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MA MI FACCIA IL PIACERE
Editoriale di Marco Travaglio
03 agosto 2026
Pina la mina. “Attenzione a non cadere negli attacchi ibridi e nelle shit storm organizzate per minare la mia credibilità” (Pina Picierno, eurodeputata ex-Pd, X, 31.7). Anche perché, a minare la sua credibilità, ci riesce benissimo da sola.
L’insaputo.L’Arabia Saudita si unisce agli Usa e per la prima volta attacca le milizie in Iraq”, “Scontro sulla missione, Crosetto si difende: ‘Riad non è in guerra’” (Repubblica, 29.7 e 1.8). È che si dimenticano sempre di avvertirlo.
Contabilità. “In carcere Roggero vede Bossetti. E presto lavorerà come contabile” (Libero, 24.7). Almeno i morti ammazzati sanno contarli benissimo.
Ricongiungimento familiare. “La paura di Roggero in cella: ‘Ho detto a mia moglie di affidarsi a un vigilante’” (Corriere della sera, 27.7). Così magari lo raggiunge in cella.
Salamelecchi. “Sala: ‘Violenze No Tav atti criminali perpetrati da persone che fanno fatica a sapere cosa sia davvero la Tav’” (Repubblica, 27.7). Tipo quelli che pensano che il treno ad alta velocità sia femminile.
GinGilli. “…E la guerra, dopo oltre quattro anni, è ancora lì. L’Ucraina non ha certo vinto, ma non ha neppure perso” (Andrea Gilli, Facebook, 22.7). Vuoi vedere che ha pareggiato?
L’impero dei Sensi. “Le minacce di Putin all’Europa e la rabbia di Sensi leggendo Bonelli” (Foglio, 31.7). Oh no, e adesso come facciamo?
Grandi firme. “Al posto dei tormentoni estivi, una grande storia: l’Odissea sul Foglio” (rag. Claudio Cerasa, Foglio, 1.8). Da oggi il dottor Omero inizia la sua collaborazione a titolo gratuito con il ragionier Cerasa.
Tutto chiaro. “Un ‘garante’ per il campo largo. L’idea anti caos. Spunta l’ipotesi di nessun candidato premier ma un nome di garanzia, poi ci penserà Mattarella. Servirebbe un passo indietro di Schlein e Conte. Il pressing su Salis” (Daniela Preziosi, Domani, 25.7). Se questa è l’idea anti-caos, cos’è il caos?
Il ragionier Nostradamus. “Il Conte giusto per l’Italia. Dieci ragioni per sperare che l’appello del Foglio convinca la Figc”, “C’è un Conte che può salvare l’Italia. Antonio, non Giuseppi. Forza Conte” (rag. Cerasa, Foglio, 28.7). Fassino, è lei?
Cick to Cick. “In FI può riaccendersi l’idea socialista, ma il Pd non sarà mai una sponda. Hanno soppiantato il Psi col suo opposto, i 5S” (Fabrizio Cicchitto, Dubbio, 1.8). Che fra l’altro non si decidono a rubare e a iscriversi alla P2.
Le merlettaie e il ricamatore. “Mattarella, 85 anni. Quel mite custode della Repubblica” (Massimiliano Scafi, Giornale, 24.7). “Un energico appello alle forze politiche perché abbassino i decibel dello scontro… Un severo monito al governo, perché non ceda alla tentazione di ‘adattare’ le leggi caso per caso… E un brusco richiamo a chi, a sinistra, ha mostrato indulgenza verso gli ‘inaccettabili’ comportamenti aggressivi dei No Tav. ‘La violenza è un virus letale per la democrazia e la vita sociale’, è il filo rosso con cui Sergio Mattarella ricama la sua rigorosa moral suasion” (Monica Guerzoni, Corriere della sera, 31.7). Più che altro un filo di bava.
Tra perdenti. “Marco Travaglio, anima del giustizialismo italiano, ammette di aver ‘goduto’ quando l’Italia non si è qualificata per la terza volta ai mondiali… Gode gode pensando che ci sono dei bambini che non si sono mai emozionati vedendo l’Italia ai mondiali, gode perché in una piazza non possiamo abbracciarci felici per le Notti Magiche o per un’emozione chiamata Calcio. Si può nascere felici, liberi e entusiasti, appassionati di cose belle e innamorati della possibilità di mettersi in gioco. E poi si può nascere Marco Travaglio. Sono fiero e orgoglioso di non essere come lui” (Matteo Renzi, leader Iv, X, 30.7). E niente, ormai questo perditore seriale s’immedesima anche in quelli che perdono molto meno di lui.
I migliori danni. “Il tifo di Travaglio contro (tutta) l’Italia. Loda sempre chi vuol danneggiare il Paese” (Pietro Senaldi, Libero, 31.7). Sempre no: sennò stravedrei per Senaldi.
Dov’è la vittoria. “Il mercato scommette sulla vittoria dell’Ucraina” (Foglio, 28.7). “Tra i palazzi di Kiev distrutti dai missili di Putin: ‘Sono settimane che non ci dà tregua’” (Corriere della sera, 2.8). “Diluvio di missili su Kiev. Zelensky: ‘Siamo rimasti senza difese’” (Stampa, 2.8). Strano, una settimana fa stravinceva.
Pesi e misure. “La trasparenza sulle chat private vale solo per Delmastro. Se però toccano Scarpinato invocano la privacy” (Riformista, 24.7). Quelle di Scarpinato sono intercettazioni fra un senatore incensurato e un altro ex pm antimafia incensurato: infatti in Antimafia le hanno lette tutti e i giornali le hanno pubblicate. Invece le chat fra Delmastro e Caroccia, prestanome pregiudicato del clan Senese, no.
