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Dino

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UN ANNO DI VERITÀ. BUON NATALE DAL FATTO
Marco Travaglio - Direttore del F. Q. e scrittore

Anche nel 2025 siamo stati l'unico quotidiano italiano col segno più nella diffusione di copie cartacee e digitali. Questo grazie a voi. I nostri auguri per un Natale e un nuovo anno di impegno e di battaglia civile da vivere insieme

Cari amici,
questa è la diciassettesima volta che ci auguriamo buon Natale e buon anno da soci e complici del Fatto Quotidiano. E, siccome siamo strani e speciali, a noi il numero 17 porta fortuna: anche quest’anno siamo stati l’unico quotidiano italiano col segno più nella diffusione di copie cartacee e digitali. La nostra comunità si è allargata ancor di più e la vostra risposta al nostro appello di fine novembre ad abbonarsi e a regalare abbonamenti è stata a dir poco commovente, in controtendenza con un panorama editoriale sempre più cupo.

Anziché fare come gli altri editori e presentarci col cappello in mano ai piedi del governo italiano e di quello europeo per elemosinare provvidenze e fondi pubblici (non a caso in continuo aumento, mentre i lettori fuggono), costringendo chi non legge i loro giornali a finanziarli di tasca propria, abbiamo preferito continuare a chiedere sostegno e fiducia a chi il Fatto lo sfoglia e lo apprezza dal 2009 e anche a chi l’ha scoperto in tempi recenti.

La reazione della nostra comunità ci conforta sulla bontà della scelta di non venderci al potere politico, economico e finanziario. Ma di fare affidamento soltanto sui lettori e gli abbonati, nostri veri e unici padroni. E ci ripaga degli effetti collaterali della nostra libertà, coerenza, indipendenza: gli insulti, le calunnie, le querele e le cause civili temerarie, il sabotaggio di molti grandi investitori pubblicitari.

Provate a immaginare se in questi 17 anni non fosse esistito il Fatto. Soltanto nel 2025 non avreste saputo nulla sulle chat di Fratelli d’Italia, in cui Giorgia Meloni e gli altri papaveri del partito di maggioranza relativa dicevano in privato l’opposto di ciò che proclamavano in pubblico: il nostro Giacomo Salvini le ha scoperte e le ha pubblicate nel best seller di Paper First Fratelli di chat. L’elenco completo dei nostri scoop e delle nostre esclusive dell’ultimo anno è troppo lungo, ma ci limitiamo a qualche esempio: lo scandalo del “garante della privacy” Agostino Ghiglia a rapporto nella sede del suo partito FdI subito prima di stangare Report e subito dopo l’attentato malavitoso a Sigfrido Ranucci; lo scempio dei grattacieli del sistema Sala nella Milano per soli ricchi, a danno di chi non trova una casa o non può permettersela (Gianni Barbacetto ha anticipato sul Fatto di parecchi mesi l’inchiesta della Procura); i conflitti d’interessi del presidente e di altri membri della stessa autorità della Privacy smascherati da Thomas Mackinson, che ha svelato anche la storia della laurea-lampo della ministra Calderone. E poi gli spionaggi e dossieraggi privati dell’inchiesta Equalize; le chat violente e persecutorie di un gruppo di scrittrici sedicenti “femministe” (pubblicate da Selvaggia Lucarelli, che presto racconterà l’intera vicenda con nuovi particolari indecenti in un libro di Paperfirst); le monumentali evasioni fiscali della famiglia Elkann sull’eredità Agnelli (ricostruite per pezzo da Ettore Boffano); la tragicommedia e gli enormi sperperi del Ponte sullo Stretto di Messina; la rapina alle pensioni dei cittadini che avevano “riscattato la laurea”, nascosta nella Manovra finanziaria e poi ritirata dal governo dopo gli articoli del nostro Carlo Di Foggia; l’asta indetta da Giorgia Meloni per vendere i regali di Stato e poi sospesa dopo lo scoop del Fatto sull’antiquario indagato e interdetto che se ne doveva occupare; e così, via, fino al grottesco taglio dell’urlo finale “Sì” dall’Inno di Mameli scoperto da Marco Lillo.

Senza i nostri fact checking contro le balle della propaganda nazionale e internazionale, tutti oggi sarebbero convinti che una sentenza della Cassazione abbia davvero smentito i rapporti di Berlusconi con Cosa Nostra (abbiamo dimostrato che quella sentenza era inventata di sana pianta); che la commissione Antimafia abbia dimostrato l’estraneità di soggetti istituzionali nelle stragi politico-mafiose di via d’Amelio nel 1992 e di quelle del 1993-’94, che Paolo Borsellino sia stato assassinato per la ridicola pista del dossier del Ros “Mafia e Appalti” e che la trattativa Stato-mafia avviata da un gruppo di carabinieri deviati non sia mai esistita.

Ma le stecche nel coro del conformismo e del pensiero unico di cui andiamo più orgogliosi sono quelle che hanno perforato il muro della propaganda bellicista e riarmista. Siamo stati l’unico quotidiano italiano a imbarcare un proprio redattore, Alessandro Mantovani, sulla Flotilla con gli aiuti alla popolazione sterminata e affamata di Gaza, che abbiamo aiutato come abbiamo potuto anche quest’anno con donazioni di oltre 89 mila euro della nostra Fondazione umanitaria a Medici senza Frontiere.

Non abbiamo atteso che la strage degli innocenti perpetrata dal governo israeliano superasse quota 50 mila per denunciare il crimine contro l’umanità più spaventoso dalla fine della seconda guerra mondiale, che in due anni ha moltiplicato per 60 l’orribile pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023: l’abbiamo raccontato e denunciato fin dal primo giorno e ogni giorno. Ci siamo presi degli “antisemiti” e dei “filo-terroristi” anche per aver mostrato in prima pagina un bambino palestinese scheletrito non solo per la malattia, ma per la denutrizione; e per avere respinto il ricatto di chi vorrebbero punire e silenziare come antisemita chiunque critichi e denunci gli orrori del governo Netanyahu. Non abbiamo smesso di occuparci dei palestinesi di Gaza e di Cisgiordania neppure dopo la precaria e ambigua tregua propiziata il 13 ottobre scorso da Donald Trump e da alcuni governi arabi, pur riconoscendo che ha drasticamente ridotto il numero dei morti ammazzati.

