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CORAGGIO, FATTI AMMAZZARE
Editoriale di Marco Travaglio
27 febbraio 2026
Anche nel 4° anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina e nel 12° del golpe di Maidan contro il presidente neutralista Yanukovich che scatenò la guerra civile, gli sgovernanti europei e i loro trombettieri continuano a evitare i conti con la realtà. E a raccontare (e a raccontarsi) frottole: la Russia sta perdendo la guerra, o è “impantanata”, quindi Kiev può vincere. Intanto l’Ucraina è devastata e decimata; gli Usa da un anno non le inviano più un euro né una fionda; l’Ue ha finito i soldi e le armi, salvo quelle che compra dagli Usa per regalargliele perché continui a perdere uomini e territori, e non riesce neppure a varare il 20° pacchetto di sanzioni né il “prestito” di 90 miliardi. In un simile disastro, una classe dirigente sana di mente ammetterebbe di aver fallito e aiuterebbe Kiev nell’unica cosa che le serve: tornare alla neutralità che le aveva garantito 25 anni di esistenza pacifica dopo l’indipendenza, con rapporti di buon vicinato sia con Mosca sia con l’Ue. Se Zelensky l’avesse accettata prima dell’invasione (come chiesero Scholz e Macron), o subito dopo (come chiese Putin a Istanbul con l’autonomia del Donbass pattuita a Minsk), l’Ucraina sarebbe tutta intera, senza centinaia di migliaia di morti e 4 milioni di profughi. Invece ha perso il 20% del territorio (il triplo del 7% che Mosca controllava prima del 2022, non il 14 inventato a Otto e mezzo dalla Tocci). E tanto basta a dichiararla sconfitta: Zelensky, Ue e Nato hanno sempre definito “vittoria” la riconquista della Crimea e di tutti i territori perduti negli oblast di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia, Kherson, Kharkiv, Sumy e Dnipropetrovsk; invece Putin, in Alaska e nel piano di pace concordato con Trump, ha chiesto le zone finora occupate più il 15-20% che gli manca del Donetsk in cambio di altre aree superflue sotto il suo controllo. E, siccome Kiev e l’Europa hanno risposto picche, continua la guerra per prendersi anche quel lembo di terra ultra-fortificato dalla Nato, al prezzo di altri morti e devastazioni.
Per raggiungere gli obiettivi dichiarati, alla Russia bastano 4-5mila kmq in Donetsk, mentre all’Ucraina ne servirebbero 120mila: siccome nell’ultimo anno i russi ne hanno conquistati 4-5mila, ciascuno può trarre le proprie conclusioni. Invece, con grave sprezzo del ridicolo, Merz dice che “Mosca deve arrendersi”. La Kallas che “la Russia è allo sbando, con l’economia a pezzi e i cittadini sono in fuga” (la confonde con l’Ucraina). E Rutte – in piena dissociazione schizofrenica – che “Mosca produce in tre mesi le armi che l’intero Occidente fabbrica in un anno”, ma “se ci attaccasse ora vinceremmo ogni battaglia”. E allora, di grazia, perché dovremmo versare 800 miliardi per il riarmo e il 5% del Pil alla Nato?
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PARLIAMO UN PO’ DI NOI
Editoriale di Marco Travaglio
28 febbraio 2026
Cari lettori, da domani troverete un Fatto quotidiano un po’ diverso dal solito. Abbiamo fatto di necessità virtù, disegnando con il nostro art director un giornale più agile, essenziale, compatto ed esclusivo, sposando le esigenze di sintesi, imposte dalla riduzione dei tempi di lettura del pubblico, con quelle di risparmio, imposte dagli aumenti dei costi. Tutto cambia nel mondo dell’editoria: l’aumento dei lettori digitali, la chiusura delle edicole, la moltiplicazione dei mezzi di comunicazione che obbliga i giornali a privilegiare sempre più le notizie esclusive affidando quelle note a tutti al rullo incessante e immediato del web (dove il nostro sito è fra i più frequentati d’Italia). L’equilibrio fra il giornale cartaceo e digitale e le sue proiezioni in rete (il sito e i social) ci hanno fin qui premiati su tutti i fronti: il nostro giornale è l’unico in Italia in costante crescita per la diffusione anche e soprattutto grazie agli abbonamenti digitali e nella classifica Audipress di novembre è balzato al terzo posto fra i quotidiani generalisti. Ma i ricavi che una copia digitale assicura alla nostra azienda sono solo un quarto di una cartacea.
Non avendo e non volendo santi in paradiso, facciamo da soli. Da un lato, riducendo i costi senza pregiudicare la qualità dell’informazione su carta e sulla parte “pay” del sito, che sarà arricchita con più articoli di qualità, analisi e approfondimenti. Dall’altro, impegnandoci tutti – giornalisti e lettori – ad allargare la comunità del Fatto fino all’obiettivo che ci metterebbe definitivamente in sicurezza e non è più solo un sogno, visto l’ottimo andamento delle ultime campagne: quello dei 100 mila abbonati digitali.