Il titolo della settimana/1. “Ash: ‘90 giorni per salvare gli Stati Uniti’” (Repubblica, 2.8). Ok, mo’ me lo segno.
Il titolo della settimana/2. “Veronica Ferraro, influencer: ‘Ferragni l’hanno trattata come Satana, ma è stata una pioniera” (Corriere della sera, 2.8). Tipo Guglielmo Marconi, per dire.
Il titolo della settimana/3. “L’intelligence non vede i No Tav, ma regolava i conti all’Autogrill” (Aldo Torchiaro, Riformista, 28.7). No, ciccio, all’autogrill c’era una sola spia: il tuo amichetto Mancini.
I titoli della settimana/4. “Le donne, l’arme, gli amori del ‘Cavalier Sigfrido’” , “Sette donne per Sigfrido: da Boccia a De Crescenzo il gineceo del conduttore” (Mario Ajello, Messaggero, 18 e 28.7). Ma questi quando si vergognano?
Il titolo della settimana/5. “Ora basta, l’Italia chiude le frontiere” (Verità, 1.8). “Confini blindati dopo l’invasione in Spagna” (Giornale, 1.8). Il famoso confine italo-spagnolo.
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CHI RIPUDIA LA PACE
Editoriale di Marco Travaglio
04 agosto 2026
Il pensiero unico bellicista ha fatto ormai retrocedere il dibattito pubblico sui negoziati con la Russia e sul riarmo dei Paesi Ue alla fase della lallazione: mamma, cacca, papà, pipì, popò, pupù. Per far digerire alle persone normali la follia di indebitarsi per 800 miliardi per il piano Rearm Eu, poi ribattezzato Prontezza 2030 e infine Preservare la Pace, i giornaloni attaccano chi lo chiama riarmo e lo neutralizzano con robuste virgolette e aggettivi minimizzanti (cosiddetto, presunto). Presto lo chiameranno “diversamente disarmo”, nella speranza che la gente inizi a invocarlo nelle piazze. Le armi a Kiev e i negoziati con Mosca, nel primo decreto Draghi del 1º.3.2022, una settimana dopo l’invasione, erano inscindibili. Per derogare per la prima volta in 74 anni all’art. 11 della Costituzione, Draghi precisò nella risoluzione parlamentare che l’Italia inviava armi all’Ucraina perché “sostiene ogni iniziativa multilaterale e bilaterale utile a una de-escalation militare” e un negoziato per cessare il fuoco a partire dall’“opera di mediazione della Santa Sede”. Tutti i partiti – inclusi i 5Stelle e pure FdI dall’opposizione, tranne il solo Fratoianni – votarono Sì. E il Fatto li criticò aspramente per la violazione implicita della Costituzione. Ma allora il negoziato era più che un’ipotesi: le delegazioni russa e ucraina trattavano in Bielorussia e poi a Istanbul. Putin – lo riferirono tre negoziatori ucraini – s’impegnava a ritirarsi dai territori appena occupati se Kiev avesse rinunciato alla Nato e a un esercito extra-large e rispettato gli accordi di Minsk del 2014-15 sull’autonomia al Donbass. Zelensky si dichiarò pronto ad archiviare la Nato e ad accantonare Crimea e Donbass. Ma il 15 aprile, a un passo dall’intesa, su pressione di Biden, Johnson&C., gli ucraini abbandonarono il tavolo. A settembre Putin annesse le regioni russofone. E a ottobre Zelensky vietò per decreto di negoziare con lui.
Da quell’istante l’Italia avrebbe dovuto smettere di armare Kiev. Invece continuò, in violazione – a quel punto anche esplicita – della Carta. Ma da allora i 5Stelle dissero sempre no sia alle armi a Kiev sia al riarmo italiano. Draghi puntava al 2% di Pil subito e Conte lo costrinse a diluirlo in sei anni. Le stesse posizioni ribadite l’altroieri da Conte e spacciate da mezzo Pd&giornaloni come una novità finalizzata a rompere coi dem. Strano, leggete qui: “La pace in Ucraina non si fa con le armi. Sosteniamo l’accoglienza degli ucraini, sbagliato aumentare le spese militari”. Chi l’ha detto? Elly Schlein a Repubblica il 18 marzo 2022, un anno prima di esser eletta – anche per quella posizione – segretaria Pd. Quindi il programma del centrosinistra su guerra e riarmo è già fatto, visto che Conte e Schlein, come pure Avs, la pensano allo stesso modo. O no?
