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Dino

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GARLASCO SPARA-PALLE

Editoriale di Marco Travaglio

02 ottobre 2026

A furia d’inseguire i lanci della macchina sparapalle detta “caso Garlasco”, si è perso di vista il focus della nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi: cioè la tesi che il colpevole sia Andrea Sempio e Alberto Stasi non c’entri. Editoriale le dimostrarla, i pm devono ottenere il rinvio a giudizio e la condanna di Sempio e la revisione di quella di Stasi. Come? Con prove così nuove e granitiche su Sempio da superare il giudicato irrevocabile di Cassazione su Stasi. Le hanno trovate? Vediamo. I contatti di Sempio con Chiara sono zero e la sua “ossessione” per la ragazza fino al rifiuto che l’avrebbe indotto a ucciderla è smentita dal fatto che Sempio non ne parla mai nei soliloqui (tranne quello in cui scimmiotta un podcast) e negli scritti: Stasi ignorava chi lui fosse e Chiara non gliene parlò mai. Il Dna sotto le unghie della vittima, compatibile con la linea maschile della famiglia Sempio, per la perita del Gip non è “certamente affidabile”: campione scarso, parziale, misto e incerto. La nuova ricostruzione del delitto, con la colluttazione “da 15 a 60 minuti” (sic), fatta sulle vecchie foto senza riesumare il corpo, è pura fiction. La traccia 33 sulla parete, riesaminata in foto, “non esclude” il sangue ma neppure lo dimostra e comunque non si sa di chi sia. La compatibilità fra il piede da elefante numero 44 di Sempio con l’impronta di scarpetta 42 fa ridere. E l’analisi sui resti della colazione, che doveva incastrare Sempio, ha inguaiato vieppiù Stasi: anche il Dna sulla cannuccia di Estathé è suo.

Ma tutto questo è sparito dalla scena mediatica, perché la verità non fa share. Così come il commando di killer al seguito di Sempio che uccidono Chiara in comitiva; la bufala della cugina della vittima che getta l’arma nel canale; le piste pedo-porno-sataniche nel santuario; le tangenti dei Sempio all’ex pm Venditti (tutto falso e archiviato). Molto meglio menarla sulla presunta “smentita” del Dna di Chiara sul pedale della bici degli Stasi, peraltro “processualmente accertata” persino per il gup Vitelli che assolse Stasi per insufficienza di prove. Peccato che la smentita non esista: anzi, pure i consulenti dei pm confermano in ben due relazioni “tale dato solido in termini di riproducibilità e attendibilità. Nessun consulente o perito ha mai messo in discussione la qualità e l’attribuzione di tale profilo alla vittima”. E smentiscono la bufala della difesa Stasi sullo scambio di provette tra il cucchiaino di Chiara e il pedale. Una volta acquisito quel dato granitico che inchioda Stasi, tutti gli altri test di esito diverso non potevano più smentirlo, quindi le chiacchiere sul Ris stanno a zero. E soprattutto riguardano eventualmente il Ris, non Sempio. Che, sulla scena del delitto, continua a non risultare. Forse perché non c’era.

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Dino

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LA FIGLIA D’ARTE

Editoriale di Marco Travaglio

03 ottobre 2026

Spiace per i festeggiamenti dei 90 anni di B. Ma quando un palazzinaro milanese costruisce le sue prime fortune con società rette da prestanomi e barcate di contanti di provenienza ignota, stringe un patto coi capi di Cosa Nostra per avere protezione in cambio di soldi che versa per 18 anni, fonda una concessionaria pubblicitaria e un partito con l’uomo di mafia che gli ha presentato i boss e gli ha messo in casa per due anni un mafioso del clan di Porta Nuova travestito da stalliere che ogni tanto viene arrestato e ogni tanto gli fa un attentato, guida tre governi e domina la politica per 29 anni, ogni volta che i pm gli domandano dove ha preso i soldi si avvale della facoltà di non rispondere e alla fine muore da indagato per concorso nelle stragi, è probabile che non basti la sua dipartita perché si smetta di parlare di certe faccenduole. Infatti ieri al processo Baiardo e prossimamente nell’inchiesta su via d’Amelio ne ha parlato Giuseppe Graviano, ex boss di Porta Nuova (la famiglia dello “stalliere”) condannato per le stragi. E ha raccontato che tra i finanziatori che investirono nelle prime società di B. c’era suo nonno: 5 miliardi di lire dei 20 raccolti dagli amici degli amici erano i suoi.

