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Dino

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UNA GRAZIA TIRA L’ALTRA

Editoriale di Marco Travaglio

18 luglio 2026

Il derby della clemenza senile fra Mattarella&Minetti e Nordio&Roggero è l’ennesima prova di ciò che scriviamo da quando il Quirinale miracolò la pappona di B. creando un precedente devastante: non si grazia chi non ha scontato parte della pena, non ha cambiato vita e racconta frottole per farsi salvare. Il caso del gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per aver sparato alla schiena a tre ladri in fuga che non potevano fargli nulla e averne trucidati due svuotando il caricatore nel corpo di uno e prendendolo a calci, potrà essere valutato fra 4-5 anni, quando il giustiziere cuneese avrà scontato almeno un terzo della pena, riconosciuto la gravità del suo crimine e chiesto scusa alle famiglie delle vittime, che meritavano la galera, non la morte. La grazia non è un quarto grado di giudizio per ribaltare le sentenze sgradite al governo prima ancora di essere scritte (qui manca persino la motivazione della Cassazione, per cui non si sa cosa commentino questi analfabeti). E un atto “umanitario” eccezionale, esclusivo di Mattarella e non di Nordio (ma chi lo ricordava sul caso Minetti se ne scorda sul caso Roggero, e viceversa). E serve a lenire gli effetti ritenuti eccessivi di una condanna giusta. Può essere il caso di un 72enne che rischia di finire i suoi giorni in cella per aver perso la testa dopo una rapina: 14 anni e 9 mesi per duplice omicidio volontario sono il minimo di legge. Ma fra qualche anno, se non avrà avuto i domiciliari per l’età e si sarà ravveduto, nessuno si scandalizzerà se il Colle deciderà di chiuderla lì. Purché la grazia non suoni come smentita alla condanna e lasciapassare per altri aspiranti Roggero. Sennò dovremo stare alla larga dai negozi, per non ritrovarci sotto il tiro di qualche Charles Bronson della mutua che spara ad altezza uomo ‘ndo cojo cojo. Fra l’altro Roggero è recidivo: nel 2005 irruppe in piena notte a casa del fidanzato della figlia che le aveva alzato le mani, lo prese a pugni, puntò la pistola contro di lui, sua madre e suo padre urlando “Non finisce qui, bastardo!”. Poi patteggiò 2 mesi di carcere senza entrarci. Il gip gli vietò di portare l’arma fuori dal negozio: se gliel’avesse proprio ritirata, i due ladri uccisi nel 2021 sarebbero in galera, ma vivi.

Ora i nostri sgovernanti, dopo 4 anni di flop sulla sicurezza, vorrebbero cambiare un’altra volta la legittima difesa per scrivere nel Codice ciò che non esiste in alcun Paese, ma solo nei film di mafia e di Far West: chi subisce un torto spara a vista e si fa giustizia da sé (bel garantismo, bel rispetto per le forze dell’ordine). Lo proclamò Salvini nel 2019 lanciando la sua schiforma, che ovviamente diceva tutt’altro: Roggero gli credette e ora è in galera. L’unica riforma sensata sarebbe un’attenuante speciale per i cretini che ancora credono a questi cazzari.

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Dino

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IL GIUSTIZIERE: STAGIONE 2

Editoriale di Marco Travaglio

19 luglio 2026

Episodio 1. Il giustiziere cuneese, terrore della Provincia Granda, ottiene a sorpresa la grazia dal presidente Mattarella dopo ben tre giorni di carcere. Decisivo il parere della Procura generale: “Ha adottato un bimbo uruguayano affetto da una grave malattia, curabile solo negli Stati Uniti: il morbillo”. Il graziato festeggia sparando alcuni colpi di pistola nell’ora d’aria.

Ep. 2. La ressa di politici ai cancelli del carcere ansiosi di abbracciarlo e candidarlo si trasforma in rissa. Meloni, Salvini, Crosetto e Vannacci si accusano a vicenda: “C’ero prima io, tu vuoi rubarmi il gioielliere e la scena!”. “No, prima io”. “No, io”. “Ladri!”. E, trattandosi di furto, iniziano a spararsi l’un l’altro. L’ex galeotto, ferito di striscio dai colpi incrociati prima di poter estrarre il revolver di ordinanza appena restituito, viene medicato in ospedale.

Ep. 3. Rientrato al paese, il giustiziere riprende il tran-tran in famiglia visitando nottetempo la casa del nuovo ragazzo della figlia: qualche sganassone, solita pistola puntata alla tempia, consuete minacce di morte, tanto per non perdere l’allenamento. Ma il giovane, per precauzione, ha preso il porto d’armi e lo insegue per strada sparando all’impazzata e ferendo un ignaro passante. Fermato per tentato omicidio, chiede direttamente la grazia a Mattarella per non far perdere tempo ai giudici con inutili indagini e processi.

Ep. 4. Ultimo giorno di legislatura: il governo vara il 12° dl Sicurezza contro il boom di rapinati che sparano ai rapinatori ma sbagliano mira, ferendosi da soli o ammazzando chiunque si trovi nei paraggi. Un decreto di un solo articolo: “Per chi subisce furto e uccide o ferisce il ladro o uno a caso, i tre gradi di giudizio sono grazia, cavalierato e candidatura”.

Ep. 5. Eletto deputato contemporaneamente nelle liste di FdI, Lega e Fn, il pistolero fa il suo ingresso trionfale a Montecitorio fra due ali di folla festante e sparacchiante. Poi alla buvette vede la Santanchè, Fassino, Sgarbi, Verdini e la Montaruli. Urla “al ladro, al ladro!” e apre il fuoco.

Ep. 6. La mira del neo-onorevole non è più quella di una volta e i cinque deputati escono miracolosamente illesi dalla sparatoria. La Russa e Fontana, in una nota congiunta, fanno notare che in Parlamento il concetto di ladro è molto più sfumato e comunque l’immunità vale anche contro le esecuzioni sommarie. Allora il pistolero, revolver in pugno, scippa la borsetta a sei deputate. Porto d’armi sospeso per ben 2 giorni.

Finale di stagione. Nuovo furto nel negozio del gioielliere, che estrae l’arma, insegue i rapinatori in strada e, mentre si dileguano, esplode alcuni colpi a vuoto. Ma viene abbattuto da una raffica sparata da un passante. Che si giustifica: “L’ho visto armato, ho pensato che il ladro fosse lui”.

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MA MI FACCIA IL PIACERE

Editoriale di Marco Travaglio

20 luglio 2026

Armiamoci e sanguinate. “Macron riunisce i Volenterosi: ‘Pronti a versare il sangue’” (Repubblica, 14.7). Quello degli ucraini, naturalmente. Che altruista.

Sono soddisfazioni. “A 107 anni s’iscrive a FdI. Storia di Erminia, sorella d’Italia” (Libero, 18.7). Una valida alternativa all’estrema unzione.

Prova costume. “Ma era necessario invitare anche Orsini che ha insultato ogni istituzione italiana ed europea, che fa il propagandista a tempo pieno per il Cremlino da anni a questa partita (la Partita del Cuore, ndr)? È proprio vero che siamo il ventre molle d’Europa per la propaganda russa. Vergogna” (Carlo Calenda, X, 16.7). È andata così: le convocazioni le ha fatte Putin in persona. E aveva pensato anche a Calenda. Poi ha visto sui social il suo ventre molle.

La parola per dirlo. “Il ‘riarmo’, per dirla con una parola che contiene un che di minaccioso, volto a incutere timore nell’opinione pubblica. Riarmo allude a pericoli di guerra ed è proprio questo lo scopo di chi – i 5Stelle, la sinistra di Avs – usa il termine in polemica con gli avversari politici” (Stefano Folli, Repubblica, 14.7). Idea: chiamatelo “diversamente disarmo”.

L’equivicino. “’Report l’ho inventato io, oggi è un’altra cosa. Vedo inchieste a tesi e legami con le Procure’. Giovanni Minoli sull’etica della giusta distanza” (Aldo Torchiaro, Riformista, 15.7). Meglio i legami con Craxi e l’etica delle giusta vicinanza.