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PUTAJANI
Editoriale di Marco Travaglio
05 agosto 2026
Tajani, uno dei politici più svegli che abbiamo, debuttò a Mosca nel 2009 da commissario europeo ai Trasporti, in pellegrinaggio da Putin col cappello in mano per parlare di affari. Le guerre in Cecenia e in Georgia c’erano già state e Anna Politkovskaya era già stata assassinata. Lo rivide nel 2013 alla fiera di Hannover da vicepresidente Ue: c’era già stata pure la guerra in Siria, ma lui parlò di investimenti in Russia e agevolazioni ai turisti russi. Nel 2014, dopo la cacciata del presidente ucraino Yanukovich a furor di piazza, il nuovo regime filo-Nato scatenò la guerra civile contro i russofoni, Putin annesse la Crimea e aiutò i secessionisti del Donbass. Ma Tajani chiese di “tenere in considerazione le istanze di buona parte dell’Ucraina, che è russofona… Putin ha sbagliato, ma non dobbiamo commettere l’errore di chiudere la porta al dialogo con la Russia, visto il fabbisogno energetico delle nostre imprese”. A inizio 2022 Biden&Nato annunciavano la sicura invasione russa dell’Ucraina per propiziarla e Macron e Scholz si dannavano per scongiurarla: Tajani invocò “soluzioni diplomatiche per evitare lo scontro” e lodò Draghi perché “ha chiamato Putin”. A marzo, dopo l’invasione, propose Merkel e B. come mediatori e assicurò che B. “sta lavorando per la pace con tutti i suoi contatti internazionali: è già stato capace di mettere a un tavolo Putin e Bush, avvicinando la Russia alla Nato e all’Occidente, ma poi non s’è fatto più niente”. E ca**iò Biden per aver dato del criminale a Putin: “Io avrei usato un altro linguaggio. Se sia criminale dovrà dirlo il tribunale dell’Aja, ma ora dobbiamo raggiungere la pace”.
Quindi sì alle armi a Kiev, ma “non per colpire il territorio russo”. E bravo Zelensky, pronto a rinunciare alla Crimea e subito zittito da Stoltenberg: “Un messaggio di apertura, speriamo ne arrivino altri”. E poi “Putin ha commesso moltissimi errori, ma anche l’Occidente isolando la Russia e spingendola nelle braccia della Cina”. Insomma “serve un incontro tra Putin e Zelensky e urge abbassare i toni, anziché puntare a un isolamento forte di Putin”. Poi divenne ministro degli Esteri e suggerì a Zelensky di “puntare sul cessate il fuoco quando c’è la sicurezza che Mosca non vuole continuare l’invasione”. Intanto B. ripeteva che “Putin voleva solo sostituire il governo Zelensky con persone perbene”. Ma ora Tajani ha rimosso tutto. E, tomo tomo cacchio cacchio, dà del putiniano a Conte che chiede molto meno di lui e di B.. Intanto FI chiede alla Schlein: “Elly, da che parte sta? Con Putin e Conte? O col popolo ucraino?”. Ieri Tajani ha compiuto gli anni, meritandosi la risposta di Alberto Sordi allo spettatore in prima fila che gli fa il pernacchione: “Ormai hai 73 anni, è tempo che tu sappia di chi sei figlio”.
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NON È MISS ITALIA
Editoriale di Marco Travaglio
06 agosto 2026
Più se ne parla e meno queste primarie progressiste sembrano secondarie. Intanto servono a misurare la bugiarderia di quanti un tempo le facevano e ora le demonizzano, e di chi ieri non le voleva e oggi le reclama a gran voce. Ma il fatto più interessante è lo sgomento generale per un rendez-vous dove gli elettori decidono al posto degli eletti più ancora che alle elezioni politiche. Lì, siccome il voto è prevedibile in base ai precedenti e ai sondaggi, le scelte dei partiti contano molto più di quelle degli elettori, qualunque sia il sistema elettorale. Con le liste bloccate gli elettori non scelgono nulla, ma anche con le preferenze i capi dei partiti più strutturati e clientelari riescono quasi sempre a far uscire chi vogliono, candidando i loro protégé nei posti più sicuri e convogliando pacchetti di voti controllati o comprati. Invece le primarie aperte sono un po’ come i referendum: i capibastone se ne infischiano e il voto libero vale di più, anche perché non si deve scegliere questo o quel partito: si deve optare fra un paio di figure e linee politiche. Anziché dire Sì o No a un quesito, gli italiani (e non tutti per forza di centrosinistra) dovranno decidere chi fra Schlein e Conte è il più adatto a fare il premier in caso di vittoria elettorale. Malgrado le scemenze che girano, le primarie per il candidato premier non sono il concorso di Miss Italia per eleggere il più fico o il più forte. E neppure il replay delle votazioni per il leader del Pd (vinte da Schlein nel 2023) o del M5S (vinte da Conte nel 2021, nel ’22 e nel ’25). Né un’inedita consultazione per creare la inesistente figura del “leader del centrosinistra”. Che resterà una coalizione di partiti, ciascuno retto dal suo leader, ma tenuta insieme da un programma comune (meglio un contratto tra forze diverse, non organicamente alleate, sui punti di convergenza). Se avesse un leader unico, gli elettori dei partiti diversi da quello del leader non vi si riconoscerebbero. Invece, col Melonellum, dovrà dichiarare un candidato premier.
Quindi si tratta di decidere chi sia il più adatto a guidare il governo, non la coalizione. Il più bravo ad amministrare l’Italia, non a fare politica. E non è detto che il più bravo sia il leader del partito più votato: può essere quello di un partito meno votato. Non tutti i bravi leader di partito sono bravi premier, e viceversa. E non tutti i bravi leader di partito sono graditi come premier dagli elettori. Prodi un partito non l’aveva neppure, ma portava dall’Iri un buon profilo di amministratore: fu scelto come candidato premier, batté due volte B. e nel suo primo governo fece bene. Prima di scoprire alle elezioni politiche come la pensano gli elettori progressisti, è meglio domandarglielo alle primarie. Che, se possibile, sono persino più importanti.