Sulla guerra in Ucraina abbiamo continuato a ripetere che il miglior modo per aiutare quel popolo invaso e bombardato dai russi è un’intesa di pace basata su un compromesso territoriale, come quella proposta da Trump, visto il suicidio assistito a cui l’hanno condannato i presunti “amici” prima americani e ora soltanto europei sabotando ogni negoziato e prolungando una guerra persa fin da subito a suon di armi, miliardi a pioggia e annunci di “vittoria” sulla Russia. Per questo, anche ora che le nostre analisi e previsioni del 2022 trovano purtroppo conferme sempre più inequivocabili, ci prendiamo dei “putiniani” e ultimamente anche dei “prezzolati al soldo di Mosca”. Spesso per bocca di gente che prezzolata lo è davvero, e non da oggi, da istituzioni Nato e Ue. Non ci rassegneremo alla narrazione falsa e bugiarda della guerra mondiale inevitabile, più o meno “ibrida”, e continueremo a smascherare le imposture di chi ce la vende a pranzo e a cena insieme ad armamenti sempre più micidiali e suicidi: a cominciare dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ci pare sempre meno garante della Costituzione.

Ci siamo schierati contro tutte le censure, quelle russofobe e quelle israelofobe, ribadendo che non si cacciano né discriminano artisti e intellettuali russi e israeliani, comunque la pensino: semmai si sanzionano i governi, come i governi europei fanno da 11 anni con quello russo e non fanno con quello israeliano. A maggior ragione, difendiamo il diritto di parola di intellettuali, storici, analisti e giornalisti italiani che sulla guerra in Ucraina e sul folle riarmo europeo dicono cose sgradite al mainstream euro-atlantista e ai retrostanti fabbricanti di morte: non solo le firme del Fatto, ma anche Barbero, Baud, Canfora, Caracciolo, D’Orsi e persino il Papa (quante volte il Fatto ha dato spazio alle denunce contro la guerra e il riarmo di Francesco e di Leone XIV, oscurate o vilipese dai media dominanti). Senza il Fatto e all’impegno di tutta la redazione – a partire dai vicedirettori Maddalena Oliva a Simone Ceriotti – il popolo della pace, del disarmo, della diplomazia, del negoziato e del dialogo sarebbe senza voce.

Ora la prima battaglia del 2026 – accanto a quella contro il riarmo che nel nuovo anno drenerà altri miliardi su miliardi alla sanità, alla scuola, agli investimenti produttivi e al Welfare – sarà quella per il No alla controriforma costituzionale Meloni-Nordio che separa le carriere dei pm e dei giudici e spacca il Csm in tre organismi più deboli, irrazionali e costosi, per creare subito pm meno equilibrati e imparziali a tutto danno dei cittadini e avere domani l’alibi per sottoporre le Procure al potere politico. La sfida del referendum costituzionale è aperta, il No sta recuperando e siamo tutti chiamati a firmare subito online la petizione contro la “riforma” per sventare il colpo di mano del governo, che vorrebbe anticipare la data del voto all’inizio di marzo per impedire la rimonta di chi non ci sta.

Quindi i nostri auguri sono per un Natale e un nuovo anno di impegno e di battaglia civile.

Molti di voi ci scrivono: “Come facciamo ad aiutarvi?”. Alcuni ci inviano banconote da 10, 50, 100 euro. Altri vorrebbero lanciare raccolte fondi per nostre spese legali. Ma il sostegno migliore è acquistare il Fatto ogni giorno in edicola, oppure abbonare se stessi e altri all’edizione cartacea con la formula coupon o a quella digitale per scaricarla sui device. Un gesto semplice e veloce, ma anche un regalo intelligente che permette di evitare con un clic la frenetica rincorsa nei negozi.

Noi vi ripagheremo con l’unica moneta di cui disponiamo: notizie, analisi, commenti e satira, i frutti della nostra professionalità, libertà e passione.

Non possiamo promettervi un anno di buone notizie, ma di buona informazione sì. Anche quest’anno, a chi si regala o regala ad amici e parenti un abbonamento annuale, offriamo uno sconto. Con un unico abbonamento scontato a 139,99 euro (anziché 189,99 euro) potrete:

– Leggere il Fatto Quotidiano in digitale su smartphone, app o pc;
– Accedere alla nostra piattaforma televisiva TvLoft;
– Ottenere una grande offerta scontata anche sui corsi in partenza nel 2026 della nostra “Scuola di cittadinanza”, dedicata al compianto Domenico De Masi, su temi come la politica interna ed estera, l’economia, l’intelligenza artificiale, la sociologia, a cura di docenti di alto profilo.

Abbiamo uno sconto pensato anche per il nostro mensile Millennium: se vi abbonate ora, pagherete solo 90 euro per avere comodamente a casa tutti e 12 i numeri del prossimo anno, esattamente la metà di quello che spendereste per acquistare ogni singolo numero, ossia 180 euro.

Se avete consigli, idee, suggerimenti, rilievi, critiche e dissensi, scriveteci come sempre (1500 caratteri al massimo) a Il Fatto Quotidiano, via di Sant’Erasmo 2, 00184 – Roma, a segreteria@ilfattoquotidiano.it o a lettere@ilfattoquotidiano.it, indicando il nome del giornalista a cui vi rivolgete. Noi cercheremo di rispondere a tutti e di pubblicare i contributi più originali e interessanti nella pagina “Lo dico al Fatto”.

Un grazie particolare a tutti i nostri abbonati che ci sostengono e anche a coloro che continuano ad acquistare il Fatto Quotidiano recandosi ogni giorno in edicola, perché dà a noi il sostegno più prezioso (una copia venduta in edicola “vale” quattro o cinque copie digitali) e intanto supporta gli edicolanti, impegnati in un mestiere sempre più difficile e più meritorio: che democrazia sarebbe, la nostra, senza edicole aperte e quotidiani liberi e indipendenti?

Ancora grazie a tutti. E, a nome nostro e delle nostre redazioni, Buon Natale e Buon Anno di impegno civile con il Fatto Quotidiano!

Marco Travaglio, Antonio Padellaro, Peter Gomez e Cinzia Monteverdi

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FIRMIAMO PER FERMARLI

Editoriale di Marco Travaglio

27 dicembre 2025

Una delle domande che più spesso ci rivolgono i lettori è questa: “Che posso fare io per cambiare le cose?”. Ecco un’iniziativa a costo zero e col minimo sforzo, un paio di minuti per un clic tra una festa e l’altra: firmare perché anche il popolo del No alla schiforma della magistratura possa chiedere il referendum e possibilmente vincerlo. Il referendum si farà comunque, perché nella sua bulimia il centrodestra l’ha già chiesto in una delle tre modalità previste dalla Costituzione per le riforme costituzionali senza maggioranza parlamentare dei due terzi: la raccolta firme di un quinto dei parlamentari. Le altre due sono la richiesta da parte di cinque Consigli regionali e quella di iniziativa popolare firmata da almeno 500 mila cittadini. Ma l’una non esclude l’altra. Perché dunque dobbiamo firmare? Anzitutto perché il governo non possa più dire, dopo aver imposto (in luogo del Parlamento) la riforma costituzionale, che il referendum si farà solo grazie al centrodestra. Ma le ragioni principali sono altre due, una pratica e una mediatica.

