolo, minacciato sotto diversi aspetti.

Alcuni dei nuovi protagonisti dell'IT avrebbero cioé gettato più di un'ombra su un principio fondamentale per la Rete, quello relativo alla sua universalità. Il web rischierebbe così di frammentarsi in una sorta di arcipelago, fatto di tante isole separate, ambienti chiusi in se stessi e dunque slegati da quello che invece dovrebbe essere un unico, gigantesco universo fatto di bit. Ma di quali isole ha parlato Tim Berners-Lee?

Innanzitutto da quelle potenzialmente create da social network come Facebook e Friendster. Siti il cui valore si baserebbe sulle informazioni fornite dagli utenti, aggregate in giganteschi database in attesa di un inevitabile sfruttamento commerciale. "Ognuno di questi siti rappresenta come un silo - ha spiegato Berners-Lee - separato rispetto agli altri. Una volta che si immettono dei dati verso uno di questi servizi, non è facile riutilizzarli in un altro spazio".

Come dire che le varie pagine personali rimangono presenti in un unico ambiente web, mentre tutte le informazioni inviate o i contenuti postati vengono recintati in quello che in lingua inglese viene chiamato walled-garden. Un ambiente recintato, contrassegnato dalla effe in blu di Facebook o dai profili curriculari di LinkedIn. Ma non di soli social network ha parlato il padre del web. Una decisa stoccata è arrivata a colpire operatori del cavo e provider della Rete.

Il tema è di quelli delicati. "Cosa succederebbe se il vostro provider vi offrisse una connettività più veloce per raggiungere un determinato negozio online di scarpe e al contempo vi complicasse l'accesso agli altri? - si è chiesto Berners-Lee a proposito di neutralità della Rete - Sarebbe un controllo molto potente. Cosa succederebbe se il vostro provider vi complicasse l'accesso a determinati siti, che parlino di una fazione politica o di una particolare religione?".

Il baronetto del web si è poi scagliato contro Apple, rea di promuovere una visione proprietaria della Rete. In particolare, la piattaforma iTunes rinchiuderebbe i propri utenti in una sorta di mercato obbligatorio, invece di indirizzarli verso un ambiente aperto. L'evoluzione futura dello stesso web sarebbe così limitata ad un pensiero indotto da società come quella di Cupertino. Berners-Lee ha dunque sottolineato come gli indirizzi interni alla piattaforma di Apple inizino sempre con itunes: piuttosto che con http:

"Non si può linkare a qualsivoglia informazione nel mondo di iTunes - si può leggere ancora - Non si può inviare quel link a qualcun'altro. Non si è più sul web". Web che andrebbe invece preservato, sempre secondo Berners-Lee, proprio nella sua integrità e universalità. La strada da percorrere andrebbe perciò verso gli standard aperti, non verso ecosistemi chiusi e centralizzati come quelli social o al gusto Mela.

Mauro Vecchio






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