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Inserito il - 07/08/2026 : 03:59:58
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LA GUERRA CAMBIA, NOI NO
Editoriale di Marco Travaglio
07 agosto 2026
A furia di occultare l’esito della guerra sul campo perché contraddice tutte le loro previsioni, i giornaloni seguitano a parlarne come se fosse sempre uguale da 53 mesi. Invece è cambiata più volte, come i virus, che si adattano all’ambiente circostante. Putin invade l’Ucraina il 24.2.2022 per ottenere con la forza ciò che ha provato per anni a ottenere per via diplomatica: autonomia speciale del Donbass (accordi di Minsk del 2014-’15) e rinuncia di Kiev alla Nato (ritorno alla neutralità della Costituzione del 1996). La chiama “operazione militare speciale” perché una vera “guerra” è sempre preceduta da bombardamenti: la Russia non li fa in anticipo, usa poca aeronautica e impiega solo 175mila uomini (meno della metà degli ucraini). Dice di voler “denazificare e smilitarizzare l’Ucraina”, non occuparla tutta. La colonna di 60 km di carrarmati alle porte di Kiev pare una follia, perché li espone al tiro al bersaglio. Ma il 28.2 russi e ucraini già trattano, prima a Minsk poi a Istanbul. La Russia non chiede territori (è la nazione più vasta del mondo): offre di ritirarsi in cambio della rinuncia ucraina alla Nato, del Donbass autonomo e di un esercito ridotto a dimensioni difensive. 29.3.22: comunicato congiunto russo-ucraino sui tanti punti di intesa. I russi ritirano i tank dalle porte di Kiev, concentrandosi sul Sud-Est. A metà aprile gli ucraini abbandonano il tavolo: non si tratta più, guerra fino alla vittoria. Kiev, nella prima controffensiva, recupera territori e fa saltare i gasdotti NordStream. Putin vede che non c’è più spazio per trattare, annette le 4 regioni russofone e triplica le truppe.
Zelensky vieta per decreto i negoziati e annuncia la controffensiva del 2023 per riprendersi tutto. Ma si schianta contro la linea Surovikin, perdendo più territori di quanti ne recupera. 6.8.23: Kiev occupa mille kmq nella regione russa di Kursk. I russi la liberano e dal 2024 non fanno che avanzare. La guerra ri-cambia: gli ucraini colpiscono in profondità la Russia coi missili Nato; Putin occupa zone cuscinetto al confine per ridurne la gittata. 14.8.25: Trump in Alaska riapre il dialogo con Putin, che offre di fermarsi se Kiev gli cede il 15% di Donetsk mancante in cambio di altri territori occupati altrove. Kiev e Ue respingono il piano. Ora i russi si prendono pure quel fazzoletto di terra con le ultime roccaforti ucraine. Fanno ciò che avrebbe già fatto chiunque in una “guerra” vera: distruggono i ponti per tagliare i rifornimenti al nemico e i porti per bloccargli l’export. E puntano Odessa (Putin parla di “Novorossia”): un altro bluff per negoziare o il prossimo boccone? Anziché domandarselo, i geni dell’Ue sono ancora fermi al 2022: “aggressore e aggredito”. Sempre gli ultimi a sapere le cose, come i cornuti.
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Inserito il - 08/08/2026 : 05:11:49
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IL CABARETTISTA GEOPOLITICO
Editoriale di Marco Travaglio
08 agosto 2026
Quando qualcuno ci insulta, cerchiamo di seguire Chateaubriand: “In questi tempi difficili, è opportuno concedere il nostro disprezzo con parsimonia, tanto numerosi sono i bisognosi”. Ma facciamo un’eccezione per Vittorio Emanuele Parsi, uomo dal nome francamente eccessivo, che in un comizietto nel solito garage, oltre alle consuete contumelie al sottoscritto, ha offeso il Fatto e tutta la nostra comunità. Parlava del “noto direttore di quel giornale pro russo infame” (è così intrepido da non fare nomi), mi attribuiva frasi mai dette (“chi se ne frega se gli ucraini muoiono”) e secerneva bile a volontà: “Che schifo d’uomo, che persona bieca, che piccolo imbrattacarte sei per dire una porcheria del genere”. Ora, è un vero onore godere della disistima di questo cabarettista della geopolitica, addirittura docente alla Cattolica, co-tenutario di un programma a conduzione familiare su La7 e membro del “Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della Difesa” creato da Crosetto con gli effetti a tutti noti: insomma un analista parastatale. Ed è comprensibile che sia nervosetto, visto che da 53 mesi gli esiti sul campo della guerra russo-ucraina tramutano ogni sua analisi in barzelletta: “Più si va avanti, più la Russia rimane isolata… più la Cina vede i suoi interessi divaricarsi da quelli russi perché la Cina sa che nel futuro c’è la Cina, ci sono gli Usa, c’è l’Ue e non c’è la Russia”, “Putin ha il mondo contro… Persino i cinesi… addirittura Kim (Jong-un, ndr) non intende mandare armi alla Russia”, “Putin non mangerà il panettone nel 2023”, “L’Ucraina vincerà”, “Se c’è qualcuno che non può vincere la guerra, è la Russia”, che “sta perdendo sul campo di battaglia e sul fronte diplomatico”, “Per Putin l’Ucraina è come la Grecia per Mussolini: l’inizio della débâcle del regime”, “Il numero dei possibili sospetti (sull’attentato ucraino ai gasdotti NordStream, ndr) si riduce moltissimo: principalmente alla Russia… Se mettiamo insieme gli interessi, chi ha la capacità e uno stile d’azione disinvolto, i sospetti vanno lì”, “Chi non può permettersi altri sei mesi di guerra è la Russia” (questa è del 27.6.’22: 4 anni fa).