Ma non aveva finito di parlare e già Marina B. strillava alla “giustizia capovolta” dove “un feroce boss si traveste da pm per rilanciare infami accuse senza il minimo contraddittorio a chi non può difendersi”. Il contraddittorio c’era eccome, infatti Graviano rispondeva alle domande di pm e avvocati. E B. ha avuto una vita intera per chiarire la provenienza di quei capitali, ma se n’è ben guardato. Forse la signora dovrebbe leggersi la sentenza della Cassazione che ha condannato l’amico Dell’Utri a 7 anni per mafia per aver mediato “l’accordo di protezione stipulato nel 1974 tra gli esponenti mafiosi (Bontade e Teresi) e Silvio Berlusconi” e, “assicurando un costante canale di collegamento tra i partecipi del patto…, protrattosi senza interruzioni, e garantendo la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa… ha consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante… alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale, del suo programma criminoso, volto alla sistematica acquisizione di proventi economici ai fini della sua operatività, del suo rafforzamento e della sua espansione” almeno “fino al 1992”, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Poi dovrebbe fare mente locale e rammentare quel simpatico figuro, Vittorio Mangano, che alloggiava nella villa di Arcore e accompagnava a scuola lei e Pier Silvio. Parafrasando Alberto Sordi, “ormai hai 60 anni: è tempo che tu sappia di chi sei figlia”.

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Editorialdi Marco Travaglio - 4 Ottobre 2026

ELLY E IL KRAPFEN

Nel manicomio della stampa padronale galoppano libere e belle quattro ideone, una più strepitosa dell’altra.

1) Siccome la Schlein non vuole Conte candidato premier perché metterebbe in fuga una piccola parte degli elettori Pd e Conte non vuole la Schlein perché metterebbe in fuga una gran parte degli elettori M5S, non bisogna far decidere gli elettori alle primarie, ma accordarsi aumma aumma su un nome terzo tipo la Salis, che metterebbe in fuga tutti gli elettori M5S e Avs e una piccola parte degli elettori Pd, o tipo Gualtieri, Manfredi, Gabrielli e Ruffini, che hanno l’appeal di un cassamortaro e metterebbero in fuga quasi tutti gli elettori Pd, M5S e Avs.

2) Siccome Pd, M5S e Avs dovranno presentare un programma comune, devono avere tutti lo stesso programma: quello del Pd, che non esiste e quindi mette d’accordo tutti. Se viceversa su riarmo, armi all’Ucraina, Gaza, inceneritori e Tav hanno posizioni diverse, quella del Pd è giusta (tanto non si capisce) e quelle degli altri sono sbagliate (perché si capiscono): ergo, se gli altri difendono le proprie, “attaccano il Pd” e “fanno il gioco della destra”, mentre se il Pd difende le sue (ove mai le capisse)è “testardamente unitario”.

3) Fa eccezione Renzi, che può avere posizioni opposte su tutto da M5S, Avs e Pd (ove mai il Pd ne avesse una), ma deve entrare nell’alleanza di diritto. E perché? Perché sì. Conte “insulta” e “attacca” il Pd anche se non l’ha mai attaccato né insultato: invece Renzi, che si fa chiamare Kraken perché ormai si sta sulle palle da solo (ma va bene anche Krapfen, visto il girovita), insulta e attacca Conte, Avs, Onorato e chiama nel Bar di Guerre stellari detto Leopolda l’insultatore De Luca, promosso a Sceriffo, per rincarare la dose, ma i suoi non sono insulti e attacchi agli alleati. E perché? Perché no.

4) Tutti estasiati per il discorso della Schlein alla Direzione Pd, in cui non ha detto se e quando si faranno le primarie né dov’è il programma Pd, né cosa pensa oggi delle armi a Kiev e del riarmo Ue/Nato (il 18.3.’22 dichiarava a Rep: “La pace in Ucraina non si fa con le armi. Sosteniamo l’accoglienza, sbagliato aumentare le spese militari”). Però ha dichiarato che “il Pd ha il doppio dei voti di Conte” e “uno non vale uno”. Ne avesse azzeccata una: Ipsos dà il Pd al 19,5 e il M5S al 14,5, quindi Conte non avrebbe metà dei voti della Schlein, bensì circa i 3/4. Ma soprattutto: se la Schlein sostiene che comanda chi ha più voti, cioè lei, non dovrebbe sostenere che “uno non vale uno”, bensì che “uno vale uno”. Se per tutti ogni voto vale uno, il suo discorso regge; se per qualcuno ogni voto vale due, crolla tutto. È la logica pura, oltreché il principio di eguaglianza. Che, spiace dirlo, non è un’idea bizzarra di Grillo e Casaleggio: è l’articolo 3 della Costituzione.