La prima è che il governo – visti i sondaggi che danno i No in rimonta, sempre più vicini al Sì – non ha ancora rinunciato al colpo di mano per anticipare la data del referendum all’inizio di gennaio, sperando di anticipare il sorpasso: con un’alluvione di No di qui alla scadenza del 31 gennaio, mancherebbero i tempi tecnici previsti dalla Costituzione e dalla legge per fissare la data del voto prima di fine marzo-metà aprile. La seconda è che sui media governativi, cioè quasi tutte le tv e i giornali, si ascolta soprattutto la voce del Sì, con livelli di propaganda e di menzogna imbarazzanti, secondi solo a quelli sulla guerra e sul riarmo (dal caso Tortora a Garlasco ai bambini nel bosco: tutti fatti che semmai dimostrano l’inutilità e l’assurdità di separare le carriere e i Csm). Per ribaltare il clima e la percezione della schiforma nell’opinione pubblica, è importante che almeno mezzo milione di persone, ma possibilmente molte di più, firmino per il No. E lo facciano presto, senza attendere gli ultimi giorni di fine gennaio. Un effetto-valanga costringerebbe i media a parlare delle ragioni del No e innescherebbe un circolo virtuoso di “passaparola”: facendo sentire protagonisti milioni di italiani, raggiungendo molti indecisi, indifferenti, astenuti cronici, e illustrando a chiunque voglia informarsi danni che la cosiddetta riforma causerebbe non ai magistrati (che non ci rimetterebbero nulla), ma a tutti noi cittadini senza santi in paradiso. Per firmare non serve neppure uscire di casa: si può farlo online, con lo Spid o con la carta d’identità elettronica Cie, sulla piattaforma pubblica al link
https://firmereferendum.giustizia.i...open/5400034. Firmiamo per fermarli.

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BALLE COI LUPI

Editoriale di Marco Travaglio

28 dicembre 2025

Non è ben chiaro che ci vada a fare Zelensky da Trump per la terza volta in un anno. Né perché continui a implorare una tregua da Putin. Ma non li legge i giornaloni italiani? Non lo sa che l’Ucraina sta vincendo e presto la Russia alzerà bandiera bianca, batterà in ritirata e gli pagherà pure i danni, così lui potrà restituire all’Ue anche il prossimo prestituccio di 90 miliardi sull’unghia? Se non si fida di noi putiniani, dia retta almeno a Fubini, che è un amico vero: ieri raccontava sul Corriere che, non contenti di avere finito “i mezzi corazzati”, “fare gli assalti coi motorini e i muli” e reclutare “homeless alcolizzati in Jacuzia”, l’esercito russo è così mal ridotto che arruola “tossicodipendenti, soggetti affetti da Hiv, epatite o sifilide, uomini in declino incapaci di camminare con uno zaino”, il che spiega perché “si è impantanato nel Donbass”. In pratica i soldati di Putin hanno più malattie di lui. E – secondo fonti ucraine, quindi vere – “i soldati disperati di Putin sono così a corto di cibo da ricorrere al cannibalismo e mangiarsi fra loro”: fatto già noto in Italia da luglio, grazie a uno scoop di Iacoboni sulla Stampa. Per non parlare dei “missili ipersonici russi abbattuti da una canzone: così l’Ucraina inganna i Kinzhal di Putin” (Messaggero). Potete immaginare quanto rosichi il tiranno.

Vi basti questo fatto, svelato da Rep alla vigilia di Natale: “La guerra di Putin uccide in Finlandia: i lupi sconfinano e fanno strage di renne. I cacciatori si sono dovuti arruolare e così questi predatori si riproducono indisturbati e cercano cibo al di là della frontiera”. L’ultima frontiera della guerra ibrida è la cyber-zoologia. Prima Mosca sparge droni in mezza Europa, poi ci manda i lupi, con tanto di cittadinanza e passaporto russi perché nessuno li confonda con quelli finlandesi (il lupo putiniano è nazionalista e mai mangerebbe renne russe). E solo per il gusto di rovinare le consegne di Babbo Natale ai bimbi finlandesi: così imparano a entrare nella Nato. A meno che – dopo aver mobilitato i muli, poi “Hvaldimir, la balena beluga sospettata di essere una spia russa” (Rep) e i “piccioni-cyborg da usare come droni” (Corriere) – Putin non abbia deciso di iniziare l’invasione dell’Europa proprio con i lupi. Pare che i Servizi ucraini, tra un cannibale, un ubriaco e un sieropositivo, abbiano captato il suo ukase ai segugi: “Entrate in Finlandia e proseguite per Lisbona, io poi vi raggiungo”. Che aspetta la Nato a dichiarare le renne finlandesi obiettivi strategici come il Ponte sullo Stretto, a far scattare l’Articolo 5, ad alzare i caccia dalla Polonia e ad abbattere i lupi cattivi? Spetterà poi al Ris di Parma esaminarne le carcasse e accertare che erano proprio russi: basta una foto alla targa di Mosca sotto la coda.

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MA MI FACCIA IL PIACERE

Editoriale di Marco Travaglio

29 dicembre 2025

Ossimori. “Accordo tra Meloni e Salvini. Sì alle armi. ‘Aiuti civili’” (Corriere della sera, 28.12). Dopo la “leva volontaria” e il “si vis pacem para bellum”, abbiamo le “armi civili”. Seguirà la pioggia asciutta.

Mister Talento. “Oggi seduta in Senato. Speriamo che nel 2026 ci sia meno populismo e più politica, mettendo al centro talento e merito” (Matteo Renzi, leader Iv, X, 28.12). Quindi mi sa che lascia di nuovo la politica.

Ho fatto cose… “Manovra, Giorgetti: ‘Fatte cose che sembravano impossibili’” (Stampa, 24.12). In effetti sembra impossibile fare così tante figure di m**da in così poco tempo.