Avanspettacolo puro, che ci fa solidarizzare con i suoi studenti e con chiunque prenda sul serio il Pippo Franco della strategia. Naturalmente non abbiamo mai detto né pensato “chi se ne frega se gli ucraini muoiono”. Anzi, subito dopo l’invasione russa, mentre lui blaterava, la Fondazione del Fatto già raccoglieva fondi per accogliere i loro profughi. Diciamo e pensiamo da 53 mesi che per salvare gli ucraini serva negoziare un compromesso con Putin. Se il pover’uomo cerca qualcuno che se ne frega degli ucraini che muoiono, si faccia prestare uno specchio: avrà pessime sorprese.
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Inserito il - 09/08/2026 : 05:06:42
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I PUTINIANI SMEMORATI
Editoriale di Marco Travaglio
09 agosto 2026
Come la peperonata, che ogni tanto torna su, è ripartita la caccia ai “putiniani” immaginari per regolare i conti della politica, scomunicare i non allineati al pensiero unico e tentare di spaventare chi dice la verità sulla guerra: la Nato, l’Ue e l’Ucraina stanno perdendo, la Russia sta vincendo ed è urgente negoziare un compromesso realistico per il bene non di Putin, ma di quel che resta del popolo ucraino e dell’economia europea. A rendere comica la tragedia c’è che chi distribuisce patenti di putiniano a chi non lo è mai stato è proprio chi lo è sempre stato. Almeno fino all’invasione dell’Ucraina del 2022. Peccato che Putin sia sempre stato lo stesso da quando salì al potere, come premier nel 1999 e come presidente nel 2000. La guerra in Cecenia è del 1999-2009. Gli assassinii di Anna Politkovskaja e Alexander Litvinenko del 2006. Il conflitto in Georgia del 2008. L’annessione della Crimea (con sanzioni internazionali) del 2014. Il massacro di Aleppo del 2016. Ma questi predicatori dal pulpito sbagliato hanno i riflessi lenti e la memoria corta.
Sergio Mattarella. Dopo la Crimea e le sanzioni a Mosca, ha insignito delle massime onorificenze della Repubblica Italiana 30 ministri, funzionari e oligarchi del cerchio magico di Putin, tra cui il suo portavoce Peskov: alcuni sono stati sanzionati nel 2014, altri lo saranno nel 2022.
Enrico Letta. Nel 2013, da premier, riceve Putin con tutti gli onori a Trieste, firma con lui 28 intese commerciali e 7 accordi intergovernativi e lo ringrazia per “la disponibilità, l’amicizia e la voglia di cooperare insieme”. Putin ricambia invitandolo ai Giochi invernali di Sochi. Obama, Merkel, Cameron e Hollande le disertano per protesta contro le nuove leggi russe anti-gay, ma Letta ci va. Col suo governo, gli acquisti di gas russo, già esplosi sotto i governi B., balzano a 28 miliardi di m3 (il 45% del totale).
Matteo Renzi. Mentre va al governo nel 2014, la Russia si pappa la Crimea e finisce sotto sanzioni. Ma con lui e poi con Gentiloni la dipendenza dal gas russo cresce ancora, fino al 47,8%. Renzi autorizza poi la vendita a Mosca di 94 blindati “Lince” Iveco per 25 milioni (Putin li userà per attaccare l’Ucraina). A marzo 2015 incontra Putin a Mosca per tre ore: “Di fronte alla minaccia terroristica ed estremista in Libia, il ruolo della Russia può essere decisivo… La cooperazione fra Russia e Italia prosegue attivamente… Le sanzioni creano problemi a entrambe le parti”. E il Donbass? Renzi dice alla Tass che Kiev deve rispettare gli accordi di Minsk e concedere l’“autonomia speciale come in Alto Adige”.
A maggio Renzi riceve Putin all’Expo Milano: “Grazie di essere qui, la accolgo con grande gioia… Lavoreremo insieme per ripartire dalla tradizionale amicizia Italia-Russia… Il lavoro che possiamo fare insieme ha radici antiche e noi vogliamo che abbia un futuro ricco di energia per il pianeta e per la vita”. A novembre Mario Calabresi gli domanda: “Possiamo fidarci di Putin?”. E lui: “Si#768;. Nessuno può immaginare di costruire l’identità europea contro il vicino di casa più grande, considerandolo nemico… Putin è il capo di un Paese assolutamente cruciale per la stabilità del mondo. Sarebbe assurdo alzare una cortina di ferro tra Europa e Russia”.
Giugno 2016: Renzi rivede Putin al Forum Economico di San Pietroburgo e duetta con lui in conferenza stampa: “Chiederemo di ridiscutere le sanzioni Ue… L’Italia vuole essere più presente economicamente in Russia… Abbiamo chiuso accordi per più di 1 miliardo, che spalancano partnership per oltre 4-5 miliardi… La parola ‘guerra fredda’ non può stare nel vocabolario del terzo millennio. È fuori dalla storia, fuori dalla realtà ed è inutile. Abbiamo bisogno che Ue e Russia tornino a essere buoni vicini di casa. Russia ed Europa condividono gli stessi valori”. Gran finale: “Se avete notato, oggi il presidente Putin è stato più europeista di me. Spassiba, grazie”. Putin ricambia: “Renzi è un grande oratore, mi complimento con lui per l’intervento. L’Italia può andare fiera di un premier del genere”. All’uscita Renzi chiede e ottiene un passaggio sull’auto blindata dell’amico Vladimir.