I droni pacifisti. “È salito a 21 morti e 42 feriti il bilancio dell’attacco ucraino nella notte fra giovedì e venerdì, in cui droni hanno preso di mira un edificio che ospita un dormitorio studentesco a Starobilsk, città nella regione ucraina di Luhansk occupata dalla Russia” (Rainews24, 24.5). “Drone ucraino contro autobus russo nel Donetsk: 7 civili morti e 11 feriti” (Ansa, 3.6). “Drone ucraino piomba in Russia sul pullman di una squadra di calcio giovanile bielorussa: ‘Uccisa un’accompagnatrice e 4 ragazzi feriti’” (Ansa, 17.6). “Il genio ucraino. Ha inventato la guerra che non uccide. Il mondo è ammirato dalla tecnologia dei droni, che colpiscono depositi e raffinerie in territorio russo, a migliaia di chilometri di distanza. Così si tolgono risorse e armi al nemico. Ma soprattutto non c’è spargimento di sangue. La più formidabile dimostrazione di pacifismo” (Mattia Feltri, Huffington Post, 15.7). Funziona così. Non scrivi una riga sulle stragi dei droni ucraini, poi dici: visto che i droni ucraini fanno bene alla salute?

Fatti una pista. “Le tracce della bomba di Monte Carlo non portano solo a Kiev” (Foglio, 8.7). La vittima è ucraina, l’attentatrice era un’agente ucraina poi uccisa a Kiev da altri agenti ucraini, però ha stato Putin.

Warfare. “Spendere nella Difesa non toglie risorse al welfare: gliele assicura” (Lorenzo Bini Smaghi, Foglio, 18.7). Ci pagheranno lo stipendio in fucili e granate.

Paolo Inciucioni. “Gentiloni: ‘C’è un asse trasversale anti-Kiev. Meloni e Schlein resistano alla pressione’” (Stampa, 13.7). Potrebbero fare un governo insieme guidato da Gentiloni.

Stomaci forti. “Felice di aver pubblicato questo articolo per The Economist. È una delle domande chiave che mi ha tormentato. Come possono gli europei passare a una mentalità di guerra, necessaria per prevenirla, senza entrare effettivamente in guerra? E cosa può insegnarci l’Ucraina?” (Nathalie Tocci, X, 16.7). “Mettere truppe sul campo non aiuterebbe l’Ucraina, ma potrebbe aiutare l’Europa a trovare lo stomaco per la guerra, scrive Nathalie Tocci” (The Economist, 16.7). Poi resta da trovare uno stomaco per leggere la Tocci senza vomitare.

Gingilli. “Stamattina mi trovo citato da Marco Travaglio sul Fatto. Non faccio polemiche. Ci sta. Meglio parlare dei miei post – facendo pure li taglia e cuci – che della guerra che non doveva scoppiare che poi doveva durare tre giorni, che gli ucraini avrebbero perso, anche con le armi occidentali, che avrebbero portato all’escalation” (Andrea Gilli, Facebook, 13.7). A parte li taglia e cuci, nessuno ha mai scritto che la guerra non doveva scoppiare (anche perché era già scoppiata nel 2014) né che doveva durare tre giorni. Invece sì, scrivemmo che gli ucraini avrebbero perso, anche con le armi occidentali, che avrebbero portato all’escalation. Esattamente quel che sta accadendo: grazie per l’autorevole riconoscimento.

Giuristi per caso. “Le Ferrovie e la condanna di Moretti: le norme le scrivono i Parlamenti o i giudici in camera di consiglio?” (Antonio Polito, Sette-Corriere della sera, 10.7). Si vede che il Parlamento ha depenalizzato il disastro ferroviario e l’incendio colposo, ma ha avvisato solo Polito.

Il titolo della settimana/1. “La sinistra non ha capito la lezione di Craxi” (Stefania Craxi, capo deputati FI, Libero, 16.7). Rubano ancora troppo poco.

Il titolo della settimana/2. “Quei giorni felici di Craxi ad Hammamet. Il figlio Bobo: con Mani Pulite trasformammo la casa” (Fabrizio Roncone, Corriere della sera, 12.7). Ma soprattutto la cassa.

Il titolo della settimana/3. “La Marina mette in vendita oltre 16mila mitragliatrici. Si tratta di moschetti Beretta, l’arma corta automatica più diffusa della seconda guerra mondiale. Ecco chi le può comprare” (Libero, 16.7). Ah meno male, stavo per finire le scorte.

Il titolo della settimana/4. “Roggero in carcere, è scontro” (Corriere della sera, 18.7). Oddìo, ha sparato pure lì?

Il titolo della settimana/5. “Domanda per Bonelli: condivide le parole di Mattarella sull’Ucraina?” (rag. Claudio Cerasa, Foglio, 15.7). Risposta: e stica**i?

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MONTANELLI E I SUOI INDROMASSAGGI

Editoriale di Marco Travaglio

22 luglio 2026

Venticinque anni fa, il 22 luglio 2001, moriva a 92 Indro Montanelli. Chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo non può immaginare quanto manchi a chi l’ha avuta. Ma chi vuole almeno farsene un’idea, se già non ce l’ha, può acquistare un suo libro, uno a caso. Non riuscirà più a fermarsi finché non avrà completato la collezione. Oggi, ogni volta che accade qualcosa o emerge un nuovo personaggio sulla scena, la tentazione è di domandarsi cosa ne scriverebbe Montanelli. Ma la domanda è sbagliata: basta sfogliare le sue opere per scoprire che ha scritto anche di fatti e figure che non ha fatto in tempo a vedere. Non che li abbia previsti: ha semplicemente capito così in profondità i tratti, i tic, i caratteri, i meccanismi dell’italica commedia umana da lasciarci ritratti e commenti sul passato che valgono pure per il futuro. Questa piccola antologia di Indromassaggi tratti da articoli, libri, diari, lettere e chiacchierate vale solo come antipasto.

La verità. “Ho della verità un concetto aristotelico e preferisco scrivere un ritratto vero con aneddoti falsi che un ritratto falso con aneddoti veri”.

I paradossi. “Per un paradosso mi farei ammazzare. Se i paradossi fossero crimini, sarei già finito al patibolo mille volte”.

Il fascismo. “Come mi disse un giorno Pirandello, il fascismo era ‘un bel tubo vuoto, che ciascuno riempie come più gli aggrada’”. “Il più comico tentativo di introdurre la serietà”.

La democrazia. “Per salvarsi dai criminali, non c’è che da ripiegare sugl’imbecilli: la democrazia non offre che questa alternativa”.

La religione. “Credo in Qualcuno. Non credo che saprò mai, né da vivo né da morto, chi è e com’è fatto”.

Preghiera laica. “Dio, dammi la forza di accettare le cose che non posso cambiare, di cambiare quelle che posso, e di capire sempre la differenze fra queste e quelle”.

I reduci. “Tutta la nostra vita è stata angosciata e angariata dagli antemarcia: prima quelli del Littorio, poi quelli della Resistenza, ed ecco che ora spuntano quelli della ‘tensione’. Longanesi aveva ragione: in questo Paese, reduci si nasce”.

Leo Longanesi. “Qui / giace / per la pace di tutti / Leo Longanesi / uomo imparziale. / Odiò / il prossimo suo / come / se stesso”.

Curzio Malaparte. “Qui / Curzio Malaparte / ha finalmente/ cessato / di piangersi / di compiangersi / e di rimpiangersi. / Imitatelo”.

Alcide De Gasperi. “Fu l’unico statista della Repubblica italiana, forse perché italiano non era, essendo nato nel Trentino austroungarico”. “In chiesa, De Gasperi parlava con Dio; Andreotti col prete” (replica di Andreotti: “Sì, ma a me il prete rispondeva…”).

Giulio Andreotti. “È il più prete dei democristiani e il meno democristiano dei preti”.

“Mai come in questo drammatico momento politico, la Dc ha capito che le sue sorti dipendono dalla soluzione di due problemi: come far parlare Andreotti, e come far tacere Andreatta”.

Palmiro Togliatti. “Lo incontrai sul rapido Milano-Roma dove con Nilde Jotti occupava il vagone letto adiacente al mio… Il bigliettaio, mettendogli famigliarmente una mano sulla spalla, gli chiese: ‘Allora, compagno Palmiro, hai viaggiato bene?’. Togliatti lo fulminò con uno sguardo mescolato d’ira e disprezzo, poi scandì: ‘Grazie compagno, ma credo che possiamo darci del lei’”.

Enrico Mattei. “Un incorruttibile corruttore”.