Agenzia Stica**i. “Matteo Renzi e gli auguri di nonna Maria, al suo Natale numero 106. In un video girato presumibilmente a casa, vediamo il politico accanto a nonna Maria che, in francese, pronuncia i suoi auguri ‘à tout le monde!’ e dà a tutti ‘un grande abbraccio’. ‘Noi siamo internazionali’, sottolinea Renzi sottolineando come sua nonna sia ‘uno spettacolo’” (Corriere della sera, 26.12). C’è chi sottolinea sottolineando e chi lecca leccando.

Lupi putiniani. “La guerra di Putin uccide in Finlandia: i lupi sconfinano e fanno strage di renne”, “Abruzzo, nel borgo invaso dai lupi non si esce più la notte. ‘Ma è colpa dell’uomo’” (Repubblica, 24 e 28.12). Indovinate come si chiama l’uomo.

FanTocci. “La via europea per ribaltare le trattative. Ucraini e analisti non credono nella fine del conflitto. L’incognita è capire da che parte è Washington” (Nathalie Tocci, Stampa, 28.12). Che nessuno si azzardi a privarla del profumo del napalm la mattino presto.

Il mondo al contrario. “Davvero poco rassicurante, dunque, l’annuncio della portaminacce russa Zacharova: ‘Mosca è pronta a firmare un patto di non aggressione con la Nato’” (Antonio Polito, Corriere della sera, 27.12). Polito el Drito si sente rassicurato dai patti di aggressione.

I Legnanesi. “Quando i maschi parlano della guerra… La guerra è una pratica arcaica e maschile… Come e quanto muterebbero le sorti dell’umanità alla luce di una più forte presenza e influenza della cultura femminile” (Michele Serra, Repubblica, 28.12). Ma quindi le von der Leyen, Kallas, Machado e pure Tocci sono tutte maschi travestiti?

Saliva. “Renzi è uno dei pochi con l’autorevolezza necessaria per indicare la strada al centrosinistra”. “Buffon scivola sulla saliva e fa autogol ad Atreju” (Fabrizio Roncone, Corriere della sera, 16 e 24.12). Era la saliva di Roncone.

Due gocce d’acqua. “Hitler e Putin. Il modello retorico che li rende uguali. Non è un parallelo banale e sensazionalistico: se si ascoltano il discorso del primo per giustificare l’attacco alla Polonia e del secondo per giustificare quello all’Ucraina, le similitudini sono tante e impressionanti. A cominciare dall’accusa agli aggrediti di essere i reali aggressori” (Sofia Ventura, Huffington Post, 22.12). Peccato che le svastiche gliele abbia fregate il battaglione Azov.

c***olate. “La Russia vince solo nella propaganda. Mosca perde sul campo” (Giovanbattista Fazzolari, FdI, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Stampa, 24.12). Gliel’ha detto suo cugino rettiliano.

Il foreing fighter. “Pacifisti per convenienza. Davanti all’aggressione russa all’Ucraina, in Italia c’è chi preferisce fingere che non li (sic, ndr) riguardi… La sinistra liberale o radicale non dovrebbe dimenticare quanti europei nel 1937 andarono a combattere volontariamente in Spagna per difendere la repubblica del Fronte Popolare contro il fascismo del generale Francisco Franco. Quei volontari avrebbero dovuto essere pacifisti?” (Alfonso Berardinelli, Venerdì-Repubblica, 27.12). Ma no, anzi: arruòlati anche tu volontario e noi ti batteremo le mani.

Gli amuleti. “Prove di alleanza fra Gualtieri e Calenda” (Corriere della sera, 2.12). “Gualtieri e il ‘laboratorio Roma’: Iv in maggioranza (senza M5S)” (Messaggero, 23.12). “Campidoglio, Renzi entra in maggioranza”, “Gualtieri, è campo largo: Iv in maggioranza” (Repubblica, 23.12). Si sarà stufato di fare il sindaco.

Lo storico. “Mi pare che finora nessuno abbia messo a fuoco l’analogia tra l’arrivo a Palazzo Chigi della destra guidata da Meloni, tre anni fa, e l’arrivo al governo dei cattolici guidati da De Gasperi nel 1948” (Ernesto Galli della Loggia, Corriere della sera, 22.12). E non ti sei domandato perché?

Il titolo della settimana/1. “In Germania elogiano l’abolizione del reddito grillino” (Verità, 28.12). Infatti la Germania stanzia 44 miliardi all’anno per uno dei Redditi di cittadinanza più alti del mondo.

Il titolo della settimana/2. “Scetticismo di Usa e Ue sul negoziato con Putin: ‘Vuole vincere la guerra’” (Repubblica, 27.12). Pensavano che volesse perderla.

Il titolo della settimana/3. “L’agenda Occhiuto ‘in libertà’: ‘Dobbiamo trovare il coraggio di continuare il lavoro di Berlusconi innovandolo. Se non ora, quando?’” (Foglio, 22.12). C’è ancora tanto da rubare.

Il titolo della settimana/4. “Garlasco, Sempio trema: l’impronta di una scarpa” (Giornale, 22.12). Per forza: l’unico a portare le scarpe a Garlasco 18 anni fa era lui, tutti gli altri giravano scalzi.

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QUESTIONE DI CELLULE

Editoriale di Marco Travaglio

30 dicembre 2025

Le reazioni bercianti della destra e della sinistra di destra agli arresti dei “finanziatori di Hamas dall’Italia” oscillano tra il ridicolo e il vergognoso. Non staremo qui a menarla con la presunzione di non colpevolezza di cui cianciano sempre quando viene indagato uno di loro per non parlare dei fatti: qui dagli atti appare probabile che gli arrestati finanziassero davvero Hamas. Ed è una gioia scoprire che il governo ha trovato finalmente qualche magistrato buono: infatti elogia i pm, il gip che dà loro ragione (ma non perché sia “appiattito” in quanto “collega”), l’indagine (benemerita, mica uno “scontro fra giustizia e terrorismo”) e financo le intercettazioni (quelle che di solito Nordio definisce “barbarie medievale” e vuole abolire). In attesa del processo alla “cellula terroristica di Hamas” in quel di Genova, i soliti politici reclamano scuse e dissociazioni da chi è stato visto o fotografato accanto al famigerato Hannoun. Che risiede a Genova dal 1983, raccoglie da sempre soldi e li invia a Gaza dichiarandoli alla dogana, è indagato in Italia dal 2001, è nel mirino di Israele da ancor prima, è stato sanzionato dagli Usa nel 2023, ha sempre inneggiato alla lotta armata palestinese, ma non risultava finora aver commesso reati. A parte due fogli di via da Milano per comizi infuocati, non aveva subìto neppure un’espulsione, che non si nega a nessuno. Se però ha finanziato stragi di civili come quella del 7 ottobre, merita una severa punizione.