Nell’attesa, il Fatto torna nei giorni feriali al formato delle origini: 16 pagine, che salgono a 20 il sabato e la domenica, quando c’è più tempo per leggere, e nelle occasioni speciali. Il numero degli articoli resterà pressoché invariato, ma saranno un po’ più brevi. Anche le rubriche verranno razionalizzate e rinnovate, ma senza perdere nessuna delle nostre firme. Qualche sacrificio sarà inevitabile, come la rinuncia ai programmi tv (che però ormai si trovano su molti siti) e ad alcuni appuntamenti di servizio, come le pagine di moda e motori e alcune recensioni culturali che traslocheranno sul sito. Il tutto in cambio di una lettura più facile e più snella, che però non pregiudichi il giusto spazio da riservare agli approfondimenti. Questi sono i criteri che abbiamo seguito e che, come ogni scelta, accontenteranno alcuni e scontenteranno altri. Il giudizio spetterà, come sempre, a voi lettori: i nostri unici padroni.
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THE WAR OF PEACE
Editoriale di Marco Travaglio
01 marzo 2026
Abbiamo atteso un po’, prima di scrivere dell’attacco criminale e illegale di Usa&Israele all’Iran, nella speranza che la commissione Ue o almeno qualche governo europeo o almeno qualche ministro italiano o almeno qualche cultore intermittente del diritto internazionale estraesse qualche parola simile a quelle usate contro l’invasione criminale e illegale della Russia in Ucraina. Tipo che c’è un aggressore e un aggredito, che non si cambiano i governi e non si risolvono le controversie con le guerre, che chi lo fa va arrestato, che serve una pace giusta col ritiro immediato e incondizionato degli aggressori, i quali vanno puniti con 20 pacchetti di sanzioni, il sequestro dei beni dei loro cittadini e la cacciata di tutti i loro artisti, intellettuali e atleti. Attesa vana. Come già per i crimini israeliani a Gaza, in Cisgiordania e in sette Paesi vicini e per l’aggressione Usa al Venezuela, la cosiddetta Europa e i “sovranisti” e “riformisti” italioti stanno con l’aggressore contro l’aggredito. E l’unica critica che riescono a pigolare su Trump e Netanyahu è che aggrediscono troppo poco, perché bombardare l’Iran centrando scuole e uccidendo centinaia di persone rischia di non bastare per rovesciare il regime: serve una bella invasione di terra che duri qualche mese o anno e ne ammazzi decine o centinaia di migliaia per liberarli meglio, tipo quelle che – com’è noto – esportarono la democrazia in Afghanistan e in Iraq.
Nessuno può sapere perché Trump abbia deciso di rinnegare definitivamente l’isolazionismo Maga che l’aveva fatto rieleggere per impelagarsi in una guerra dagli esiti incerti in pieno negoziato (promosso da lui) con un Paese di 90 milioni di abitanti orgogliosi di una tradizione imperiale trimillenaria, per accuse palesemente false (persino la Cia esclude che Teheran sia una minaccia) e al seguito di un terrorista disperato come Netanyahu, compromettendo le residue speranze di evitare la sconfitta per motivi tutti interni alle elezioni di Midterm. Anche perché ora sarà ancora più arduo smentire i sospetti sui file di Epstein e i ricatti dei suoi complici israeliani. L’unica certezza è che Trump – come ha appena dimostrato lasciando in piedi il regime madurista in cambio di petrolio e imbottendo di tiranni il Board of Peace di Gaza – se ne frega di portare la democrazia agli iraniani (che non l’hanno mai vista neppure in cartolina, nemmeno nei Paesi vicini). E, quanto al terrorismo internazionale, sa bene che bombardamenti e invasioni l’hanno sempre moltiplicato. Ove mai servisse, è la conferma che le peggiori minacce alla pace mondiale restano gli Usa e Israele.
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BIG MAMA ALLA DIFESA
Editoriale di Marco Travaglio
02 marzo 2026
Ci scusiamo per aver scritto che né l’Ue né i governi europei né i ministri meloniani né i loro reggipalle “riformisti” hanno detto una parola chiara sull’attacco criminale di Usa e Israele all’Iran. Quando il Fatto era già in stampa, i suddetti tartufi hanno scandito parole chiarissime: ma a favore dell’aggressione a uno Stato sovrano, spacciata per “attacco preventivo” (per prevenire non si sa cosa);e contro le legittime rappresaglie del Paese aggredito. Ecco la presidente del Parlamento Ue, tal Metsola: “Gli attacchi del regime iraniano contro i paesi del Golfo sono ingiustificabili e imperdonabili. Il regime iraniano deve astenersi da qualsiasi ulteriore escalation contro Stati del Golfo, Israele o cittadini europei o statunitensi”. Quindi, se Usa e Israele, violando l’abc del diritto internazionale, sterminano un capo di Stato e centinaia di civili, incluse 148 bambine e ragazze nella loro scuola per liberare le donne iraniane dal velo, è cosa buona e giusta; se invece il Paese aggredito risponde con una rappresaglia pienamente legittimata dal diritto internazionale contro gli aggressori e i loro complici, è un peccato mortale. Alle giovani trucidate dai liberatori pensa però una dei tanti vicepresidenti del Parlamento europeo, tal Picierno, ovviamente del Pd: “Viva l’Iran libero… Quando viene deposto un dittatore (le hanno detto che Khamanei è stato deposto, ndr), è sempre un giorno di festa per il mondo libero… nel nome delle bambine, delle ragazze e delle donne minacciate, torturate e assassinate da un regime criminale” (par di sentirle, le loro urla di giubilo da sottoterra).