Dino Buzzati.“Uomo candido, delicato, ingenuo come non ho mai conosciuto nessuno. Scriveva sempre a mano, a penna, con una grafia da bambino piccolo. Ogni tanto arricchiva il racconto con qualche disegnino da terza elementare. Piovene diceva che Buzzati era un bambino ritardato, ma Dio gli aveva posto in gola un usignolo di cui lui trascriveva meccanicamente il canto celestiale senza neppure sentirlo”.

Alberto Moravia. “Moravia ha fondato… un ‘comitato contro la repressione’. È la riprova che la repressione non c’è. Se ci fosse, Moravia sarebbe coi repressori, come ha dimostrato avallando col suo silenzio la persecuzione di Solženicyn in Russia”.

“Moravia si è ritirato dal comitato che lui stesso aveva fondato… perché l’Unità ha disapprovato. Gl’italiani sono sempre pronti a fare la rivoluzione, purché i carabinieri siano d’accordo. E Moravia è sempre pronto a battersi per la libertà, purché sia d’accordo il piccì”.

I radical chic. “Nei salotti milanesi di Inge Feltrinelli e di Gae Aulenti – si è brindato all’attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata. Anche se non sempre scelgo bene i miei amici, scelgo benissimo i miei nemici”.

Camilla Cederna. “A due ore di distanza dal rinvenimento del cadavere (di Giangiacomo Feltrinelli, esploso con la bomba che stava piazzando su un traliccio a Segrate, ndr) e prima ancora che esso sia ufficialmente riconosciuto, proclama che Feltrinelli è rimasto vittima della ‘reazione internazionale’. Se la Cederna avesse una testa, direi che l’ha persa”.

Eugenio Scalfari. “Scalfari è uno di quei duellatori che, per imprimere più forza al fendente, seguono col corpo la sciabola e perdono la guardia. Ci vuol poco a infilarli… La sua ambizione è sfrenata e scoperta. Ma vuole arrivare a qualcosa, o vuole fuggire da qualcosa? Nella sua frenesia c’è del patologico. Le sue polemiche… sono quasi sempre gratuite. Questo nemico di tutti è soprattutto nemico di se stesso, animato da un irresistibile cupio dissolvi”.

I lettori. “Credo di essere l’autore italiano che più guadagna… e senz’aiuto di premi letterari. Non ne sono contento per il denaro, di cui non so che farmene… Ne sono contento, anzi felice, per il mio status da autore stipendiato unicamente dal pubblico. C’è chi vive di partito. C’è chi vive di Eni. C’è chi vive di Agnelli, o di Perrone,o di Crespi. Io vivo di lettori. I lettori non m’impongono altra servitù che la sincerità: l’unica che non pesi”.

I democristiani. “Vi abbiamo votato, ma ce la pagherete” (telegramma a Benigno Zaccagnini, segretario Dc, dopo le elezioni del mancato sorpasso del Pci nel 1976).

Aldo Moro. “Credo che tutti conoscano il potere emolliente dei discorsi pubblici di Moro, il più grande anestesista del secolo”.

Amintore Fanfani. “Un canguro epilettico, tutto balzi e cadute, pronti recuperi e repentine giravolte. A Firenze lo chiamerebbero ‘il rieccolo’”.

Sandro Pertini. “Non ha mai sbagliato una lacrima, sebbene ne abbia versate quante nessuno prima di lui; in sette anni di presidenza non ha perso un funerale e non c’è guancia di bambino che non abbia baciato. Ha maneggiato più bare di un becchino e più culle di una balia”.

Giovanni Spadolini. “Pranzo di addio di Spadolini (al Corriere, da cui viene cacciato nel 1972 dagli editori Crespi, ndr)… Quando entra a braccio di Montale, mi scappa detto: ‘Ecco il senatore a vita col senatore a morte’. Nel discorso di chiusura, l’anfitrione eleva a se stesso due monumenti: uno come direttore uscente, l’altro come parlamentare entrante”.

“Hanno detto che è ‘troppo innamorato di se stesso’. Diciamo la verità: tutti siamo innamorati di noi stessi. Ciò che caratterizza Spadolini è che, a differenza di noi e di tanti altri, lui si corrisponde”.

Enrico Berlinguer. “Mi parve (dopo una cena “clandestina” a Milano, nel 1979, ndr) il tipico sardo sempre alle prese con una coscienza esigente e più turbato che allettato dalla prospettiva del potere. Prese soltanto un po’ d’uva e un amaro. ‘Ma onorevole, lei mangia ancora meno di me che sono quasi anoressico’, gli dissi. Lui sorrise: ‘Mangio sempre così’. Seppi poi che, prima dell’appuntamento, aveva già cenato. Forse temeva che gli avvelenassi la minestra… Mi fece un’ottima impressione: era timido, sereno, sincero, diretto. Non era Moro, insomma. Tutto d’un pezzo e perbene. Gli chiesi un’intervista al Giornale, ma declinò. I suoi non l’avrebbero digerita, mi fece capire. E forse neanche i miei, pensai io”.

Vittorio Emanuele di Savoia. “Certe famiglie sono come le patate: la parte migliore si trova sottoterra”.

Bettino Craxi. “Ha una spiccata – e funesta – propensione a considerare nemici tutti coloro che non si rassegnano a fargli da servitori… Il ‘culto della personalità’ potrebbe procurargli guai seri. Non perché a noi italiani certi atteggiamenti dispiacciano, anzi. Ma perché in fatto di guappi siamo diventati, dopo Mussolini, molto più esigenti: quelli di cartone li annusiamo subito”. “’Caro direttore, le rubo un po’ di spazio’, ha scritto Craxi all’Avanti!. Incorreggibile Bettino: perfino al giornale del suo partito”.

Ciriaco De Mita. “L’Avvocato Agnelli ha definito De Mita ‘intellettuale della Magna Grecia’. Sì, ma non capisco cosa c’entri la Grecia”.

Francesco Cossiga. “Ci chiediamo che cosa succederebbe se, con un colpo alla Moro, i terroristi si impadronissero di Cossiga e lanciassero al governo il ricattatorio ultimatum: ‘Se non ci date cento miliardi, lo liberiamo’”.

Paolo Cirino Pomicino. “Inquisito dai magistrati di Foggia per tangenti, l’ex ministro Cirino Pomicino ha detto: ‘Se dovesse essere provata una mia seppur minima colpevolezza, abbandonerei la politica’. Stiamo col fiato sospeso: coi tanti guai che abbiamo, ci mancherebbe anche quello della sua innocenza”.

Gianni Agnelli. “Mi ha chiesto di dirigere la Stampa offrendosi persino di venirmi a prendere ogni mattina a Milano in elicottero. Ho declinato: ‘Avvocato, metta che precipitiamo insieme. I giornali titolerebbero a caratteri cubitali: ‘Agnelli precipita sul suo elicottero’. E nel sottotitolo, scritto in piccolo: ‘Era con lui il giornalista Indro Montanelli’. La mia vanità non lo sopporterebbe”.

Silvio Berlusconi. “Mi fece visitare il suo mausoleo e mi mostrò i loc**i intorno al suo sarcofago da faraone: ‘Indro, vedi, questo è il cerchio dell’amicizia. Li#768; andrà Confalonieri, lì Dell’Utri…’. Poi, a tradimento, mi indico#768; un loc**o vuoto: ‘Ecco, lì sarei onorato se tu volessi…’. Io ammutolii. Poi mi venne di rispondere: ‘Domine, non sum dignus!’. E me la diedi a gambe”.

“Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto col vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Solo dopo saremo immuni: l’immunità che si ottiene col vaccino”.

La destra. “Questa non è la destra, questo è il manganello: gli italiani non sanno andare a destra senza cadere nel manganello”.

L’Italia. “È un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri, perché è senza memoria. Non sa nulla del suo ieri, quindi non può avere un domani”.

Indro Montanelli. “Qui / riposa / Indro Montanelli / genio compreso, / spiegava agli altri / ciò / ch’egli stesso / non capiva”.