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MA MI FACCIA IL PIACERE

Editoriale di Marco Travaglio

05 ottobre 2026

La fattoria degli animali. “Con tutto l’affetto per Di Battista, cui tutti auguriamo pronta e totale guarigione, che si lamenti del clickbaiting ai suoi danni è veramente il bue che dà del cornuto al grillo” (Luca Bottura, Facebook, 30.9). Poi ci sono i vermi.

Boia chi molla. “Conte mollerà il Pd” (Carlo Calenda, leader Azione, 3.10). Ma quindi come un Calenda qualsiasi?

Il mitomane. “Sono i Travaglio e i Ranucci, e ormai solo loro, a cercare invano di togliere ogni margine di iniziativa politica a Italia Viva – Casa Riformista” (Matteo Renzi, leader Iv, Giornale, 27.9). A parte gli elettori, si capisce.

Quanto li arrazza. “Renzi in versione Clint Eastwood tra la garanzia del tostapane e il ‘contratto alla tedesca’” (Corriere della sera, 4.10). “Renzi è un frontman naturale come Mick Jagger” (Repubblica, 4.10). Ma ricorda parecchio anche Brad Pitt.

San Beppe d’Assisi. “Grillo contro il M5S: ‘Si ispirava a San Francesco, non all’arricchimento personale’” (Repubblica, 4.10). Però, com’è noto, San Francesco si faceva dare dai francescani oltre 300 mila euro l’anno per non fare nulla e sparlare di loro.

Il Santo/1. “La tragica farsa dei pm di Firenze. Il boss Graviano usato per sporcare Berlusconi” (Foglio, 3.10). Strano, era così pulito.

Il Santo/2. “I 90 anni di Silvio. Idee, battute, ricordi: lo spirito del Cav aleggia nel Paese” (Augusto Minzolini, Giornale, 29.9). Ah ecco cos’era tutta quella puzza.

Il Santo/3. “Il ricordo di Silvio tra famiglia e FI: ‘Ha servito l’Italia con il sole in tasca’” (Giornale, 30.9). Sicuri che fosse il sole?

Codice rosso. “Russia, il progetto ‘Mano Morta’ in caso di uccisione di Putin: riattivato l’Object 1335, un bunker (top secret) per la risposta nucleare” (Messaggero, 28,1). Il famoso bunker dove i putiniani in lutto ti toccano il c**o.

Logica aristotelica. “L’allarme dell’intelligence danese: la Russia attaccherà la Nato perché è debole” (Federico Rampini, Corriere della sera, 28.9). Non vede l’ora di perdere contro la Danimarca.

Smemoranda. “La stoccata di Paolo Mieli a Marco Travaglio: ‘Quel giornale di cui non ricordo il nome dice che quei droni sono tutti ucraini’” (Paolo Mieli, L’aria che tira, La7, 1.10). No, ciccio, quel giornale non ha mai scritto che i droni sono tutti ucraini. Quindi, oltre al nome, non ricordi neppure ciò che quel giornale ha scritto. Ti serve una cura di fosforo.

Ha stato Putin/1. “L’attentato fallito alla base della Raf. Liberi su cauzione i 5 fermati. E spunta l’ombra del Cremlino. L’indagine segue anche la pista che porta a Mosca” (Messaggero, 29.9). Una pista di coca.

Ha stato Putin/2. “L’accusa della Lettonia: ‘Lo Zar ci invia i migranti’” (Libero, 3.10). Devono essere quelli di Ceuta.

Fuori tema. “Amnesia Albanese: risoluzioni contro tutti tranne sullo Zar. Secondo Un Watch la relatrice speciale non ha mai condannato i crimini di Mosca” (Giornale, 3.10). Strano, visto che è la relatrice Onu sui territori palestinesi.

Malati immaginari/1. “La partita del dopo Putin e quelle trame di potere per traghettare la Russia. Il 7 ottobre il despota avrà 74 anni e la sua età anagrafica inizia a essere un ingombro” (Andrea Romano, Repubblica, 3.10). Invece Mattarella, a 85 anni, è bello fresco e pronto per il terzo mandato.

Malati immaginari/2. “Xi da Trump. Ombre sulla sua salute” (Giornale, 22.9). Deve avere le stesse malattie di Putin.