Poi naturalmente tutti a sanzionare l’aggressore Putin perché ha imparato da noi; e ad armare l’Ucraina aggredita (non a caso Zelensky plaude entusiasta agli aggressori dell’Iran, con le stesse parole che Putin usa per lui). A proposito: quando parte la prima fornitura di armi e missili a lunga gittata all’esercito iraniano aggredito? Vorremmo tanto chiederlo al ministro Crosetto, ma purtroppo è impegnato a rientrare da Dubai, dove villeggiava durante l’attacco senza avvertire i servizi segreti, cosa peraltro inutile visto che né quelli né la Meloni erano stati avvertiti dall’alleato privilegiato (che pare si sia scordato persino di Di Maio, “inviato speciale della Ue nel Golfo”). Si conferma così il ruolo fondamentale dell’Italia come ponte fra Trump e Ue, grazie anche alla decisiva presenza di Tajani nel Board of Peace in veste di osservatore-finanziatore, cioè di guardone-pagante. Purtroppo le migliaia di italiani bloccati nei Paesi del Golfo, fra cui la cantante Big Mama, non hanno la fortuna di chiamarsi Crosetto e restano lì, sotto i droni e i missili iraniani, grazie alla squisita premura degli “alleati”. Con amici così, che bisogno abbiamo di nemici?
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Inserito il - 03/03/2026 : 04:39:19
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I NEMICI DEGLI ALTRI
Editoriale di Marco Travaglio
03 marzo 2026
Nessuno può ovviamente sapere né quanto durerà né come finirà la guerra avviata da Trump a rimorchio di Netanyahu contro l’Iran che ha fatto esplodere l’intero Medio Oriente. L’unica certezza è chi sarà la vittima principale, oltre alla popolazione civile “liberata” a suon di bombe e stragi: l’Europa. Ancora una volta pagheremo carissima una guerra che non ci appartiene contro un nemico che non è il nostro. Noi europei centro-occidentali non abbiamo nemici, ma ce li facciamo regolarmente imporre dai presunti “amici”: gli Usa e ora persino Israele. Con l’Iran, così come con Russia e Cina, avremmo tutto l’interesse ad avere rapporti decenti, ma non possiamo perché gli “amici” ci costringono a combattere o a subire le loro guerre. Dovremmo deciderci – lo scrive Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa – a “liberarci dei liberatori”, ma per farlo ci servirebbe una classe dirigente degna di questo nome al posto degli invertebrati che ci sgovernano, incapaci di fare i nostri interessi, opposti ormai da decenni da quelli di Washington. Nel 1999 Clinton ci trascinò in guerra con la Serbia di Milosevic, destabilizzando i Balcani a spese nostre e della Russia e a vantaggio degli Usa. Nel 2001-’03 Bush jr. ci trascinò in guerra con l’Afghanistan e l’Iraq, con ondate di profughi e di terrorismo e rincari petroliferi che danneggiarono l’Europa. Nel 2010-’11 Obama fomentò le primavere arabe incendiando il Nord Africa e il Medio Oriente dalla Libia, all’Iraq alla Siria, compromettendo la nostra sicurezza energetica e quella politica con altre vagonate di migranti. Il golpe di grazia arrivò nel 2024, con il regime change in Ucraina (non un filoputiniano, ma la vicesegretaria di Stato Victoria Nuland dichiarò al Congresso che gli Usa avevano “investito 5 miliardi” nella “rivolta” di Maidan al grido di “Europa vaffanc**o!”), la guerra civile, l’invasione russa, la distruzione dei gasdotti Nord Stream a opera del trio Kiev-Varsavia-Cia, le auto-sanzioni a Mosca, i soldi buttati in una guerra persa in partenza: cioè il definitivo suicidio dell’Europa.
Sempre lo stesso copione: gli Usa ci impongono le loro guerre, noi paghiamo il conto e raccogliamo i cocci. Ora le bombe sull’Iran, con la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz e il gran ritorno dei pirati Houthi contro le nostre navi, rimandano alle stelle il greggio e indovinate chi ci rimette? Noi. E chi ci guadagna? Gli Usa, che aumenteranno vieppiù le esportazioni del loro gas e del loro petrolio, costosissimi e inquinantissimi per la tecnica del fracking, ma ora persino convenienti col boom del greggio e la rinuncia suicida dell’Europa a rifornirsi in Russia a un quinto del prezzo. Poi, come sempre, arriveranno i profughi e i terroristi. Furbi, noi.
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ANTONIO LA TRIPPA
Editoriale di Marco Travaglio
04 marzo 2026
Da tre anni e più sentiamo ripetere da chi ci capisce che sulle questioni interne il governo Meloni è un po’ così, ma in politica estera vuoi mettere: non ne sbaglia una. Basta vederlo all’opera sulla nuova guerra scatenata dagli amici Donald e Bibi. Qual era l’unico Paese europeo ad avere un ministro nel Golfo prima e durante l’attacco all’Iran? Il nostro, grazie a Crosetto. Sì, vabbè, i due “alleati” si erano scordati di informarci, ma lui è telepatico: li ha bruciati sul tempo ed è volato a Dubai con la famiglia. Poi, è vero, ha un po’ pasticciato con le versioni: “Ero lì per un periodo di ferie”, “Ero lì anche per incontri istituzionali”, “Ero lì per mettere in salvo la mia famiglia in pericolo”, “Ero lì perché non c’erano rischi”. Ma solo perché non poteva dire la verità: stava girando il nuovo cinepanettone Vacanze a Dubai. Avercene, di ministri così. Intanto la Meloni condanna l’Iran aggredito e difende gli aggressori perché l’attacco israelian-americano è dovuto alla “crisi del diritto internazionale, figlia dell’attacco russo all’Ucraina”: prima – com’è noto – la Nato non aveva attaccato Serbia, Afghanistan, Iraq e Libia né provocato la Russia, come lei stessa diceva fino al 2022 contestando le sanzioni a Putin, felicitandosi con lui per la democraticissima rielezione e incolpando Biden per la guerra in Ucraina. In pratica, se Trump e Netanyahu attaccano l’Iran, ha stato Putin.