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ZELENSKY PUTINIANO

Editoriale di Marco Travaglio

23 luglio 2026

“Dopo il fallimento dell’offensiva invernale, anche l’annunciata offensiva primaverile ed estiva non ha portato successi alla Russia. Il fronte è praticamente fermo e dal 1° gennaio 2026 la Russia non è riuscita a incrementare il territorio ucraino sotto il suo controllo” (Meloni). “Il riscatto di Zelensky”, “Così Kiev cambia il conflitto: il genio tecnico ucraino sta mandando in crisi la logistica russa”, “Tre scenari: Putin sempre ko” (Corriere). “Dalle rive del Dnipro alla Crimea: l’Armata di Putin soffre al fronte. L’iniziativa è passata ai difensori” (Rep). “Il vero sconfitto è Putin” (Merlo, Rep). “Lo stallo ucraino che somiglia al Vietnam” (Pombeni, Messaggero). “Putin spalle al muro: in difficoltà su tutti i fronti”, “Zelensky ha stracciato Putin con la sua lettera aperta. Il suo popolo si rafforza e i russi sono stanchi di combattere” (Tocci, Stampa). “Se non si può dire che la Russia vince” (Zonca, Stampa). “Putin, rabbia e paura”, “Se lo zar è sempre più isolato”, “A maggio i russi hanno perso più territori di quanti siano riusciti a conquistare”, “Mucche, internet e offensiva al palo. Così Putin è finito nel pantano”, “La Russia si prepara a perdere?” (Zafesova, Stampa). “La rivincita di Zelensky: Kiev stringe l’assedio” (Stampa). “La Russia colleziona sconfitte”, “Putin mai così sotto schiaffo”, “Putin disperato è più pericoloso” (Domani). “Mosca frena, Kiev avanza”, (Giornale). “Kyiv infrangibile”, “Putin bombarda Kiev per compensare le sconfitte al fronte”, “La Russia non sta vincendo, si sta consumando”, “Ferragosto a Mariupol” (Foglio). “Putin umiliato a casa sua”, “Continua l’avanzata ucraina”, “Fedorov, l’uomo che sta salvando l’Ucraina”, “I soldati russi sono in crisi nera: Putin arruola i malati di mente”, “Soldati cannibali fra i russi: ‘Mancano rifornimenti’” (Libero).

A furia di leggere i nostri analisti preferiti, ci stavamo riabituando all’idea della vittoria ucraina. Poi, a tradimento, Zelensky licenzia in tre giorni la premier Svyrydenko, il ministro della Difesa Fedorov, il capo-negoziatore Umerov e il comandante delle forze armate Syrsky che chiedeva la testa di Fedorov e 150-200 mila soldati freschi per non perdere pure le ultime roccaforti rimaste in Donetsk (Kramatorsk e Slovyansk), scatenando le proteste del popolo stufo di morire in una guerra strapersa e nostalgico dell’ex comandante Zaluzhny, cacciato due anni fa perché diceva la verità e si opponeva agli inutili massacri di truppe a scopo propagandistico. Quindi, per non passare per putiniani, continuiamo a credere che Mosca perde e Kiev vince. Però una domanda sorge spontanea: ma allora perché Zelensky fa fuori tutti in barba alla regola “squadra che vince non si cambia”? Non ci starà mica diventando putiniano pure lui?

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MELONELLY

Editoriale di Marco Travaglio

24 luglio 2026

Se non andiamo errati, l’“alternativa” è un’opzione diversa, se non opposta, a un’altra. Perciò abbiamo divorato l’intervista di Elly Schlein al Foglio sulla sua “alternativa” alla Meloni. Purtroppo, giunti faticosamente in fondo alle otto colonne di piombo, ci è uscito spontaneo un “tutto qui?”. Perché le analogie con le ricette meloniane superano ampiamente le divergenze. Diamo per letta la fiera delle banalità in sinistrese sulle violenze di piazza (“inaccettabili”), la sicurezza (“bene comune” da “non lasciare alla destra”, ma da affidare a “un patto con i cittadini e una collaborazione con tutti gli attori possibili”, a Cinecittà ma pure a Hollywood, volendo), la crescita (con “riforme coraggiose”), l’energia (“accelerare sulle rinnovabili”). E veniamo ai pochissimi punti su cui la segretaria dice qualcosa. Tipo che “il Pd non ha alcuna preclusione ideologica sul nucleare” (energia né rinnovabile né pulita: usa l’uranio e genera scorie radioattive eterne). Tipo “liberarci dalla dipendenza dal gas di Putin e di Trump” (meglio farlo arrivare via Tap dall’Azerbaigian della pulizia etnica in Nagorno-Karabakh). Tipo “siamo contrari non solo al 5% del pil di spesa militare Nato, ma anche a misure che incentivano solo il riarmo nazionale. Non spendere di più, ma spendere in modo più coordinato”. Quindi no al Rearm Eu da 800 miliardi a debito. Ma allora perché il Pd l’ha votato (10 Sì e 11 astenuti) con FdI e FI? E perché sostiene la commissione von der Leyen che l’ha varato?

Ma il meglio arriva sul conflitto russo-ucraino: c’è “un aggredito e un aggressore”. Ma va? Rinnegando il passato pacifista, la Schlein si vanta con le stesse parole della Meloni di aver “votato convintamente per aiutare l’Ucraina a difendersi con tutti i mezzi” perché “è inaccettabile riscrivere i confini con l’uso della forza”. Forse non sa che è quel che han fatto Usa e Ue col Kosovo in Serbia e l’amica Turchia a Cipro. Per non parlare d’Israele a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Siria e in Iran. Ma questi dettagli non sono mai citati: neppure un pigolio su Netanyahu, gli stermini e le invasioni illegali di Israele tuttora impuniti in Ue: 21 sanzioni a Mosca, zero a Tel Aviv. Invece per Kiev serve “una pace giusta dal punto di vista dell’Ucraina senza ambiguità”. Quale non lo dice, però siamo a cavallo: lì “l’Europa si è schierata sempre dalla parte giusta della storia”. Quindi serve “più Europa”: infatti ora ce ne sono tre o quattro. Intanto l’Ucraina, anche grazie ai nostri “aiuti”, ha perso il 21% del territorio con le regioni più ricche, 3/4 di sbocco al mare, centinaia di migliaia di soldati e 8-10 milioni di espatriati. Ma ora l’idea geniale è “isolare Putin e costringerlo a negoziare”. Con Xi, Modi, Erdogan, Kim, Lula e tutti i Brics ci parla lei.

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LA MARCHESA DEL GRILLO

Editoriale di Marco Travaglio

25 luglio 2026

“Se hai una condanna passata in giudicato, la pena te la devi scontare: vale per tutti”, diceva la Meloni nel 2023. “Per tutti” si fa per dire: la marchesa del Grillo intendeva “per gli altri”. Infatti il suo governo ha varato una serie di “scudi penali” per categorie protette da immunità di gregge: i medici che sbagliano, gli agenti che menano, i politici che commettono abusi d’ufficio e prossimamente i top manager che fanno morire la gente (sennò Moretti rischia di scontare la pena per la strage di Viareggio e un domani pure Castellucci per quella di Genova). Poi c’è lo “scudo erariale” per politici e amministratori che buttano denaro pubblico. E l’impunità parlamentare extralarge: in origine l’autorizzazione delle Camere era solo per intercettare un eletto; ora vale pure per il non eletto che parla con l’eletto ed è estesa financo a chat e email. Ma non per tutti: le intercettazioni di Scarpinato sul telefono dell’ex collega Natoli si possono serenamente usare in Antimafia e pubblicare, sebbene sia un senatore non indagato né sospettato di nulla, anzi proprio per questo: è un ex pm antimafia, per giunta 5Stelle, quindi vale tutto.

Invece le chat e le email di Renzi&C. su Open, di Delmastro col prestanome del clan Senese, della Santanchè imputata in quattro processi, di Ferri con Palamara &C., di Romano indagato per corruzione, non si possono acquisire. E se il Tribunale dei Ministri chiede di processare Nordio, Piantedosi e Mantovano per il mancato arresto di Almasri, la destra risponde picche e, già che c’è, salva anche la dirigente Bartolozzi, che non è né ministra né parlamentare, ma lo diventa per contagio. Idem per le chat sul cellulare dell’ex dg del Mef sul risiko bancario: appena i pm glielo sequestrano, lui li avvisa che parlava con nove tra ministri e parlamentari (otto di destra e uno del Pd). Quindi si ferma tutto. Se hai un amico in Parlamento e ci scambi un paio di messaggi, puoi pure ammazzare qualcuno. Ma anche senza chat con politici: appena arriva la condanna, dicono che sei un brav’uomo e non devi scontare la pena. Chico Forti, che assassinò un vecchio disabile a Miami, viene accolto a Ciampino da eroe. Almasri, omicida, stupratore e trafficante di migranti, viene liberato e riconsegnato a Tripoli col volo di Stato. Roggero, che trucidò due ladri sparandogli alla schiena, è mèta di pellegrinaggi in cella e offerte di candidature. Gli agenti che han fermato per sempre il marocchino fuori di testa a Bologna sono assolti dal governo prim’ancora dell’autopsia. Invece Ranucci, bersaglio di una bomba mafiosa, è un farabutto. E Conte e Arcuri, archiviati e prosciolti in tutti i processi, vengono lapidati in commissione Covid. Per gli innocenti e, peggio ancora, le vittime, c’è il massimo della pena.