I veri problemi. “Le tragiche Salis. Silvia stringe la mano alla Meloni e poi fa subito una smorfia di disgusto”, “Silvia fa la schifata davanti alla Meloni” (Libero, 3.10). “Salis esclusa dal palco. Scoppia il caso” (Corriere della sera, 2.10). “Rimpallo di responsabilità per il palco negato a Salis. Meloni la chiama: mi spiace. Il taglio del nastro al Salone nautico di Genova diventa un caso” (Stampa, 2.10). Oh no! E ora come facciamo?

Testa di Chicco. “Il referendum (contro il nucleare, ndr) ci è costato miliardi” (Chicco Testa, Giornale, 25.9). Eh già, purtroppo il popolo sovrano ogni tanto vota: dove andremo a finire, signora mia.

Totò terzo uomo. “Campo Largo, Avs invoca un federatore senza primarie: ‘Serve un terzo nome’” (Repubblica, 22.9). Ma tipo Bonelli o tipo Fratoianni o tipo la moglie di Fratoianni?

Alla pompa. “Pure Tamoil sconta la benzina. Ma M5S tifa per aumentarla” (Libero, 2.10). “Dalla ‘ndrangheta ai 5S. Chi soffia sul caro benzina” (Giornale, 2.10). Ah ecco perché aumenta.

Buongustai/1. “I riformisti del Pd lanciano Gori, ma sognano Renzi” (Giornale, 27.9). Golosoni.

Buongustai/2. “La posta in gioco alla Leopolda. Renzi deve far dimenticare ai suoi elettori il ruolo cruciale di Conte” (Stefano Folli, Repubblica, 2.10). Elettori? Quali elettori?

L’erba vogliono. “Per la casa di Monte Carlo i pm vogliono prescrivere Fini e la famiglia Tulliani” (Libero, 2.10). Dissero quelli che esaltavano la legge Cirielli che dimezza i termini di prescrizione e attaccavano la Bonafede che la blocca dopo la sentenza di primo grado.

I titoli della settimana/1. “90 anni di Silvio Berlusconi. Lo rimpiangono anche gli avversari” (Aldo Torchiaro, Riformista, 29.9). “Siamo tutti berlusconisti” (Claudio Velardi, ibidem). Ma esattamente voi chi?

Il titolo della settimana/2. “Chico Forti ottiene la semilibertà. ‘Ma il cammino non è finito’” (Libero, 22.9). Vuole sperare a qualcun altro?

Il titolo della settimana/3. “Antisemitismo, ok in commissione: i dem non votano e Iv con la destra” (Repubblica, 1.10). Ma non mi dire.

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TUTTI AL FRONTE

Editoriale di Marco Travaglio

06 ottobre 2026

Non c’è un minuto da perdere. Se è vero quel che dicono Merz e il suo capo dei servizi Jaeger, cioè che Putin sta per invadere l’Europa, tutti i Paesi Ue devono schierare subito le truppe ai confini con la Russia. Guai a lasciare soli gli ardimentosi estoni, connazionali dell’intrepida Kallas, che avvicinano a 50 km dalla frontiera il loro poderoso esercito di 4.650 uomini e zero carri armati, zero caccia, 6 lanciarazzi e 36 cannoni per “colpire in profondità” la prima potenza nucleare mondiale. La notizia che quello screanzato di Putin, venendo meno alle più elementari regole di buona educazione, non intende aspettare il 2030 quando sarà completato il riarmo Ue da 800 miliardi, né tantomeno il 2035 quando sarà ultimato il riarmo Nato al 5% del Pil ha stupito le migliori menti europee, finora convinte che il despota avrebbe cavallerescamente rispettato le nostre scadenze (“Quando siamo pronti ci facciamo vivi noi”, “Ah, ok, allora resto in attesa”). Resta da capire da cosa desumano l’invasione alle porte, visto che non hanno ancora dimostrato uno solo dei mille “attacchi ibridi russi” dell’ultimo biennio (il prossimo è il cyberattacco putiniano che truccherà le primarie del Campo Largo, ma solo se vince Conte, sennò tutto regolare). Pare che Merz ci sia rimasto male perché domenica, mentre visitava Kiev a sorpresa con la solita valigetta di soldi, i russi colpivano il ponte Nord dopo il ponte Sud sventrato sabato: forse non sospettava che lì c’è la guerra. Così le ha cantate chiare a Putin: “Basta, va fermato”. Resta da capire come: non, si spera, con le valorose truppe della Estonia, sempreché il piano non sia far morire i russi dal ridere.