Poi c’è Tajani, ministro degli Esteri fino a un certo punto. Che fosse il più sveglio della compagnia l’avevamo già intuito quando risolse brillantemente il giallo di Crans Montana (“Evidentemente qualcosa non ha funzionato”); spiegò che il Ponte sullo Stretto servirà “per l’evacuazione in caso di attacco da Sud”, tipo dal Madagascar; e si esibì nel ballo dell’insaccato “Chi non salta comunista è”. Ora detta alle migliaia di italiani abbandonati nel Golfo una tecnica di sopravvivenza a prova di bomba: “Se vedete un drone, non affacciatevi alla finestra e non andate per strada”. Idem per i missili: se fate in tempo a vederne uno, scansatevi. Messi al sicuro i connazionali, Antonio La Trippa s’è dedicato a Conte, intimandogli di vergognarsi per due peccati mortali. 1) “Andava in ginocchio da Trump e dalla Merkel” (infatti a Trump disse di no sulla Via della Seta e su Guaidó e alla Merkel sul Mes, facendole ingoiare il Pnrr, cioè i 209 miliardi che i melones ancora incassano per tenere il Pil sopra lo zero). 2) “Trump lo chiamò Giuseppi, a me non mi chiama Tony”. A parte il fatto che non lo chiama proprio, è curioso che, se Trump sbaglia il nome a Conte in un tweet, sia colpa di Conte (lo sbagliò anche alla Meloni chiamandola Georgia, ma fa niente). L’unico a cui Trump non potrà mai sbagliare il nome è Tajani, perché non sa proprio chi sia. Meglio così, per il nostro bene.
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DAL VANGELO SECONDO LICIO
Editoriale di Marco Travaglio
05 marzo 2026
Mentre il governo ci porta in guerra bestemmiando la dottrina degli ultimi dieci Papi (se bastano) e fregandosene dell’anatema lanciato ancora ieri dal card. Parolin, il piissimo sottosegretario Mantovano spiega – riuscendo a restare serio – che “i cattolici voteranno Sì al referendum”. Ci ha parlato lui o gliel’ha detto Nordio al quinto spritz. Resta incerto il voto di protestanti, ortodossi, musulmani, ebrei, buddisti, induisti, taoisti, confuciani, mormoni, testimoni di Geova e avventisti del settimo giorno. Ma al prossimo spritz il governo ci farà sapere. Interessante la motivazione addotta da Mantovano: “I cattolici voteranno Sì perché puntano alla realizzazione della giustizia, coerente con i principi della dottrina sociale della Chiesa. E questa riforma va certamente in questa direzione”. Com’è noto, l’aspirazione alla giustizia è un’esclusiva dei cattolici, mentre tutto il resto del genere umano – fedeli di altre religioni e atei – puntano all’ingiustizia. Possiamo soltanto immaginare la tacita sofferenza di miliardi di cattolici, orbati per oltre duemila anni della separazione delle carriere, della triplicazione dei Csm e del sorteggio per soli togati, fino all’Avvento della Riforma. Se ne trova già traccia, secondo i migliori biblisti, nella celebre profezia di Isaia sull’arrivo del Messia: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce. Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. Era Nordio, scortato dal suo chierichetto Mantovano travestito da pastorello. Resta da capire come mai il sottosegretario, seguace del gruppo tradizionalista Alleanza Cattolica (quello con l’aquila nera nel logo), promotore del Centro Studi Rosario Livatino per la beatificazione del “giudice ragazzino” assassinato dalla mafia, abbia impiegato tanti anni per convertirsi alle carriere separate al seguito di due noti massoni, Licio Gelli e Silvio B. e scambiando il Piano di Rinascita Democratica della loggia P2 con il Vangelo. E mettendo fra l’altro a repentaglio la santificazione di Livatino, che fece sia il giudice sia il pm proprio come Mantovano senz’avvertire in quel losco passaggio di funzioni alcuno stridore con la dottrina cattolica.
Anche il cattolicissimo Borsellino, già leader della corrente Magistratura Indipendente cui è affiliato anche Mantovano, peccò gravemente passando da una funzione all’altra senza correre a confessarsi. E nel 2004 Mantovano elogiò la sua scelta blasfema: “Borsellino divenne procuratore a Marsala dopo essere stato giudice istruttore, ma ancora prima giudice civile e probabilmente in alcune indagini sulla mafia queste sue competenze civilistiche, sui fallimenti per esempio, gli sono servite”. Ma all’epoca era ancora luterano.