Il guaio è che Hamas dal 2006 è il governo legittimo della Striscia di Gaza, avendo vinto le elezioni dell’Anp a cui l’Ue e gli Usa l’avevano incoraggiata a partecipare (poi si preferì non votare più). Chi voleva aiutare i gazawi, incluse le famiglie dei morti e dei detenuti in Israele, doveva passare da Hamas. Che peraltro, con i 7 milioni inviati in 24 anni dalla temibile cellula genovese, sarebbe durata due giorni: per sua fortuna a coprirla di miliardi erano Qatar, Egitto, Iran, Algeria, Siria e Turchia. Tutti amici nostri e artefici della “pace in Medio Oriente” (a parte l’Iran, ancora cattivo, e la Siria, diventata buona quando un terrorista dell’Isis ha rovesciato Assad). Voi direte: ma il Qatar dell’emiro al Thani, amicone di Renzi e Meloni che ora strillano per gli spiccioli di Hannoun anziché dissociarsi? Quello. E chi lasciava passare le centinaia di milioni l’anno girati da Doha ad Hamas? Netanyahu, che si vantava di sostenere Hamas contro l’Olp e poi sterminò 70 mila palestinesi in due anni per la legge del taglione. Anche Hannoun invocava per gli israeliani la legge del taglione, senza peraltro (almeno che si sappia) torcere un capello ad alcuno, e ora è un “terrorista”. Il bello di quando accusi qualcuno di terrorismo è che sai dove cominci, ma non sai dove finisci.

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CHI MENTE A CHI

Editoriale di Marco Travaglio

31 dicembre 20025

Sarebbe bello poterci fidare del governo ucraino, con tutti i soldi e le armi che gli regaliamo senza essere suoi alleati nella Nato né nella Ue. Sarebbe bello potergli credere, quando nega di aver tentato di bombardare la dacia di Putin con 91 droni all’indomani del vertice di pace Trump-Zelensky e nel giorno della telefonata fra l’americano e il russo. Così potremmo crogiolarci nella balsamica convinzione che solo i russi mentono, mentre i nostri governi e i nostri amici dicono sempre la verità (anche quando raccontano che in Ucraina muoiono solo i russi). E, scartata la pista ucraina, imboccare a pie’ fermo l’unica alternativa: che l’attentato Putin se lo sia fatto da solo, o sia opera di qualche apparato russo ostile al negoziato, o un’invenzione del Cremlino per sabotare le trattative o screditare Zelensky agli occhi di Trump.

Sarebbe bello, ma purtroppo è un’ipotesi dell’irrealtà. Perché, mentre il regime russo mente ai Paesi nemici, il regime ucraino mente ai Paesi amici, per trascinarci tutti nella terza guerra mondiale. Per Kiev, gli attentatori dei gasdotti Nord Stream erano russi, poi si scoprì che erano ucraini. Il missile caduto in Polonia era russo, poi si scoprì che era ucraino, ma Zelensky seguitò a ripetere la balla e a invocare l’articolo 5 della Nato finché Biden furibondo gli intimò di tacere. L’assassinio di Darya Dugina era opera dei russi, poi fu rivendicato dai servizi ucraini. E poi gli omicidi mirati di tre generali russi, dell’ex deputato socialista ucraino Kiva, del blogger ucraino Tatarsky, dello scrittore dissidente ucraino Prilepin, le bombe contro il ponte di Kerch in Crimea, gli attentati alle petroliere-fantasma nel Mediterraneo fino a Savona: azioni terroristiche oltre confine quasi sempre attribuite da Kiev a Mosca per poi ammettere o financo vantarsi di averli fatti in proprio.

In mancanza di prove, quindi, nessuno può dire chi abbia tentato di bombardare casa Putin in un momento così cruciale dei negoziati. Così come nessuno può dire chi abbia fatto svolazzare centinaia di droni – spesso rimessi insieme con lo scotch – in tutto il Nord Europa fra settembre e novembre, proprio quando i governi dovevano far inghiottire ai riottosi cittadini i primi aumenti di spese militari. Solo che in quei casi, senza uno straccio di prova, tutta l’Ue certificò che erano russi e l’attacco di Putin all’Europa era già iniziato: anche per il drone che spiava Leonardo e il Centro ricerche Ue sul lago Maggiore, che ora s’è scoperto non essere né un drone né russo, ma un aggeggio per il wi-fi in un villino lì vicino; anche per il tetto distrutto di una casa presso Lublino, in realtà sventrato da un missile polacco fuori rotta. Funziona così: Putin mente ai nemici, Zelensky mente agli amici e l’Europa mente a se stessa.

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SCAPPELLAMENTO A DESTRA

Editoriale di Marco Travaglio

02 gennaio 2026

Sarebbe magnifico se, oltre alle guerre e ai guerrafondai, il 2026 si portasse via le frasi fatte da talk show. Soprattutto una: “Con questa opposizione, la Meloni governerà altri vent’anni”. Naturalmente, come tutte le previsioni, anche questa potrebbe avverarsi o venire smentita domani. E non c’è nulla di male nel criticare le opposizioni, visto che la maggioranza, con tutto quel che combina, non perde consensi (nche se i due blocchi sono pari). Ma l’aspetto più esilarante del mantra è che sottintende una dozzina di significati diversi, se non opposti. Il più diffuso tra i “riformisti” (per mancanza di riforme) è che l’opposizione si oppone troppo: dovrebbe opporsi di meno. Quando dicono che “è divisa sulla politica estera” – a parte la scemenza di pretendere coesione tra le opposizioni – non ce l’hanno col Pd e i centrini che votano sempre con le destre su guerra e riarmo: ma con 5Stelle e Avs che votano contro. Eppure, se c’è una cosa che spacca le destre (quelle sì tenute alla coesione) è quella: siccome la gente è allergica al riarmo, si arrampicano sugli specchi per non chiamarlo col suo nome e non perdere voti. Se l’intera opposizione votasse contro, i distinguo leghisti passerebbero dalle chiacchiere ai fatti e la faglia nella maggioranza si allargherebbe. Ma la Meloni sa di essere in una botte di ferro e Salvini di avere la pistola scarica: se la Lega si tira indietro su armi a Kiev e spese militari, le subentra il Pd, che in gran parte è persino più bellicista di FdI.