Serve qualcosa di più serio, tipo gli eserciti tedesco, polacco, francese e britannico: i Volenterosi al gran completo. Sono due anni che ripetono di essere prontissimi: è ora che lo dimostrino. Fra un’elezione persa e l’altra, mandino queste benedette truppe in Ucraina e la facciano finita. Tanto Varsavia e Rutte han già assicurato che la guerra alla Russia è una pura formalità: vinciamo noi, come disse il maresciallo Severgnini. E allora basta chiacchiere: tutti a Kiev. Ma alla svelta, perché il deputato Goncharenko del partito ucraino più filo-Ue conferma l’analisi dell’ex ministro della Difesa Fedorov: “Stiamo perdendo la guerra, la strategia del governo – la ricerca dell’arma miracolosa che risolverà tutto – è assurda, dobbiamo negoziare con Mosca e fare concessioni reciproche”. Sarà mica putiniano pure lui?

Ps. C’è anche la remota eventualità che gli allarmi dei baltici, dei polacchi e dei tedeschi siano la solita barzelletta: nel qual caso, il governo italiano dovrebbe precisare una volta per tutte che non li riconosce più come alleati. Anzi, non li conosce proprio.

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CI PRENDONO PER SCEMI

Editoriale di Marco Travaglio

07 ottobre 2026

Siccome la “guerra ibrida” esige qualche straccio di prova (per ora mai visto) per dichiarare la terza guerra mondiale, il nuovo ordine di scuderia è chiamarla “guerra ombra”. Che, essendo ombra, non si vede e non richiede neppure la fatica di dimostrarla. Rutte, il portaombrelli di Trump fresco di premio Pace di Vestfalia dalle mani di Merz, spiega come fare in caso di incidenti di matrice ignota: “Avete sentito il Comandante supremo alleato dire: ‘Ehi, quando potete, quando siete sicuri o quasi sicuri che siano i russi, attribuitelo ai russi’, come ha fatto oggi l’Estonia. Lo apprezzo”. Tipo quando i lituani lanciarono l’allarme droni russi, i caccia Nato si alzarono per abbatterli, poi si scoprì che erano uccelli. O quando Zelensky disse che due missili caduti in Polonia erano russi e invocò l’articolo 5 Nato, cioè la guerra mondiale, peccato che fossero ucraini. O quando il polacco Tusk accusò i droni russi di aver distrutto il tetto di una casa a Lublino, ma era stato un missile polacco. Uno si alza, grida “al russo al russo”, la notizia diventa “quasi sicura”, si dichiara guerra a Putin e poi, se qualcuno sopravvive, scopre che non era vero niente.

Ogni giorno questi pazzi criminali ci mettono alla prova, per vedere fin dove arriva la nostra creduloneria e può spingersi la loro propaganda. Ora è la vecchina ucraina che “disattiva un drone russo a mani nude” (forse parente di quella che nel 2022 abbatté un drone russo lanciando un barattolo di cetrioli o di pomodori dal balcone). Ora è il copilota jihadista dell’aereo FlyDubai che accoltella il comandante, ma viene prontamente ammanettato coi cavi degli auricolari (di acciaio inox o filo spinato, si presume) di un eroico passeggero. Ora sono i russi che in Ucraina combattono con le pale del 1869, le dita al posto delle baionette e gli homeless jacuti ubriachi a dorso di mulo, però ora invadono l’Europa almeno fino a Lisbona. E poi c’è Putin, che è contemporaneamente astutissimo perché trucca tutte le elezioni dell’orbe terracqueo vinte dai filo-russi e perse dagli anti-riarmisti; ma anche stupidissimo, perché ogni giorno semina attacchi ibridi, anzi “ombra” in tutta l’Ue portando acqua al mulino dei riarmisti russofobi. Ora, per dire, pianifica attacchi a Italia, Francia, Spagna in piena campagna elettorale, danneggiando i partiti che negano la minaccia russa; e intanto si danna l’anima per manipolare le elezioni a loro favore. E persino le primarie del Campo largo. I suoi hacker sono già pronti a votare in massa Conte, ma al Cremlino prende piede la corrente riformista che preferirebbe un trionfo di Gori o Ruffini o Maraio, così poi tutti si chiederebbero chi minchia siano Gori, Ruffini e Maraio. E nessuno ci capirebbe più niente. È il bello della “guerra ombra”: vale tutto.

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