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LA PADELLA E LA BRACE

Editoriale di Marco Travaglio

26 luglio 2026

Quando un politico vuol mandare un messaggio ai poteri marci senza farlo sapere in giro, li chiama aumma aumma o, se non ha il numero, dà un’intervista al Foglio. Che, essendo un organo clandestino, non rischia di essere letto dalla gente normale. È ciò che ha fatto la Schlein: carezze a Draghi che, perse le speranze nella Meloni, si sente spesso con lei; garanzie al partito delle armi e della guerra eterna (quella in Ucraina può finire solo con una “pace giusta dal punto di vista di Kiev” e “l’isolamento di Putin”, cioè mai finché sarà vivo un solo ucraino); silenzi parlanti sui crimini di Usa e Israele da Gaza alla Cisgiordania, dall’Iran al Libano alla Siria (non una sillaba neppure su Netanyahu e Trump). Queste parole e omissioni non sono sfuggite ai movimenti per la pace, che s’interrogano angosciati sull’invotabilità dei progressisti a trazione Pd e sull’abbraccio mortale che il Melonellum imporrà a M5S e Avs, costretti a coalizzarsi per battere le destre e poi sostituirle con una copia sbiadita. Prospettiva che terrebbe a casa tanti giovani e astensionisti in bilico, disgustati dall’unica alternativa possibile: quella fra la padella e la brace.

Sarebbe interessante sentire la sinistra del Pd, decisiva nel 2023 per l’elezione di Elly. Bettini, su guerra, riarmo e babau russo, ha già dato ragione a Conte, e così il flotillero Scotto. Bersani domanda se armare Kiev a oltranza, senza proposte realistiche di compromesso che partano dal campo di battaglia, “serva a tenere in piedi l’Ucraina o la guerra”. Ma tutti gli altri tacciono, forse per paura di non essere rinominati (le liste bloccate piacciono pure al Pd). O acconsentono, come Taruffi e Provenzano, che chiedono financo di prendere i prestiti Safe per il riarmo, scavalcando la Meloni che li respinge. Siccome questa non è una questione qualunque, ma “la” questione che ipoteca il futuro nostro e dei nostri figli, visto che il riarmo prosciugherà ogni risorsa per decenni impedendo di trovare un solo euro in più per sanità, scuola, ricerca, salari e investimenti, sarebbe gradita una parole chiara da tutti i big del Pd. A meno che non parli per loro una delle analiste più ascoltate in casa dem e in tv: Nathalie Tocci, nominata da Gualtieri in Acea, che ha appena lanciato sull’Economist un’idea geniale per convertire “gli europei a una mentalità di guerra”: “Mettere truppe sul campo non aiuterebbe l’Ucraina, ma potrebbe aiutare l’Europa a trovare lo stomaco per la guerra… Schierarle ora, prima di un ipotetico cessate il fuoco, potrebbe recare beneficio all’Europa, incoraggiando i cittadini a sviluppare un’attitudine mentale che li preparerebbe meglio alla guerra”. A proposito di stomaci: se la linea è questa, la brace può essere persino più vomitevole della padella.

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MA MI FACCIA IL PIACERE

Editoriale di Marco Travaglio

27 luglio 2026

È tornato Lui. “Animati dalla presenza del Duce i calciatori italiani conquistano il campionato del mondo” (Corriere della sera, 14.5.1934). “La Spagna ha vinto i Mondiali facendo ciò che Mario Draghi ha chiesto di fare all’Ue. Il piano Draghi spiegato in modo spericolato con la vittoria della Spagna. Appunti di puro feticismo europeista” (rag. Claudio Cerasa, Foglio, 21.7). Lo portano via.

Programmi di evasione. “Dal lavoro esterno ai domiciliari: le vie per far uscire Roggero di galera” (Libero, 20.7). E la cara vecchia lima? E le lenzuola annodate? Dove le mattiamo?

Levategli il fiasco/1. “La Russa ricorda Borsellino: ‘Oggi sarebbe di FdI’” (Libero, 20.7). Come agente sotto copertura.

Levategli il fiasco/2. “Non è detto che il ladro sia moralmente peggio del giudice” (Carlo Nordio, ministro FdI della Giustizia, Ansa, 21.7). Ma solo se il giudice è Carlo Nordio.

Krosettov. “Le do una notizia. Ho chiamato Fedorov (il ministro della Difesa ucraino cacciato da Zelensky, ndr) il giorno dopo la sua destituzione e gli ho detto: quando vuoi venire a Roma a collaborare con me come advisor? Ha risposto commosso” (Guido Crosetto, ministro FdI della Difesa, Repubblica, 25.7). Poi gli ha chiesto cappuccino e brioche.

Prete à porter. “Spunta monsignor Paglia: ‘Darà assistenza spirituale’” (Repubblica, 25.7). Ma anche l’estrema unzione.

Grandi firme. “Sulla giustizia non si può inseguire il populismo” (Enrico Costa e Stefania Craxi, prima pagina di Repubblica, 21.7). Una volta c’erano Scalfari, Bocca, Pansa, Biagi, Pirani e Ronchey. Ora Costa e Craxi. Come passa il tempo.

Par condicio. “Trovo importante e positiva la decisione di Meloni di escludere un’alleanza con Vannacci. Elly Schlein dovrebbe mostrare la stessa chiarezza” (Carlo Calenda, leader Azione, X, 22.7). Ma perché, è testardamente unitaria pure con Vannacci?

Criminali o imbecilli. “‘Per salvarsi dai criminali, non c’è che da ripiegare sugl’imbecilli: la democrazia non offre che questa alternativa’. Citando Montanelli, il Fatto condensa ammirevolmente tutta la propria storia in quattro righe” (Luca Sofri, X, 22.7). Dev’essersi sentito chiamato in causa.

Carambole. “Dallo scoop alla bomba per Ranucci: l’ipotesi di una trappola contro FdI” (Verità, 18.7). Ma certo: mettono una bomba sotto casa di Ranucci per colpire FdI. Ammazza che volpi.

Trovato il colpevole. “Il cardinale Pizzaballa su Gerusalemme complica trenta anni di dialogo con Israele. Limes gli assegna il Premio per il dialogo e la pace, lui pubblica una lettera in cui le differenze religiose si annullano e si integrano. Il patriarca è effettivamente uomo di dialogo e pace, ma le sue posizioni sembrano riprendere un’antica frattura col mondo ebraico” (Davide Assael, Huffington Post, 20.7). Ah, ecco chi era che complica il dialogo fra cristiani ed ebrei: non i coloni israeliani e il governo israeliano che sterminano i palestinesi, anche cristiani, ma Pizzaballa.

Culturame. “Buttafuoco ha voluto giocare a fare l’intellettuale chic” (Alessandro Sallusti, Libero, 14.7). Parla e scrive in italiano e pare che abbia persino letto dei libri.

Merlacci. “Vannacci, un epigono di Grillo” (Francesco Merlo, Repubblica, 22.7). Ma va’ a ciapà i ratt.

Da buono a cattivo. “Il padre di Lavitola curò da psichiatra Raffaele Cutolo” (Giornale, 21.7). Peccato non averlo scoperto nel 2010, quando Lavitola passò al Giornale il dossier su Fini e la casa di Montecarlo.

Il beccamorto/1. “Craxi, il Re Midas che trasformò il Psi e mandò in fumo i sogni dei comunisti” (Paolo Guzzanti, Giornale, 16.7). Veramente l’unico partito che mandò in fumo fu il suo.