Poi ci sono quelli che “le opposizioni non parlano di temi concreti”. Balle: Schlein e Conte parlano solo di temi concreti, ma i media preferiscono menarla su Atreju e Conte che ci va e la Schlein che dice sì e poi no, sul “federatore del centrosinistra”, il “nuovo Prodi”, il “voto moderato”, la “terza gamba al centro” (chiedendo scusa alle signore) con morti di sonno come Gentiloni e Ruffini (noti trascinatori di folle) o la Salis (che pare uscita dall’IA). A parte i limiti di linguaggio, non è la Schlein il problema del Pd: basta vedere gli altri presunti leader. Il problema del Pd è il Pd, un accrocco di 6-7 partiti che dicono e fanno tutto e il suo contrario. Ma almeno la Schlein inciuci con la destra non ne fa. Chi insegna a fare opposizione finge di scordarsi che il Pd, anche quando si chiamava Pds, Ds, Ppi, Margherita, Asinello, Ulivo, Unione, l’opposizione non l’ha mai fatta. Con B. faceva le Bicamerali e i patti del Nazareno, non risolveva il conflitto d’interessi, varava schiforme della giustizia ideate da Previti, gli regalava l’indulto, ci governava addirittura insieme (Monti, Letta e Draghi). Ora almeno la Schlein ha smesso, non foss’altro che per inseguire Conte. Ed è proprio questo che manda ai matti gli occhiuti censori di Schlein e Conte: che l’opposizione si opponga.

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SUA INTERMITTENZA

Editoriale di Marco Travaglio

03 gennaio 2026

Come ogni anno, siamo tutti in festa perché l’elettrizzante discorso di San Silvestro del presidente della Repubblica ha stabilito un nuovo record di ascolti: il fatto che fosse a reti unificate Rai, La7, Mediaset (due su tre), Sky e Tv2000 non deve ingannare. Il boom di share è senz’altro dovuto alla travolgente frizzantezza dell’omelia, che ho apprezzato nelle brevi pause fra le botte di sonno e gli attacchi di narcolessia. A intermittenza. All’inizio mi è parso che Mattarella citasse le “case devastate dai bombardamenti nelle città ucraine” e la “distruzione delle centrali per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori” (sempre ucraini). E subito dopo la “devastazione di Gaza”, però dovuta non a bombardamenti, ma a cedimenti strutturali o eventi sismici: tragiche fatalità, ecco. Idem per i “neonati al freddo che muoiono assiderati”, ma non perché qualcuno li mitragli alzo zero e vieti alle Ong di soccorrerli, bensì per un raro guasto generale a termosifoni, split, riscaldamenti a soffitto, a parete e a pavimento che dura da 27 mesi. Fra l’altro quel qualcuno, noto criminale di guerra ricercato dalla Cpi, ha appena sorvolato l’Italia per recarsi a Washington e presto lo rifarà come se fosse a casa sua per tornare indietro, senza che il nostro governo e il nostro presidente facciano una piega. Del resto non mossero un sopracciglio neppure quando sequestrò alcune barche italiane in acque internazionali come se il Mediterraneo fosse la sua vasca da bagno. Né quando gli Usa sanzionarono la cittadina italiana Francesca Albanese per aver denunciato i crimini di Israele, chiudendole i conti correnti per chiuderle la bocca. Però “l’Italia è un attore di grande rilievo sulla scena internazionale”, e sono soddisfazioni.

Ho fatto in tempo a sentire che “il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte”, ma lì mi sono appisolato e non so se Mattarella se l’è poi presa con chi invase l’Afghanistan e l’Iraq e bombardò la Serbia e la Libia, o magari con l’Ue che sabota il piano di pace Usa. La frase “raccogliamo l’invito del Papa a disarmare le parole” mi ha ridestato di soprassalto e commosso, ma è stato solo un attimo: così mi son perso il conseguente attacco a quel tale che usa paragonare Putin a Hitler ed evocare ora la Prima, ora la Seconda guerra mondiale. Nel dormiveglia, mi è parso di sentire che “dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimerci”, in leggerissima contraddizione col recente “le spese per la difesa sono poco popolari, ma poche volte come ora necessarie”. Però forse era solo un incubo. Ove mai qualcuno fosse arrivato sveglio fino in fondo, mi faccia sapere.

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A CHI INVIAMO LE ARMI?

Editoriale di Marco Travaglio

04 gennaio 2026

L’attacco criminale e terroristico di Trump allo Stato sovrano del Venezuela, nella miglior tradizione del “cortile di casa”, è una conferma e al contempo una lezione per chi non vuole capire come va il mondo.

1) La conferma è che cambiano i presidenti – democratici o repubblicani, ortodossi o eterodossi – ma non gli Usa, che fanno sempre i loro porci comodi. Ma senza mai preoccuparsi del “dopo”. Trump è un eterodosso, tant’è che sogna ridicolmente il Nobel per la Pace, mentre i suoi predecessori han sempre vinto ad honorem quello della Guerra. Ma il suo sbandierato isolazionismo viene regolarmente risucchiato dal cancro “neocon” che gli siede accanto nelle persone di Rubio e di tanti invisibili del Deep State. La differenza con gli altri presidenti è che Trump non prova neppure ad ammantare il golpe a Caracas con l’esportazione della democrazia, l’ingerenza umanitaria o altre esche per gonzi: dice papale papale che vuole il petrolio e quando parla di “narcoterrorismo” non ci crede nemmeno lui (ha appena graziato l’ex presidente honduregno Hernandez, condannato negli Usa a 45 anni per un mega-traffico di cocaina).

2) La lezione è che l’Occidente non ha mai avuto alcun titolo per insegnare il diritto internazionale alle “autocrazie”. Se gli attacchi criminali della Nato alla Serbia, all’Afghanistan, all’Iraq e alla Libia e lo sterminio israeliano a Gaza non fossero bastati, ora c’è il Venezuela a denudare l’ipocrisia e la doppia morale dei “buoni”: alcuni governi europei condannano debolmente gli Usa, altri pigolano, la von der Leyen farfuglia di “transizione democratica”, l’inutile Kallas predica “moderazione” a bombardamenti e colpo di Stato avvenuti, la Meloni si e ci copre di vergogna e di ridicolo vaneggiando di “intervento difensivo legittimo”. La fiaba dell’“aggressore” e dell’“aggredito” era buona solo per l’invasione russa dell’Ucraina. Così come le giaculatorie euro-mattarelliane sulla “pace giusta” e sul diritto di tutti gli ucraini (non solo dei locali) a decidere le sorti del Donbass: e, di grazia, chi dovrebbe decidere il presidente del Venezuela, se non il popolo venezuelano? Nel 2019 ben altro premier, Conte, rifiutò di riconoscere il golpista Guaidò che Trump voleva imporre a Caracas, unico in Europa con papa Francesco. Poi arrivarono i camerieri Draghi e Meloni. Ora, per coerenza, l’Ue dovrebbe inviare armi ai seguaci di Maduro aggrediti e sanzionare con 22 pacchetti gli Usa aggressori. Ovviamente non ci pensa nemmeno: a Trump dice sempre sì quando dovrebbe dire no (dazi, gas, armi e 5% di Pil alla Nato) e no quando dovrebbe dire sì (il piano di pace sull’Ucraina). In fondo i nostri sgovernanti lo preferiscono quando fa la guerra che quando prova a fare la pace.