Nel 2021 entra nel Cda di Delimobil, colosso russo di car sharing con sede in Lussemburgo creato da un napoletano in società con la banca statale russa Vtb. Ne esce l’anno dopo per l’invasione dell’Ucraina, con 40mila euro di gettoni di presenza. Poi inizia a dare dei putiniani agli altri.
Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri di Renzi e poi premier. “L’Ucraina non fa parte della Nato e l’Italia dà per scontata questa non appartenenza anche per il futuro. Occorre garantire l’autonomia di Kiev, ma anche il ruolo di un grande Paese come la Russia”. “L’Ue non sia un rubinetto di sanzioni”.
Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico di Renzi, nel 2016 vola con lui al Forum putiniano di San Pietroburgo e dichiara alla tv di Stato russa: “Nessuna grande azienda italiana ha mai chiuso bottega in Russia, in qualunque circostanza, e questo è il segno di un’amicizia Qui ci sono tutte le grandi aziende, il presidente del Consiglio, il ministro, le associazioni economiche, le banche. Più di così non potevamo portare, dovevamo traslocare il Colosseo!”.
Lorenzo Guerini. Nel marzo 2020, pochi giorni dopo il lockdown, l’attuale turbo-atlantista e riarmista del Pd è ministro della Difesa del governo Conte-2. E concorda col suo omologo russo la missione sanitaria “Dalla Russia con Amore” per l’Italia travolta dal Covid. Poi Putin e Conte si sentono per ufficializzarla. Sul sito del ministero della Difesa il 26.3.20 appare un comunicato ufficiale: “Emergenza Covid-19: il ministro Guerini ringrazia tutti i Paesi che ci stanno aiutando nella lotta al Covid-19. ‘È positivo che molti Paesi stiano contribuendo a darci una mano nella gestione di questa emergenza, inviando personale sanitario, mezzi, attrezzature, dispositivi. A tutti diciamo grazie per l’aiuto che ci stanno dando’… Guerini ha rivolto il suo ringraziamento a Usa, Cina, Germania, Francia, Russia, solo per citarne alcuni”. La foto è della delegazione russa con la didascalia: “Il team di specialisti militari russi arrivato in Italia per partecipare alla lotta al Coronavirus”. Ma oggi, per Guerini, il putiniano è Conte.
Mario Draghi. Dopo l’infornata di Lince Iveco targata Renzi nel 2015, l’Italia non vende altre armi a Mosca fino al 2021. Poi arriva Draghi e le vendite ripartono per 21,9 milioni, fino all’invasione russa dell’Ucraina.
Giorgia Meloni. Nel 2015 dice: “Putin è meglio di Renzi, ha ragione Salvini”. “Le sanzioni sono folli, inutili e senza senso”, “scellerate”, “ci costano miliardi di euro e centinaia di migliaia di posti di lavoro”, Renzi e Gentiloni che le accettano sono “servi e nemici dell’Italia”. “Il governo FdI abolirà le sanzioni alla Russia che massacrano il mercato italiano. Prima gli italiani”. “Nell’Italia che vogliamo, il governo non cede ai ricatti di Bruxelles”. 2018: “Complimenti a Vladimir Putin per la sua quarta elezione a presidente della Federazione Russa. La volontà del popolo in queste elezioni russe appare inequivocabile”. 2021, nel libro “Io sono Giorgia”: “La Russia è parte del nostro sistema di valori europei, difende l’identità cristiana e combatte il fondamentalismo islamico”. 8.2.22, a due settimane dall’invasione dell’Ucraina: “Serve una pace secolare con la Russia, ma mi sembra che Biden usi la politica estera per coprire i problemi che ha in patria… L’Europa deve giocare un ruolo per la pace e avere una terzietà per l’Ucraina. Sono contro le sanzioni perché il nostro interesse non è spingere la Russia verso la Cina”. Poi, quando si avvicina al governo, si spalma su Biden: “Sosteniamo le sanzioni all’aggressore russo e scommettiamo sulla vittoria militare ucraina”.
Guido Crosetto. Nel 2010 è sottosegretario alla Difesa del governo B. e auspica “rapporti con la Russia di collaborazione industriale” e perfino militare, con “una joint venture tra Iveco e un’azienda russa” per fabbricare i blindati Lince e farli “adottare dalle forze russe”. Nel 2017 è presidente della Federazione Aziende Italiane per la Difesa e attacca gli Usa perché inviano soldati e carri armati in Polonia, provocando Putin: “Assurdo e gratuito atto ostile della Nato nei confronti della Russia: non si schierano centinaia di carri armati su un confine all’improvviso”, “La Nato che sposta 3.600 carri armati (3.600!!) è una stupidaggine spaventosa spiegabile solo con il delirio attuale di Obama”. Oggi dà la caccia ai putiniani.
Antonio Tajani. Prima commissario Ue e ora ministro degli Esteri, si barcamena fra il putinismo di B. e i diktat europei. Nel 2014, dopo il ribaltone di Maidan, l’annessione russa della Crimea e l’inizio della guerra civile, chiede di “tenere in considerazione le istanze di buona parte dell’Ucraina, che è russofona… Putin ha sbagliato, ma non dobbiamo commettere l’errore di chiudere la porta al dialogo con la Russia, visto il fabbisogno energetico delle nostre imprese”. Nel 2022, dopo l’invasione, propone Merkel e B. come mediatori e ricorda le colpe dell’Ue: “Berlusconi è già stato capace di mettere a un tavolo Putin e Bush, avvicinando la Russia alla Nato e all’Occidente, ma poi non s’è fatto più niente”. E ca**ia Biden per aver dato del criminale a Putin: “Io avrei usato un altro linguaggio. Se sia criminale dovrà dirlo il tribunale dell’Aja, ma ora dobbiamo raggiungere la pace”. Del resto “Putin ha commesso moltissimi errori, ma anche l’Occidente isolando la Russia e spingendola nelle braccia della Cina”: “Serve un incontro tra Putin e Zelensky e urge abbassare i toni, anziché puntare a un isolamento forte di Putin”. Il tipico putiniano “pacifinto”.