Il beccamorto/2. “50 anni dopo l’alba di Bettino Craxi la politica ha cancellato la parola ‘socialismo’” (Francesco Damato, Dubbio, 16.7). Veramente l’ha cancellata Craxi.

Il Giornalone Unico. “Se finiamo in balìa degli estremismi. Il ballottaggio di coalizione permetterebbe di fermarli: conviene a Meloni e Schlein” (Angelo Panebianco, Corriere della sera, 18.7). “L’ipotesi ballottaggio contro la paralisi” (Stefano Folli, Repubblica, 18.7). Ma sono telepatici o si telefonano prima?

Un pesce di nome Zanda. “Conte provoca, si sta mangiando pezzi di Pd. E Schlein tace” (Foglio, 22.7). Oh no, e adesso come facciamo?

Il reietto. “Renzi: ‘Il Campo largo senza il centro perde. E non mi interessano le foto di gruppo’” (Corriere della sera, 20.7). E poi l’uva era acerba.

Il titolo della settimana/1. “Morto Daniele Faggi, la mamma di Luana d’Orazio: ‘Dispiace molto, non è questa la giustizia’” (Repubblica, 21.7). Ma quindi Daniele Faggi era la mamma di Luana D’Orazio? E, se è morto, come fa a parlare?

Il titolo della settimana/2. “Roggero, Moretti, Castellucci e Minetti: i cittadini non capiscono più questa giustizia…” (Alessandro Diddi, Dubbio, 21.7). In effetti, che si condannino ancora i colpevoli è una roba incomprensibile.

Il titolo della settimana/3. “La Russia espelle due addetti italiani. Tajani: ‘Plateale ritorsione’” (Repubblica, 21.7). Non puoi proprio nascondergli niente.

Il titolo della settimana/4. “Intercettazioni, tensione FdI-FI: ‘Le leggi non le fa Melillo’” (Dubbio, 23.7). Mica è Dell’Utri o Cosentino.

Il titolo della settimana/5. “Perché noi di ‘Adesso!’ aderiamo a ‘Spazio Pubblico’” (Riformista, 18.7). Forse per capire che c***o sono “Adesso!” e “Spazio Pubblico”.

Il titolo della settimana/6. “Noi, banda di irregolari fuori dal coro” (Tommaso Cerno, Giornale, 22.7). Ma soprattutto dal colon.

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LE BIERRE IN MENOPAUSA

Editoriale di Marco Travaglio

28 luglio 2026

Uno dei miei primi articoli sul Giornale di Montanelli fu sulle voci di un megatunnel di 60 km nelle Alpi e di svariati miliardi nelle casse dello Stato per un treno ad alta velocità (Tav) da Lione a Torino. Peccato che i passeggeri viaggiassero già sul Tgv e le merci sulla Torino-Modane, sotto il vecchio traforo del Frejus. Era il 1988. Il muro di Berlino era ancora in piedi e Tangentopoli rubava a man bassa. Al progetto lavorarono Andreotti, Pomicino e Necci: tutta brava gente. Il partito traversale Calce&Martello fiutò l’affare e iniziò a raccogliere dati per giustificare la follia del Tav (anzi “la Tav” perché fa più sexy). Che allora era un po’ meno folle di oggi, perché in assenza di altri valichi si prevedeva un aumento vertiginoso del traffico merci e passeggeri fra Italia e Francia negli anni Duemila. I preventivi sui costi furono poi clamorosamente smentiti al rialzo e quelli sui benefici al ribasso.

La Val Susa, già sfregiata dalla vecchia ferrovia Torino-Lione, dall’A32 e da due statali, con infiltrazioni tangentizie e ’ndranghetiste, si ribellò col movimento No Tav. Uno dei più appassionanti e partecipati movimenti democratici dal basso: cittadini di ogni età, ceto, censo e professione riuniti in cortei, manifestazioni e feste per difendere l’ambiente e il paesaggio. Sindaci, assessori, famiglie, giovani e anziani, preti e suore. Subito criminalizzati come eversivi e appositamente infiltrati da vecchi e nuovi professionisti della violenza, spesso importati dall’estero: i black bloc incappucciati, ma ben noti alle forze dell’ordine e ai Servizi – al G8 di Genova come in Val Susa – eppure sempre liberi di scorrazzare, devastare e menare (anche ora col decreto Sicurezza n. 4, quello dei “fermi preventivi”). Sennò il governo di turno non potrebbe agitare ogni volta il pericolo delle “nuove Brigate rosse”, annunciate da 38 anni e mai arrivate. Le cronache e i titoli sono sempre uguali dai primi anni 90, quando partì il famoso “cantiere”. Che è riuscito a non scavare un centimetro del “tunnel di base”: tutti sanno che non si farà mai, non ci sono soldi, ai francesi non frega nulla, il mondo è cambiato, la gente oggi viaggia in aereo o sul Tgv e domani sui droni, le merci seguono altre rotte. Ma bisogna alimentare la mangiatoia, come per il Ponte. Nel 2019 l’analisi costi-benefici degli esperti del Conte 1 suggerì di chiuderla lì, anche perché il costo era lievitato da 5 a 15 miliardi (che in Italia sono 25). Tutti i media i partiti, tranne i 5Stelle, se ne fregarono e si opposero a disdire il trattato italo-francese. Ora ci risiamo coi soliti brigatisti d’importazione in menopausa, in una valle militarizzata come il Donbass per proteggere un tunnel che non c’è. Sette anni fa Crozza disse che “il Tav è urgentissimo da ventinove anni”. Oggi da trentasei.

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GEOPOLITICA PEDATORIA

Editoriale di Marco Travaglio

29 luglio 2026

Neppure il più fine umorista avrebbe potuto immaginare un Paese che caccia l’allenatore della Nazionale fresco di nomina Andrea Pirlo perché è testimonial della società privata russa di scommesse sportive Fonbet, dunque “putiniano”, e l’indomani lo sostituisce con Roberto Mancini, che ha allenato non solo la Nazionale dell’Arabia Saudita, orgoglio e vanto dello squartatore di giornalisti e recordman di condanne a morte Bin Salman, ma pure la squadra del cuore di Putin, lo Zenit San Pietroburgo, che ha come proprietario e sponsor Gazprom, il colosso energetico di Stato russo. Naturalmente a noi non frega una beneamata ceppa di ciò che pensano Pirlo e Mancini della Russia o dell’Arabia Saudita, ma pure del Madagascar o del Myanmar. Ci accontenteremmo che facessero un po’ meno peggio di chi è riuscito a farci sbattere fuori dagli ultimi tre mondiali: Gattuso, Ventura e lo stesso Mancini, che nel 2022 perse i play off financo con la Macedonia del Nord, per poi fuggire a Riad per 25 milioni di motivi (in petrodollari). Ma siccome gli acchiappa-putiniani che chiedono il permesso a Zelensky pure per andare alla toilette cantano vittoria per aver sgominato il filorusso Pirlo e altri noti complici dell’invasione in Ucraina come Maldini e Leonardo, siamo curiosi di sapere perché non dicono nulla sul putiniano e binsalmaniano Mancini. A meno che, si capisce, non confessino una buona volta che la loro allergia per le autocrazie e le guerre di aggressione è selettiva: riguarda solo la Russia e ogni tanto la Cina, mentre non vale per chi fa cose molto peggiori, ma dalla nostra parte: tipo Israele, Usa, Arabia Saudita, Turchia e altri paradisi terrestri.

Potrebbero salvarsi in corner eccependo sull’immoralità di sostenere società di scommesse, ma anche lì li vediamo male: la russa Fonbet fa esattamente le stesse cose delle italiane Lotto, Superenalotto, Gratta e Vinci &C., che incoraggiano la ludopatia sfruttando la disperazione della gente, ma tengono in piedi le casse dello Stato (e in passato pure di tv e giornali con pubblicità milionarie). L’altro giorno faccia di Merlo, su Rep, se l’è presa col putiniano Pirlo rammentando che “nel 2018 con il ‘decreto Dignità’ l’talia ha vietato la pubblicità del gioco d’azzardo”. Ma s’è scordato chi lo varò: il governo gialloverde Conte1 su proposta dei 5Stelle, che lui definiva “eversivi” e “pericolosi per la democrazia”. L’idea di valutare Pirlo e Mancini in base alle loro capacità o incapacità non ha sfiorato nessuno. Altrimenti poi vai a spiegare perché il russo Gergiev, uno dei migliori direttori d’orchestra del mondo, non può esibirsi in Italia e il presunto filorusso Buttafuoco l’hanno cacciato da Radio Rai, mentre la fidanzata di Piantedosi è ancora lì.