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Marco Travaglio 06 mar 2026 Un anno fa la sen. avv. Bongiorno domandò chi fosse “l’ignorante che pensa che questa riforma incida sui tempi e sull’efficienza della giustizia”. Alzò subito la mano la Meloni: “La riforma è un’occasione storica di avere una giustizia più efficiente”. Ora anche Nordio, appena sceso dall’elicottero della Gdf che lo scarrozza nel suo tour elettorale a spese nostre sventrando campi da calcio, si iscrive alla lista dei ciucci con due frasi ad altissimo tasso etilico. 1) “Il Sì vincerà e sarà un motivo di grande soddisfazione per quello che sostengo sulla separazione delle carriere ormai da trent’anni”: cioè da quando era contrarissimo, firmando appelli dell’anm e libri pro carriere unificate. 2) “Con la riforma i processi saranno velocizzati perché si renderanno più efficienti gli uffici”. Parola dello stesso Carletto Mezzolitro che il 18 marzo 2025 disse l’esatto opposto: “La riforma non influisce sull’efficienza della giustizia, ma nessuno l’ha mai preteso!”. Nessuno tranne lui.
L’altro suo cavallo di battaglia è quello dei magistrati che non pagano mai, anche se pagano come ogni cittadino comune, esclusi i politici (tipo Nordio, Mantovano e Piantedosi, auto-scudati dal processo Almasri). Però in effetti ci sono almeno due magistrati che non pagheranno per lo scandalo dell’hotel Champagne: Luca Palamara e Cosimo Ferri. Ma non grazie al Csm paramafioso, che anzi radiò il primo e fece dimettere i cinque togati presenti al summit alberghiero; bensì grazie a Nordio e alla sua maggioranza, cioè a quelli che accusano le toghe di non pagare mai. Palamara ha patteggiato due volte a Perugia un totale di 16 mesi per traffico d’influenze illecite. Poi Nordio ha svuotato quel reato, così Palamara avrà la revoca della pena da lui stesso concordata e chiede di rientrare in magistratura. Il Csm voleva radiare pure Ferri, magistrato prestato alla politica, prima sottosegretario in quota FI e Ncd, poi deputato del Pd renziano; ma le destre hanno negato due volte l’utilizzo delle sue intercettazioni. Così Ferri è rimasto al ministero con Nordio e ora il Csm l’ha nominato giudice al Tribunale di Roma (e dove, se no?) grazie ai voti dei laici di centrodestra e dei togati della sua corrente MI (gli altri si sono astenuti o hanno votato contro). Il che dimostra che c’è una sola cosa peggiore delle correnti: i politici, in questo caso di destra. Dunque, per bonificare il Csm, la quota laica andrebbe abolita o almeno sorteggiata con la stessa casualità di quella togata. Invece i politici seguiteranno a scegliersi i loro compari col finto sorteggio nel listino ad hoc. In compenso, se tutto va bene, Palamara e Ferri potranno esser sorteggiati come togati e rientrare trionfalmente nel nuovo Csm: quello dove finalmente le toghe pagano. Nei migliori cinema.
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A sovranismo limitato Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio 07 mar 2026 Ora che perfino Crosetto dichiara che Usa e Israele sono “fuori dalle regole del diritto internazionale” come la Russia in Ucraina, i casi sono due: o inviamo armi agli iraniani aggrediti e sanzioniamo gli aggressori Usa e Israele, o smettiamo di inviare armi a Kiev e di sanzionare Mosca. Invece armiamo gli aggrediti ucraini, ma anche gli aggressori israeliani e i loro complici sauditi, qatarini, emiratini e kuwaitiani. Non solo: dal 2022 abbiamo rinunciato gradualmente al gas russo e l’ue ha appena varato una legge per portarlo a zero nel 2027 perché Mosca viola il diritto internazionale. Quindi, ora che lo violano anche gli Usa, delle due l’una: o ricominciamo ad acquistarlo dalla Russia, o smettiamo di acquistarlo dagli Usa. Naturalmente non faremo nessuna delle due cose, perché siamo governati da scemi di guerra che credono alle balle che raccontano. Tipo che la nostra energia non può dipendere da un’autocrazia: infatti, siccome il gas e il petrolio vengono quasi tutti da Paesi autocratici, li compriamo da Egitto, Algeria, Libia, Angola, Azerbaijan, Arabia Saudita, Emirati, Iraq, Qatar e Congo. E Pichetto Fratin assicura che ora “ci aiuteranno Mozambico, Libia, Algeria e Azerbaijan”: cioè chiediamo a quattro autocrati di aiutarci contro uno, quello che fa il prezzo migliore. Vuoi mettere Putin il Terribile al confronto di quel bocciuolo di rosa del tiranno islamico filoturco azero, Ilham Aliyev, al potere dal 2003 quando successe al padre, responsabile dello sterminio e della pulizia etnica degli armeni cristiani in Nagorno Karabakh, ricevuto, visitato e riverito da Mattarella più volte, l’ultima in ottobre a Baku. Avercene, di amici così.
Ora questi “sovranisti” a sovranità limitata e i loro valletti “riformisti” sono impegnatissimi ad attaccare il Comitato paralimpico che ha riammesso gli atleti russi e bielorussi con le loro bandiere: volevano continuare a far pagare ai paraplegici le colpe dei loro governi, ma solo a loro (la regola non vale per Israele né per gli Usa, responsabili del maggior numero di morti ammazzati dai tempi di Nagasaki). E quel genio di Giuli critica Buttafuoco perché invita anche artisti russi e iraniani alla Biennale: invece americani e israeliani sono sempre i benvenuti. Intanto Zelensky minaccia di morte il premier ungherese Orbán (“Daremo il suo indirizzo alle nostre forze armate perché lo chiamino loro e gli parlino nella loro lingua”), ma nessuno invoca l’articolo 5 della Nato e l’articolo 42 dell’ue per difendere l’alleato (Budapest, non Kiev che non è alleata di nessuno). Del resto, da quando il regime ucraino ci fece saltare i gasdotti Nordstream, non facciamo che punirlo finanziandolo e imbottendolo di armi. Per dargli un’altra chance.