La Stampa. Nel 2014, diretta da Calabresi, pubblica due reportage dell’inviata Maria Grazia Bruzzone: “Ucraina: se il nuovo corso filo-Occidente include l’ultra-destra neonazista”, “I neo-nazi imperversano in Ucraina, ma il nazismo non è più il ‘male assoluto’ (per l’Occidente)”. Poi arriva Maurizio Molinari e i nazi spariscono: non dall’Ucraina, ma dalla Stampa.
Repubblica. Dal 2010 al 2016 allega il supplemento mensile Russia Oggi, scritto e pagato dalla propaganda putiniana. Con soffietti a Putin e ai suoi uomini. Il patriarca Kyrill ha una “visione del mondo in contrasto con il vuoto spirituale dell’uomo europeo, guarda il mondo, si interroga sulle sue sfide e ha il coraggio di elaborare una visione per il futuro”. La Russia è una culla di democrazia, malgrado “tutti i pregiudizi dell’Occidente”. Putin è un amore: “Un concorso via web per dare un nome al nuovo cane del premier Vladimir Putin… che si affida ai cittadini: leggerà le proposte e deciderà. Poi farà conoscere il piccolo pastore bulgaro alla labrador Connie, informa il sito dell’esecutivo. Prima il nome, dopo le presentazioni”. Che tenero! Ma purtroppo è vittima dei “tabù contro la Russia”, degli “attacchi costanti e perfidi”, della “paradossale macchina occidentale dei pregiudizi, delle credenze errate, della puzza sotto il naso”. E dire che i capisaldi della politica di Putin sono “Dialogo, impegno e pacifismo: i sentieri della democrazia”.
Foglio. Nel 2016 il direttore Claudio Cerasa pubblica un soffietto a Renzi che si batte contro le sanzioni a Putin: “Sanzioni contro il nemico Putin? Signore, signori, non è il momento… La Nato s’arrabbia? Ce ne faremo una ragione… Qui sta l’essenza del Renzi più autentico… Va alla guerra di logoramento mettendo il veto sul dossier russo… ristabilisce una salutare distanza dopo l’appoggio obamiano al Sì e riafferma l’autonomia da Washington… si allinea alle idee per niente minoritarie dell’opinione pubblica che… non capisce la strategia della Nato, non gradisce l’accerchiamento della Russia e riconosce a Putin carisma e qualità da comandante in capo… Renzi ha fatto prevalere la sua linea all’Ue, la conseguenza è che le sanzioni alla Russia non ci saranno”. L’autore è Mario Sechi, poi portavoce della Meloni e direttore turboatlantista di Libero. In realtà le sanzioni continueranno come se Renzi non esistesse. Nel 2017 il Foglio attacca gli Usa per la loro “russofobia”. E nel 2019 Giuliano Ferrara celebra il Ventennio Putiniano: “Studiare il successo di Vladimir Putin. Religione, Europa, libertà: indagine sui vent’anni di potere. Nel mondo in cui la libertà #768;è stata compressa seriamente, Putin giganteggia: oggi non lo si può disconoscere”. Zelensky invece è un mascalzone: “È proprietario di alcuni studi cinematografici in Russia e di una villa in Versilia con quindici stanze mai inserita nella dichiarazione dei redditi”. E occhio al “rischio eterno del populismo” e all’“accentramento di potere”, per la verità “già evidente”. Come passa il tempo.
Giornale. Titoli della direzione Sallusti: “Ecco il Putin anti-islamici. È l’unico capace di batterli. Nessun altro leader ha ottenuto una vittoria così schiacciante sugli integralisti’”. È “l’unico leader mondiale ad avere sempre una strategia chiara e il coraggio delle sfide solitarie”. “Obama disastrato. Così Putin diventa l’unico difensore dell’Europa”, “La grande occasione di Putin il pacificatore: ‘Perché l’Europa ringrazierà Putin su migranti e lotta all’Isis. Il leader ‘illiberale’, sanzionato dalla Ue, è l’argine decisivo contro i jihadisti e gli arrivi incontrollati. La ‘pax russa’ in Siria è un’opportunità per Mosca e un regalo all’Europa”. “Quando si parla di Ucraina, la tentazione di rinunciare a capirci davvero qualcosa e abbandonarsi a superficiali ironie è sempre forte. Quasi che avesse ragione il presidente della Russia, per il quale l’esistenza stessa dell’Ucraina indipendente rappresenta un insulto alla storia”.
Libero. Titoli delle direzioni Feltri e Senaldi: “Putin è più democratico della Merkel”. “Magari Putin contribuisse a far vincere la Lega!”, “Putin non è un barbaro, aiutiamolo”. Ed ecco Sallusti: “Perché fu un errore rompere con lo Zar”. È il 23.2.’22. Il giorno dopo Putin invade l’Ucraina. E Sallusti apre la caccia ai putiniani.