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MA MI FACCIA IL PIACERE

Editoriale di Marco Travaglio

05 gennaio 2026

Trumponi. “In Venezuela un intervento difensivo e legittimo” (Giorgia Meloni, premier FdI, 3.1). Ma infatti: Maduro stava invadendo gli Stati Uniti d’America.

Sembra ieri. “Blitz Usa: preso Maduro”, “L’ex autista di bus cresciuto all’ombra di Chàvez e il partito ‘madurista’ fuori dal Venezuela. La fascinazione anche in parte della sinistra e del M5S” (Corriere della sera, 4.1). “Attacco Usa, catturato Maduro”, “Soprusi e caduta del dittatore delfino di Chàvez” (Repubblica, 4.1). “La liberazione”, “God bless America!”, “Il trionfo di The Donald”, “L’ora della libertà”, “L’asse del male subisce un colpo”, “Da Chavez a oggi: le amicizie pericolose dei 5Stelle” (Giornale, 4.1). “Tiranno caduto, sinistra in lutto” (Libero, 4.1). A proposito: com’era quella storiella dell’aggressore e dell’aggredito?

Quasi unicum. “Fa sorridere il ricorso al diritto internazionale di chi, come Putin, lo viola ogni giorno da quattro anni con una guerra criminale; e l’invasione dell’Ucraina resta un unicum in Europa dal 1945 in poi” (Goffredo Buccini, Corriere della sera, 29.12). A parte le nostre, si capisce.

Quasi esule. “Nel 2016 volevo trasferirmi negli Stati Uniti: avevo ottime offerte, ho sbagliato a non farlo” (Matteo Renzi, leader Iv, Sette-Corriere della sera, 2.1). Gli Stati Uniti comunque ringraziano.

Lezioni di italiano. “‘Il Referendum sarà in Primavera’. Cantano vittoria (ma di che?) Coloro che si oppongono e raccolgono le firme. Benvenga. Non c’è fretta. Il cambiamento spaventa è comprensibile. Sopratutto quando si chiamano i cittadini a dire la loro su un meccanismo di potere intoccabile” (Gaia Tortora, X, 30.12). Invece la grammatica e la sintassi sono toccabilissime.

Strepitoso successo. “Caro vita e liste d’attesa sempre più lunghe, poi tasse, lavoro sicurezza, gestione dell’immigrazione, guerra senza vie d’uscita e mancanza di futuro per i giovani: le emergenze che preoccupano il Paese” (Alessandra Ghisleri, Stampa, 29.12). Strano: dev’essersi scordata l’epocale cambiamento della separazione delle carriere.

Inciuccioli. “Il Pd? Gruppettari. Bisogna dare una casa agli elettori moderati di centrosinistra”, “Nel Pd prevalgono problemi di carriera personale rispetto al dibattito sulle scelte politiche” (Claudio Petruccioli, ex Pds, Dubbio e Libero, 24 e 30.12). Dài che così magari la destra ti richiama a presiedere la Commissione di Vigilanza e poi la Rai.

Lo stratega. “Secondo un sondaggio sull’orientamento degli italiani sulla guerra in Ucraina l’11% è pro Russia, il 32% pro Ucraina, il 57% è stufo o indifferente. Ebbene l’indifferenza è il sentimento che preferisce Putin o qualsiasi altro autocrate-macellaio, per agire indisturbato” (Augusto Minzolini, X, 30.12). Infatti, prima di agire, Putin consulta sempre i sondaggi sull’orientamento degli italiani.

Benebravobis. “Un cantiere chiamato Giubileo. Gualtieri: ‘Completati 121 interventi, ma continueremo a lavorare’. Il Comune alla fine utilizzerà il 96% dei fondi a sua disposizione” (Repubblica-Roma, 31.12). Wow: il Giubileo è finito, gli interventi ultimati sono 121 su 332, ma prima o poi terminano quasi tutti gli altri: per il Giubileo del 2050, se va di c**o.

Gastone. “Fra Pd e M5S fine anno di gelo. E sulle armi Conte resta solo” (Domani, 31.12). “Guerini: ‘Il Pd dica basta a Conte. O con Kyiv o niente alleanza’” (Foglio, 3.1). A questo Conte càpitano proprio tutte le fortune.

Effetto boomerang. “Mattarella esorta i giovani: siate esigenti” (Corriere della sera, 2.1). Ma gli conviene?

Forza guerra. “A volte la guerra è necessaria. Succede che non la guerra ma le sue conseguenze diventino fattori di cambiamento e di progresso” (Corrado Augias, Repubblica, 29.12). Stare sulla Torre di Babele e non capirci una mazza.

Il titolo della settimana/1. “L’agenda di Renzi: ‘Come si smonta Giorgialand’” (Foglio, 29.12). Dal patto del Nazareno all’agendina Nazareno Gabrielli.

Il titolo della settimana/2. “Raccolta fondi per Hamas: a Centocelle spuntano 100mila euro in contanti” (Repubblica-Roma, 29.12). Invece a Duecentocelle ne spuntano 200 mila.

Il titolo della settimana/3 “Mafia, il boss camorrista rivela: “Portai voti a Procaccini”. L’europarlamentare FdI nega” (Repubblica, 30.12). Più che altro li procacciò.

Il titolo della settimana/4. “Kiev senza pace: la Russia punta solo alla vittoria” (Dubbio, 2.1). Strano, si pensava che puntasse anche alla sconfitta.

Il titolo della settimana/5. “L’Italia batte gli Houthi” (Messaggero, 30.12). Praticamente Totò contro Maciste.

Il titolo della settimana/6. “Le sberle di Sergio Mattarella ai finti pacifisti” (rag. Claudio Cerasa, Foglio, 31.12). Quelli veri bombardano la Serbia per 78 giorni.