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La riformatrice ignara Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio 08 mar 2026 Forse è il caso che qualcuno spieghi alla Meloni, possibilmente prima del 22 marzo, la sua “riforma” costituzionale della magistratura. Perché ogni volta che ne parla dimostra di non averne la più pallida idea. Dice che il ddl Meloni-nordio ci darà “processi più efficienti”, ma non sfiora neppure il Codice di procedura che li rende inefficienti, quindi il disastro resterà tale e quale. Dice che impedirà “vergogne tipo Garlasco”, ma le opposte valutazioni fra i pm di oggi e quelli del 2007 e fra i giudici del processo Stasi e dell’indagine Sempio sarebbero state identiche anche a carriere separate. Se la Meloni vuole solo decisioni uniformi, deve abolire Gip, Gup, Riesami, Tribunali, Corti d’appello e Cassazione per affidare le sentenze direttamente ai pm. E poi naturalmente spiegarci come mai Nordio e gli altri separatisti vogliono carriere divise perché i giudici diano torto ai pm.
Ora, pur di non parlare del suo governo che ci porta in guerra con l’iran al fianco degli aggressori israelo-americani, torna a straparlare dei bambini del bosco: “I figli non sono dello Stato, ma delle mamme e dei papà. Una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti”. Quindi – sottinteso – votate Sì perché, come scrivono i suoi trombettieri a mezzo stampa, “un Sì spezza questo sistema” e “i giudici finiranno di essere ingiudicabili”. Ma la “riforma” non tocca minimamente i processi minorili, che resteranno affidati a pm e giudici specializzati, assistiti da consulenti, periti, Asl e servizi sociali: in caso di errore, sempre possibile nella giustizia umana, si ricorre in Corte d’appello (come è già avvenuto nel caso di Chieti, dove i secondi giudici hanno confermato la decisione dei primi) e poi in Cassazione. Purtroppo né Palazzo Chigi né il ministero della Giustizia sono previsti come quarto grado di giudizio. E neppure l’attuale Csm o la nuova Alta Corte disciplinare, che non hanno né possono avere alcuna competenza sul merito delle decisioni dei giudici, ma solo – appunto – sulle infrazioni disciplinari. Se il sistema non le piace, la Meloni può sempre abolire le Procure e i Tribunali per i minori, così ogni famiglia farà dei propri figli quel che le pare e piace. Qualcuno però dovrebbe informare la premier che la giustizia minorile esiste in tutti i Paesi evoluti e che in Italia il numero di bambini allontanati dalle famiglie è fra i più bassi d’europa: 337 ogni 100 mila all’anno, contro i 1.180 della Francia, i 1.080 della Germania e i 500 della Spagna. Tutti Paesi con le carriere separate e il pm sotto l’esecutivo.
Ps. Naturalmente la Meloni queste cose le sa benissimo, perché è tutto fuorché cretina. Però pensa che lo siamo tutti noi cittadini. Il 22 e 23 marzo abbiamo un’ottima occasione per smentirla
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Dino
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MA MI FACCIA IL PIACERE
Editoriale di Marco Travaglio
09 marzo 2026
L’utoguerra. “La guerra è tornata a spargere sangue nel mondo, anche non lontano dalla nostra Italia” (Sergio Mattarella, presidente Repubblica, 4.3). Hai capito ‘ste guerre? Quando le fa Putin, è il nuovo Hitler. Quando le fanno Usa e Israele, scoppiano da sole e te le ritrovi tra capo e collo quando e dove meno te le aspetti. Tipo la grandine.
L’autoattacco. “Attacco contro l’Unifil, caschi blu gravi in Libano” (Repubblica, 7.3). Avete presenti gli attacchi che partono da soli senza che li sferri nessuno? Ecco, quelli.
Mai dire invasione. “Libano, Israele sconfina” (Repubblica, 4.3). I russi invadono, gli israeliani sconfinano.
Sincronizzate gli orologi. “I dati e gli orari sono molto chiari: sabato 31 febbraio c’è stato il bombardamento” (Antonio Tajani, ministro FI degli Esteri, Camera, 5.3). Sicuro che non fosse il 32 febbraio?
Kamasutra. “L’Europa non ha preso una posizione su Usa-Iran. La nostra posizione è quella dell’Unione Europea” (Tajani, 4.3). Ne riparliamo il 33 marzo.
Rinascimento iraniano. “Magari ci fosse un Bin Salman in Iran” (Matteo Renzi, leader Iv, El Pais, 7.3). Sega elettrica per i giornalisti e doppio stipendio per lui.
Ingrati. “Non meritano la fatica che ho dedicato al servizio della nazione in questi anni” (Guido Crosetto, ministro FdI della Difesa, 2.3). Ma infatti, per noi è troppo: ci lasci soli.