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IL CAZZARO DELL’ESTATE

Editoriale di Marco Travaglio

30 luglio 2026

Non so se l’avete notato, ma è in corso una sfida all’ultima minchiata fra Tajani e Salvini per il Cazzaro dell’Estate. E attenzione: fino a qualche mese fa non c’era partita: doveva ancora nascere un cazzaro più cazzaro di Salvini. Poi, com’è come non è, Tajani ha messo la freccia e l’ha sorpassato: dopo 32 anni di carriera politica da coniglio bianco in campo bianco, ci sta dando dentro come un forsennato. Il valore strategico-militare del Ponte sullo Stretto “per le evacuazioni in caso di attacchi da Sud”, tipo se ci invade il Mozambico o lo Zambia. Il diritto internazionale che, quando lo infrange Israele, “vale ma fino a un certo punto”. Il tutorial per gli italiani sorpresi nel Golfo dall’attacco Usa: “Se vedete un drone, non affacciatevi alla finestra e non uscite sul balcone o in strada” (e, se vedete un missile, scansatevi). La fatwa all’Iran: “Basta droni, basta missili a lungo raggio, basta atomiche!” (ora gli ayatollah e i pasdaran dormono con la luce accesa). L’altro giorno era particolarmente sveglio e ha girato un video e dato un’intervista a Libero per lanciare un’ideona: “Ridurre l’aliquota Irpef del 35% al 33 per i redditi fino a 60 mila euro”. Purtroppo quell’aliquota non esiste più da gennaio: l’ha abolita il governo di cui è vicepremier fino a un certo punto. Infatti Libero l’ha subito presa per buona: “Tajani: ‘Vi svelo il piano del governo per abbassare le tasse’”. Allora Antonio La Trippa è tornato alla sua materia preferita – gli esteri – annunciando che“l’Italia prenderà tutti i 14,9 miliardi del fondo Safe” per il riarmo. Ma persino Crosetto non lo sapeva e la Lega ha ribadito il no. Così Tajani s’è smentito da solo: “I 14,9 miliardi li abbiamo solo prenotati”. Come se il prestito Ue fosse il Rischiatutto di Mike Bongiorno: se non premi il pulsante per primo, resti a secco.

Spiazzato da cotanto competitor, Salvini risponde all’aliquota e al prestito che non esistono con un decreto che non esiste, citando la prima pagina dell’autorevole Libero: “‘Arrestato rom quattordicenne: il primo col decreto anti- maranza’. Dalle parole ai fatti. Grazie Lega!”. Purtroppo il decreto anti-maranza è un disegno di legge mai entrato in vigore: ci entrerà se e quando passerà in Parlamento, campa cavallo. Intanto, per arrestare un minore che deruba due anziani, non c’è bisogno di nuove leggi: bastano quelle vecchie, scritte da gente un po’ meno cazzara. Tipo Alfredo Rocco, che era fascista, ma conosceva il diritto. Invece è in vigore il decreto Sicurezza n.4 sui fermi preventivi, ma è come se non lo fosse: domenica in Val di Susa c’erano centinaia di violenti incappucciati e non ne hanno fermato mezzo. L’unica legge di Salvini che funziona alla grande è quella del 2019 sulla “difesa sempre legittima”: il Roggero si fidò e ora è al gabbio.

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DRAGRILLO

Editoriale di Marco Travaglio

31 luglio 2026

Come nei momenti più luminosi della storia recente, torna a grande richiesta la coppia Draghi-Grillo. I due arzilli trapassati della politica hanno ripreso ad agitarsi in stereo. Il primo, già sherpa deluso della Meloni, s’è buttato sulla Schlein e, oltre a sferzare l’Ue nei giorni pari e a scuoterla nei dispari, fa cose e vede gente. Il secondo dice che i 5Stelle, da quando gl’iscritti l’hanno licenziato con un bel Vaffa, “pensano alle poltrone” e han perso “l’identità e la diversità”. Le poltrone sono gli stessi scranni parlamentari cui li candidò lui nel 2013 e nel 2018, con la differenza che non hanno posti di potere (stanno all’opposizione). Quanto all’identità e alla diversità, le hanno mantenute continuando a non rubare, a ridursi lo stipendio e a battersi per i valori che il Grillo delle origini, quello vero, aveva loro insegnato con Casaleggio sr., infatti hanno sempre tutti i poteri contro. Lui invece, non contento di averli suicidati nel 2021 conficcandoli nel governo del “grillino Draghi” e del “supremo Cingolani”, s’era fatto assumere dal M5S in nome dell’identità e della diversità per 300 mila euro e più l’anno in cambio di “consulenze di comunicazione”, cioè di insulti, per la gioia dei giornali padronali che di punto in bianco lo riabilitarono. E ora riesumano pure Toninelli (a quando Favia?) e tifano per un ridicolo “asse Grillo-Di Battista”, cioè fra chi issò il banchiere a Palazzo Chigi e chi lasciò il M5S proprio per quel motivo.

Conte gli ha ricordato la disastrosa conversione al draghismo del febbraio 2021, che lasciò la Meloni sola all’opposizione e le tirò la volata per Palazzo Chigi. E Grillo ha risposto con un video del 26.1.2022 per “sbloccare un ricordo”, cioè per far apparire Conte come l’autore di quella scelta. Il video, in cui Conte dice “il M5S non dice no a Draghi, ma gli dice sì per il governo” è una truffa, perché risale a un anno dopo e riguarda l’elezione del presidente della Repubblica. SuperMario, dopo mesi di fallimenti (dal Green Pass alla schiforma Cartabia), s’è già stufato di Palazzo Chigi e traffica per salire al Quirinale. Conte, chiamato da Grillo in febbraio a guidare il M5S, poi insultato per tutta l’estate e infine eletto leader il 6 agosto senza stipendio per 15 mesi, riunisce gli organismi del M5S. I quali, unanimi, decidono che Draghi resti al governo per evitare un’altra crisi al buio in piena pandemia (come quella di Renzi un anno prima). Di Maio se ne infischia e promette al premier, ma anche ad altri candidati, decine di voti che non ha (poi, quando Draghi si schianterà sul Colle, resterà al governo rosicando e sceglierà il bellicismo e il riarmo sull’Ucraina, gli darà l’ultima prova d’amore con la scissione di 65 parlamentari, la più ampia della storia repubblicana).

Grillo invece condivide il no a Draghi, che lo fa chiamare persino da Prodi per fargli cambiare idea alle spalle di Conte. A quel punto si rende conto di chi sia Draghi e di come l’abbia preso in giro per mesi con telefonate, incontri e blandizie via sms in cui sparlava con lui di Conte e lo invitava a seguire gli scissionisti. E racconta tutto all’amico De Masi, a Conte, a diversi parlamentari e poi al pubblico dei suoi show teatrali. Siccome tutta la stampa padronale vuole Draghi al Quirinale e, tanto per cambiare, lincia il M5S un giorno sì e l’altro pure accusandolo di voler rovesciare il governo, Conte fa quella dichiarazione per diffidare i media dal falsificare la sua linea: sono Draghi e i suoi fan a mettere in pericolo il governo, che cadrebbe subito col trasloco del premier al Colle senza un candidato autorevole per guidare al posto suo un’Armata Brancaleone che va dal M5S al Pd, da B. a Salvini, da Calenda a Renzi. Quindi dice no a Draghi al Colle perché continui a governare, visto che l’emergenza usata da Mattarella, Draghi&C. l’anno prima per impedire le elezioni anticipate (che avrebbero portato i giallorossa guidati da Conte a stracciare le destre) è tutt’altro che finita e i 5Stelle si svenarono (“abbiamo perso 40 parlamentari”) per dare la fiducia al governo Dragrillo. Già, perché sarebbe bastato il no di Grillo per far saltare l’ammucchiata di Draghi e ridare la parola agli elettori dopo il golpetto renziano.