Il titolo della settimana/7. “‘Soldi ad Hamas’: ora Hannoun trema. L’imbarazzo di Conte” (Giornale, 31.12). Uahahahahah.

I titoli della settimana/8. “La bussola di Mattarella”, “La scossa di Mattarella” (Repubblica, 2.1). Che usi una bussola elettrica?

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FIRMARE E VOTARE PER NOI

Editoriale di Marco Travaglio

06 gennaio 2026

La raccolta di firme per il referendum sulla separazione dei magistrati e lo sdoppiamento del Csm (che anzi si fa in tre con l’Alta Corte disciplinare) è giunta a quota 230 mila in due settimane. Ma bisogna continuare a firmare, perché per il traguardo del mezzo milione c’è tempo sino a fine gennaio. Intanto la propaganda del Sì sta eguagliando i record ballistici della schiforma Renzi-Boschi-Verdini del 2016, quando tentarono di farci credere che il Sì avrebbe garantito cure migliori contro il cancro. Ora il mantra è che, separando le carriere, non avremo più un “caso Tortora”. E il guaio è che lo raccontano anche i congiunti del presentatore. Enzo Tortora, accusato da alcuni pentiti, fu indagato e arrestato nel 1983 per associazione camorristica e traffico di cocaina in un’indagine affidata col vecchio Codice da due pm antimafia di Napoli (requirenti) a un giudice istruttore (giudicante). Dopo 7 mesi di custodia cautelare, ottenne i domiciliari. Nel 1984 fu eletto eurodeputato con i Radicali, uscì di prigione grazie all’immunità e nel 1985 affrontò da libero il maxiprocesso alla Nuova Camorra Organizzata. Condannato dal Tribunale a 10 anni nel 1985, si dimise dal Parlamento europeo e tornò ai domiciliari. Nel 1986 fu assolto in appello e nel 1987 la Cassazione confermò la sentenza in via definitiva.

Se le carriere fossero state separate e fosse vero che i magistrati si danno ragione a vicenda perché appartengono alla stessa “famiglia”, i giudici di appello e di Cassazione mai avrebbero osato contraddire il collega giudice istruttore che aveva arrestato e rinviato a giudizio Tortora; e men che meno i tre colleghi giudici di primo grado che l’avevano condannato. Seguendo la “logica” dei separatisti, il presentatore sarebbe stato condannato anche in secondo e terzo grado. Spacciato da Meloni, Tajani&C. per uno spot al Sì, il caso Tortora è un formidabile spot al No. Anche perché la “riforma” sfigura la mentalità dei pm. Oggi i futuri pm e giudici vengono educati dopo la laurea alla “cultura della giurisdizione” (dire giustizia), cioè alla ricerca della verità processuale senza pregiudizi favorevoli o sfavorevoli, né timori di ripercussioni, né ansie di “risultato” o di “vittoria”: cioè con equilibrio e imparzialità. Possono sbagliare, come tutti gli umani. Ma il sistema, con i suoi tanti (troppi) gradi e fasi di giudizio, fa il possibile per correggere gli errori. Se i pm fossero sganciati dai giudici e dunque dalla cultura della verità e dell’imparzialità e si autogestissero in un Csm tutto per loro, diventerebbero molto meno equilibrati, più “accaniti” e attenti al “risultato”, senza andare tanto per il sottile. E gli errori, anziché ridursi, aumenterebbero. La riforma Nordio non è contro i magistrati: è contro tutti noi cittadini.

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SIAMO I PEGGIORI

Editoriale di Marco Travaglio

07 gennaio 2026

Dài e dài, ce l’abbiamo fatta. La Befana di Giorgia Meloni, con il suo plauso a Trump per l’“intervento difensivo e legittimo” in Venezuela, ci regala la maglia nera in Europa e forse nel mondo, ex aequo con i governi canaglia di Milei e Netanyahu. E persino peggio di Trump, abbastanza spudorato per evitare barzellette tipo la legittima difesa da Maduro il Terribile. Pure Marine Le Pen dà alla nostra premier una lezione di sovranismo e dignità: “Ci sono mille ragioni per condannare il regime di Maduro, ma esiste una ragione fondamentale per opporsi al cambio di regime che gli Usa hanno provocato. La sovranità degli Stati non è mai negoziabile, a prescindere dalla dimensione, dalla potenza, dal continente. È inviolabile e sacra” e chi oggi vi rinuncia “accetta domani la sua propria servitù”.

A nessuno venga in mente di dire che l’Italietta è sempre stata serva degli Usa. Nel 2019, quando tutto l’Occidente riconobbe il golpista Juan Guaidó che Trump voleva insediare al posto di Maduro, un solo governo europeo (insieme a papa Francesco) oppose il gran rifiuto: il Conte-1 M5S-Lega. Guaidó, il presidente del Parlamento che pretendeva di farsi capo dello Stato senza passare per le urne, si appellò a Conte sulla Stampa. E Conte gli rispose: “Il mio governo non l’ha riconosciuta quale Presidente ad interim non solo per ragioni di ordine giuridico-formale”, ma anche per non “contribuire alla radicalizzazione delle rispettive posizioni, favorendo la spirale di violenza col risultato di rendere ancora più drammatica la condizione della popolazione. Questo anche nella prevedibile prospettiva di un confronto internazionale ‘per procura’, che avrebbe reso ancor più conflittuale la contrapposizione”. Disse che l’Italia era impegnata a “promuovere una soluzione pacifica, attraverso un dialogo politico finalizzato a libere elezioni presidenziali” e aveva sempre “condannato fermamente qualsiasi escalation di violenze, abusi e limitazioni delle prerogative dei deputati venezuelani”, due dei quali avevano “ottenuto rifugio presso la nostra ambasciata”. Ricordò di aver “inviato a Caracas il mio consigliere diplomatico Benassi, che col Nunzio apostolico ha incontrato lei, alcuni membri dell’Assemblea nazionale e il ministro degli Esteri” per “favorire ogni strumento di dialogo utile a comporre il conflitto” con una “transizione democratica”; e di aver “stanziato fondi per fornire beni di prima necessità, medicinali e varie forme di sostegno ai più indigenti” con la S. Sede, l’Onu e la Croce Rossa. Ma ribadì che per l’Italia “le crisi politiche e sociali possono trovare soluzione solo attraverso il dialogo politico, mai con l’opzione militare, considerato che la violenza genera sempre altra violenza”. Un’altra Italia.

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