Pd corrente Bibi. “Gentiloni ai pro Sánchez: ‘Il No alla guerra non basta’ ” (Foglio, 7.3). Ci vuole anche il Sì alla guerra.
Allarme democratico. “L’insidia liberticida ha un sapore nuovo… La famosa convenzione che tiene in vita Radio Radicale è stata prorogata ma dimezzata a sei mesi e il finanziamento è stato concesso ma dimezzato a 4 milioni” (Francesco Merlo, Repubblica, 2,3). Giusto, 4 milioni sono pochi: dài, Merlo, gli altri 4 mettili tu.
Controesodo. “Se vince il Sì la magistratura riacquisirà credibilità, le aziende si fideranno del nostro Paese e torneranno a investire, i giovani che vanno via perché non si fidano dell’Italia ritorneranno a fidarsi” (Giusy Bartolozzi, capo di gabinetto ministero della Giustizia, Telecolor Sicilia, 6.3). Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno, anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno.
Esodo. “Ho un’inchiesta in corso, io scapperò da questo Paese” (Bartolozzi, ibidem). Praticamente dobbiamo votare Sì per evitare che la capo di gabinetto di Nordio, indagata per false dichiarazioni al pm sullo scandalo Almasri, si dia alla latitanza.
Fino a un certo punto. “Per il Parlamento europeo il diritto internazionale è la pietra fondante, ma bisogna evitare di abusarne” (Roberta Metsola, presidente del Parlamento Ue, Avvenire, 4.3). Ma infatti, non esageriamo.
Ah, anche critica d’arte! “Riteniamo inaccettabile la partecipazione della Federazione Russa alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Condanniamo con la massima fermezza la decisione di consentire alla Russia di partecipare… Una scelta del genere rischia di legittimare un regime responsabile di violenze continue e danneggerà inevitabilmente la reputazione e l’autorevolezza morale della Biennale stessa” (Pina Picierno, vicepresidente Pd del Parlamento Ue, e altri eurodeputati Ppe, Pse, Renew, Verdi, Ecr e Sinistra, 6.3). Fortuna che la presenza di Usa e Israele rende la Biennale molto più morale e autorevole.
L’acquolina in bocca. “C’è un po’ di preoccupazione ovunque, ma queste situazioni sono anche opportunità per gli imprenditori della logistica” (Marco Bucci, presidente della Regione Liguria, sul conflitto in Iran, 4.3). Finché c’è guerra, c’è speranza.
I giureconsulti. “Fu il ministro fascista Dino Grandi a unificare le carriere” (Verità, 22.2). “La non separazione delle carriere è una reliquia fascista, un’invenzione del 1941” (Silvana De Mari, Verità, 5.3). Infatti il concorso unico per pm e giudici risale agli Ordinamenti giudiziari di La Marmora (1865) e di Zanardelli (1890): due noti fascistoni ante litteram.
Il modello. “Appalti, Gualtieri parla alla Ue: ‘Metodo Giubileo in Europa’” (Messaggero, 5.3). Non è mica da tutti spendere 2,2 miliardi per 668 cantieri e lasciarne incompiuti 327.
Magari. “Un imputato su due non avrebbe dovuto subire un processo” (Francesco Greco, presidente Consiglio nazionale forense, Verità, 2.3). A parte l’avvincente teoria dei gup-medium che devono prevedere anni prima le sentenze definitive, il vantaggio sarebbe che un avvocato su due sarebbe disoccupato.
Il titolo della settimana/1. “Votare Sì e sognare un’alternativa alla leadership del centrosinistra” (rag. Claudio Cerasa, Foglio, 5.3). Tipo la Meloni, per dire.
Il titolo della settimana/2. “Noi magistrati del Sì ci stiamo battendo per il nostro 25 aprile. Siamo diventati parte di una vera ‘primavera’ e siamo amati dalla gente” (Natalia Ceccarelli, Verità, 5.3). Tutti e tre?
Il titolo della settimana/3. “Centri sociali ed ex Br fanno festa. Impedirono 50 sfratti: tutti salvi. Dopo 11 anni, reato prescritto per 75 attivisti” (Verità, 1.3). Ma come, i prescritti non erano innocenti perseguitati e poi assolti?
Il titolo della settimana/4. “Cerno cala il ‘2 di picche’ su Rai2 per dare voce a chi non ce l’ha” (Giornale, 6.3). Cioè al governo.
Il titolo della settimana/5.“Da Zapatero a Sánchez: il centrosinistra e quell’eterno fascino per il ‘papa straniero’” (Corriere della sera, 6.3). E nessuno che s’invaghisca, che so, di Netanyahu.
Il titolo della settimana/6. “Nasce il Comitato Sanitari per il Sì” (Dubbio, 5.3). Pozzi-Ginori o Ideal Standard?