Sblocchiamo un altro ricordo: la sera del 2.2.2021 Mattarella comunica di aver convocato Draghi per l’indomani, anche se M5S, Pd e Sel gli hanno appena detto: “O Conte 3 o elezioni”. Di Maio, riunito con Bonafede, Fraccaro e Patuanelli, dà la linea: “Draghi lo ammazziamo in Parlamento”. Fraccaro alle 23.28 twitta: “Siamo sempre stati chiari dicendo che il M55 avrebbe sostenuto solo un esecutivo guidato da Giuseppe Conte. Su questo, con coerenza, andremo fino in fondo”. Idem la Dadone, Di Battista, Toninelli e il leader reggente Crimi (“Non sosterremo Draghi”. L’indomani Draghi, uscito dal Quirinale, vede i presidenti delle Camere, Casellati e Fico. Il quale ha appena sentito Grillo, trovandolo stranamente aperturista e ansioso di parlare col sempre detestato banchiere. Così Fico dà a Draghi i numeri di Grillo. Poi Draghi riceve Conte, che rifiuta ogni incarico di governo, inclusi gli Esteri. Ma nei 5Stelle non ha voce in capitolo, non essendo neppure iscritto. L’unica sua ansia è tenere uniti i giallorosa (“io ci sarò sempre”) e non apparire un “ex” animato da rancori, anche se precisa che “le urgenze del Paese non possono essere lasciate ai tecnici”. Intanto Draghi intorta Grillo, che intorta i parlamentari (“Draghi mi è parso uno di noi”) e poi gli iscritti alla piattaforma Rousseau. Si cala le brache sui ministeri-bandiera della Giustizia e del Lavoro. Salva gli Esteri per Di Maio. Piazza all’Ambiente (anzi, al “Superministero della Transizione Ecologica”, hai detto niente!) il premio Attila Cingolani, pure lui spacciato per “grillino”. E fa espellere i 20 deputati e 21 senatori che, fedeli all’identità 5Stelle, non votano la fiducia. È il 17.2.2021. Draghi inizia a eliminare uomini e conquiste dei governi Conte e il M5S precipita nei sondaggi. Il 22.2.2021 Grillo e gli altri big implorano Conte di prendere la guida dei 5Stelle per resuscitarli. Così, tanto per sbloccare un altro ricordo.

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LE GUERRE DEGLI ALTRI

Editoriale di Marco Travaglio

01 agosto 2026

Il governo che qualche comico si ostina a chiamare “sovranista” ci ha infilati in un’altra guerra, ovviamente senza dichiararla: a marzo ha schierato aumma aumma, con mezze frasette ambigue in audizioni e risoluzioni parlamentari, almeno 400 soldati italiani col contorno di caccia, aerei spia, batterie anti-missile e cannoni anti-droni, in Arabia Saudita. Avete capito bene: per proteggere il regime sanguinario e patibolare di bin Salman, squartatore di giornalisti dissidenti e recordman mondiale di impiccagioni. Gli dobbiamo forse qualcosa? Abbiamo interessi nazionali in casa sua da proteggere? Nulla, nisba, nada. L’ultimo vero governo sovranista, il Conte2, vietò la vendita di armi all’Arabia che le usava per sterminare gli yemeniti nella guerra contro l’Iran che combatteva sulla loro pelle e sul loro territorio. Conte cadde subito dopo per mano di Renzi, che guardacaso quel giorno era a Riad per concionare a gettone in lode del “nuovo Rinascimento” saudita. Poi con Draghi le armi italiane tornarono a fluire a Riad. E pure con la Meloni, che accusava la “sinistra” di complicità con bin Salman, poi gli fece gli occhi dolci e affari miliardari nella tenda. Ora si scopre che gli manda pure i soldati, da quando s’è resa complice della guerra illegale al solito Iran, al seguito di Usa e Israele. Così Teheran avrà il pieno diritto di rappresaglia.

Un governo davvero sovranista farebbe gli interessi del popolo italiano, non quelli diametralmente opposti di Washington, Tel Aviv e Riad: le ondate migratorie e terroristiche che seguono ogni guerra in Medio Oriente arrivano da noi. Lo stesso vale per l’Ucraina, che da quattro anni tenta di trascinarci in guerra con la Russia (nemico suo, non nostro) e ora pure con l’Iran. Per farsi armare pure da Trump e Netanyahu, Zelensky s’è imbucato nella loro guerra (come se non gli bastasse la sua) attaccando navi iraniane. Ma le armi gliele regaliamo o paghiamo tutte noi. Quindi l’Ue, se esistesse, dovrebbe domandargli: scusa, caro, chi ti ha autorizzato a usarle contro l’Iran, esponendoci alle rappresaglie? E se l’Iran, com’è è suo diritto, bombarda Kiev, tu che fai: vieni a piangere da noi perché interveniamo o ti armiamo anche sul nuovo fronte aperto da te? Fortuna che ci ha pensato Trump a rimetterlo in riga, facendo pure dietrofront dall’insano proposito di cedergli le licenze dei Patriot. Casomai servisse, l’invasione di migranti marocchini a Ceuta dimostra che la vera minaccia per l’Europa non arriva da Est, cioè da Mosca; ma da Sud, cioè dal Mediterraneo fra Africa e Medio Oriente. L’hanno capito persino gli Usa, che prima ci hanno imposto Putin come nemico e ora hanno fatto pace con lui. Ma noi, furbi, continuiamo a combattere le loro guerre: quelle nuove e pure quelle vecchie.

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PAFLAGONA E I SALSICCIAI

Editoriale di Marco Travaglio

02 agosto 2026

Nel suo strepitoso libro Ma come parli?! (Paperfirst), Daniela Ranieri usa I cavalieri di Aristofane per descrivere la corsa al peggio che s’è innescata fra Meloni, Salvini, Tajani e Vannacci. “Due servi rivelano al padrone, il signor Demo (il popolo, ndr), che un terzo servo, Paflagone, lo inganna raccontandogli frottole e incutendogli paure infondate per soggiogarlo; un oracolo peraltro ha annunciato che Paflagone verrà sostituito da uno peggiore di lui: il salsicciaio. Paflagone e il salsicciaio si scontrano nell’assemblea del popolo a colpi di urla, insulti, smargiassate, ricette c**inarie, mentre il coro dei cavalieri sostiene il salsicciaio contro Paflagone, appoggiato dal popolino (è una specie di talk show). Vincerà il salsicciaio invocando, come fossero divinità, “Imposture, Imbrogli, Astuzie, Stupidità, Furfanterie e Piazza” perché gli diano “coraggio, lingua pronta e voce sfacciata”, e Paflagone piagnucolerà di essere stato battuto con le sue stesse armi: volgarità e mancanza di ritegno”.

E Aristofane non aveva visto i nostri eroi nella loro ultima truffa: la sospensione degli accordi di Schengen per chiudere le frontiere marittime e aeree con la Spagna per i 50 mila marocchini giunti a nuoto a Ceuta, enclave spagnola in Marocco. Come se non fossero stati rispediti indietro in 48 ore, prima che uno solo riuscisse ad attraversare il Mediterraneo e ad approdare nella Spagna continentale (Madrid applica un doppio filtro: uno alla frontiera col Marocco e uno – il controllo Schengen – alla partenza verso la penisola, per evitare che anche un solo irregolare entri in area Schengen). È come se potessero arrivare da Ceuta a nuoto o in aereo. La mafia scafista e forse qualche autorità di Rabat li hanno illusi che chi arriva a Ceuta ha diritto di essere regolarizzato in Spagna grazie a una nuova sentenza della Corte Suprema. Ma è una balla: la regolarizzazione può averla solo chi risiede in Spagna per almeno 5 mesi e da prima dell’1.1.2026. Quindi nessun pericolo di nuovi irregolari in Spagna, tanto meno in Italia o nel resto d’Europa. E nessun bisogno di sospendere Schengen, fra l’altro per finta: i “nuovi” controlli annunciati dai Melones alle frontiere con la Spagna riguardano solo i cittadini extra-Ue (e come si riconoscono?), cioè sono gli stessi di prima. E se bastasse un aumento di sbarchi in un Paese Ue per sigillargli le frontiere, l’Europa avrebbe dovuto farlo decine di volte con l’Italia del governo Meloni, che ha collezionato record mai visti di clandestini (+55% rispetto alla Spagna) e di mancati rimpatri (-29,6%) e agita lo spauracchio iberico per nascondere i nostri sbarchi, quelli sì incontrastati. Ma nessuno s’è mai sognato di farlo né di pensarlo, sennò sai gli strilli di Giorgia Paflagona e dei salsicciai.

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