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MEGLIO AFONA
Editoriale di Marco Travaglio
10 marzo 2026
Quando Mario Giordano le ha chiesto se fosse afona o, in caso contrario, condannasse o approvasse la guerra di Usa e Israele all’Iran, abbiamo sperato che la Meloni scrivesse su un foglietto: “Afona”. Invece la sventurata rispose: “Non ho gli elementi necessari per prendere posizione. Al netto del premier spagnolo, nessun altro in Europa ha condannato l’iniziativa (sic, ndr)”. Cioè, siccome gli altri leader tranne Sánchez sono dei servi parac**i, dev’esserlo anche lei. Che però non è una passante: è una premier pagata per procurarsi gli elementi necessari (dalla tv, dai giornali, dai Servizi, cose così) e prendere posizione. Su una cosa avrebbe fatto un figurone rispondendo “non ho gli elementi necessari”: la schiforma che porta il suo nome e quello di Nordio, anche se si vede a occhio nudo che non l’ha scritta, né letta, né capita. Invece lì ha preso posizione: “Sono convinta che la riforma interviene anche su immigrazione e sicurezza”. Purtroppo non sfiora né la sicurezza né l’immigrazione. “Per le devastazioni dei centri sociali a Roma e Torino non c’è stato nessun seguito giudiziario e i giudici hanno annullato il Daspo agli antagonisti”. Per le devastazioni dei centri sociali ci sono state indagini e arresti e, se alcuni Daspo sono illegali, tocca ai giudici – in base ai suoi dl Sicurezza – annullarli. Il che continuerebbe a succedere anche se vincesse il Sì.
“Non devo ricordare le interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare l’immigrazione”. I magistrati non devono far governare i governi, ma far rispettare le leggi. Chi non condivide le loro decisioni le impugna, ma se siano forzate o meno lo decidono le Corti d’appello e la Cassazione, non il premier: in ogni caso con la “riforma” nulla cambia. “I giudici non hanno convalidato il trattenimento in Albania di uno stupratore di minore, un pedofilo condannato: io non lo posso trattenere né rimpatriare e rischio perfino che i giudici comprensivi coi criminali stranieri gli diano la protezione internazionale”. Se l’immigrato pedofilo è un condannato, è stato a opera dei giudici, per nulla comprensivi. Se il governo vuole rimpatriarlo, non deve portarlo in Albania (da dove non può esser espulso senza tornare in Italia con mega-costi di viaggio), ma nel suo Paese, dopo avere stretto accordi e respinto eventuali istanze di protezione internazionale. Se non lo fa è perché è un branco di incapaci, infatti espelle meno irregolari dei governi Renzi e Conte: nessun giudice può bloccare una legittima espulsione. “Sulla famiglia nel bosco Nordio sta inviando un’ispezione”. Quindi la “riforma” non c’entra nulla, infatti gli ispettori partono prima che sia approvata o respinta al referendum. Era meglio se la Meloni diceva di essere afona.
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SARÀ TRE VOLTE NATALE
Editoriale di Marco Travaglio
11 marzo 2026
A undici giorni dal referendum siamo entrati nel Momento Renzi-Boschi: quando il governo di turno e i suoi trombettieri (di solito sempre gli stessi), terrorizzati dai sondaggi, promettono il regno di Saturno se vince il Sì e l’Apocalisse con cavallette se vince il No. Nel 2016, per spingere la schiforma renziana che aboliva le elezioni per il Senato trasformandolo in un ospizio per consiglieri regionali e sindaci autoimmuni, l’Ufficio Studi di Confindustria spiegò che col No la produzione industriale sarebbe crollata in tre anni del 4%, il Pil dell’1,7 (non, per dire, dell’1,6 o dell’1,8) e gli occupati di 258 mila unità, mentre i poveri sarebbero stati 430 mila in più e il debito/Pil sarebbe balzato al 144%. Non contenta, la Boschi spiegò a TeleMeloni (la Rai) che “la riforma aiuta non solo per le cose brutte come il cancro, ma anche per le maternità”. Renzi e la Lorenzin confermarono le sensazionali migliorie contro i tumori e vi aggiunsero diabete, glicemia alta e cirrosi epatica, lasciando incerti solo gli italiani affetti da unghie incarnite, ragadi ed emorroidi.
Ora ci risiamo. Le Camere penali riciclano la p*****ata radical-craxiana della “giustizia giusta”, come se i processi degli ultimi 80 anni fossero stati ingiusti. Il Giornale titola: “La guerra santa del referendum: ‘Il No conviene agli islamici’” (devono aver saputo che i cattolici votano Sì da Mantovano, che quando stava col No era musulmano). Nordio e Meloni promettono una giustizia più efficiente e rapida, per rispondere alla domanda della Bongiorno: “Chi è l’ignorante che dice che con la riforma la giustizia sarà più efficiente e rapida?”. Promettono pure che “chi sbaglia pagherà”, confondendo la schiforma con la responsabilità civile dei magistrati (che esiste dal 1987); e che spariranno gli errori giudiziari, confondendo la schiforma col processo di revisione (previsto dalla notte dei tempi). bo*****o spiega che pm e gip non faranno più arrestare indagati che poi verranno assolti: cioè, appena separati, assumeranno poteri medianici e prevedranno le sentenze dieci anni prima. Naturalmente scompariranno tutti gli immigrati clandestini condannati, anche se a condannarli sono i giudici, mentre a espellerli (nei loro Paesi, non in Albania) dovrebbe essere il governo, che non lo fa perché non è capace. L’Oscar per la Miglior Cazzata va a Giusi Bartolozzi, magistrata prestata alla politica che per fortuna non l’ha mai restituita: “Se vince il Sì la magistratura riacquisirà credibilità, le aziende torneranno a investire e i giovani che vanno via ritorneranno a fidarsi”. Lei invece, essendo indagata per le sue bugie ai pm su Almasri, se vince il No “scapperò dall’Italia”. Motivo in più per votare No. Anche perché il suo cervello in fuga ormai è andato.
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