Corriere della Sera. Nel 2016 Paolo Valentino ammonisce l’Ue: “Tanta paura dell’orso cattivo è anche il frutto di un pregiudizio”. Nel 2017 Antonio Armellini teorizza “Il nuovo ruolo della Nato e il dialogo con Putin. Non bisogna cedere al venticello da guerra fredda”: l’Ucraina dovrebbe “costituire una zona di interposizione non conflittuale… estendere verso Oriente la linea Nato non serve”. 2018: “Il nuovo ruolo della Nato e il dialogo con Putin”, “svolta di Putin” pronto al “dialogo internazionale”.
Il 5.12.’21 Franco Venturini, grande editorialista ed ex corrispondente da Mosca, scrive: “Dovremo forse morire per Kiev, come i nostri padri morirono per Danzica? Fortunatamente la domanda è ancora retorica, ma potrebbe smettere di esserlo in tempi brevi se la partita a scacchi tra grandi potenze… sulla pelle dell’Ucraina sfuggisse al controllo… Riusciranno a fermare la ruota già in movimento che ci minaccia, Biden e Putin? Non diventeremo di nuovo i ‘sonnambuli’ che non impedirono la Prima guerra mondiale e Christopher Clark ha così mirabilmente descritto? La strada è in salita. Gli occidentali hanno già pronto un pacchetto di durissime sanzioni economiche contro la Russia… La tentazione di provarci è sicuramente presente al Cremlino. Ma esiste, nella crisi ucraina, anche una tentazione americana. Se la situazione dovesse aggravarsi, il modo migliore per proteggere l’Ucraina non diventerebbe quello di farla entrare nella Nato a tambur battente? … Per evitare il peggio, Biden e Putin dovranno fare esattamente questo: rinunciare alle rispettive tentazioni… Cosa dovremmo fare, spiega il Cremlino, se una Ucraina atlantica schierasse al nostro confine missili capaci di raggiungere Mosca senza darci il tempo di approntare difese? Ma Biden non può, almeno ufficialmente, garantire alla Russia che la Nato respingerà le richieste di uno Stato sovrano già allineato sulle posizioni occidentali. La partita a scacchi richiederà giocatori di alto livello, mosse innovative e una buona dose di impolitica sincerità se le due più grandi potenze nucleari del mondo valuteranno correttamente la posta in gioco. Cioè noi europei”. Purtroppo Venturini è morto quattro mesi dopo, lasciando il Corriere nelle mani dei sonnambuli.
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MA MI FACCIA IL PIACERE
Editoriale di Marco Travaglio
10 agosto 2026
Itaca Viva. “Sono felice di annunciare che la prossima Leopolda, l’ultima prima delle elezioni politiche, sarà dedicata a Itaca. A riprenderci Itaca, a riconquistare Itaca, a ritrovare Itaca. A ritornare a Itaca” (Matteo Renzi, leader Iv, Facebook, 7.8). Deve aver saputo che anche Ulisse era Nessuno.
Lo storico. “Per fortuna il governo Draghi ha preso in mano il processo di vaccinazione che Conte non era in grado di portare avanti. Questa è la storia” (Carlo Calenda, leader Azione, X, 7.8.2026). Ecco come andò il primo e ultimo mese di vaccinazioni del governo Conte2: “L’Italia supera la Germania nelle vaccinazioni, oltrepassando anche le proprie aspettative con oltre 73mila vaccinati al giorno contro i previsti 65mila… e un totale di 718.797 persone: più di ogni altro stato in Europa… Un record in tutta l’Ue… Un risultato sorprendente di cui l’Italia stessa si meraviglia” (Die Welt, 13.1.2021). Questa è la storia.
Mai una gioia. “La vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche in Michigan fotografa il momento favorevole ai socialisti che vogliono impossessarsi del partito di Kennedy e Clinton per abbattere il capitalismo in America” (Maurizio Molinari, Stampa, 6.8). Strano che non vinca qualche complice di Netanyahu.
L’armiere. “Paolo Gentiloni: ‘Su Kiev e la difesa Ue il Pd non può transigere. Il primo test è fallito’” (Corriere della sera, 8.8). Ma questo, che non è neppure parlamentare, chi rappresenta esattamente a parte (forse) se stesso?
Gli armieri. “Graziano Delrio: ‘Aiuto a Kiev non negoziabile’” (Stampa, 4.8). “Filippo Sensi: ‘Il sostegno a Kiev per noi non è negoziabile’” (Libero, 4.8). “Giorgio Gori: ‘Difesa Ue e armi a Kiev sono la linea del Pse. Il partito non può permettersi simili strappi’” (Corriere della sera, 9.8). Se no?
L’armiera. “Lia Quartapelle: ‘Noi mai coinvolti, dico no al metodo Cinque Stelle’” (Corriere della sera, 6.8). Ma “noi” chi?
Mamma li russi. “Putin prepara un attacco a un Paese Nato” (Corriere della sera, 8.8). “Drone ucraino esploso in Bulgaria, Sofia convoca ambasciatore di Kiev” (Sole 24 ore, 8.8). Bisogna assolutamente riarmarsi contro l’Ucraina, o chiedere aiuto a Putin.
Il giureconsulto. “Promemoria per difensori della costituzione, che a volte capita di dimenticarsene dei pezzi… Articolo 52: ‘La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino…’” (Luca Sofri, X, 4.8). Sì, ma la tua, di patria: non quella degli altri.
FanTocci. “Con la Russia alla porta e gli Stati Uniti che si ritirano, l’Europa deve costruire il proprio ‘modo di fare la guerra’” (Nathalie Tocci, X, 4.7). Ecco, brava, comincia tu con una bella marcetta in salotto.
Droni pacifisti. “Il genio ucraino. Ha inventato la guerra che non uccide. Il mondo è ammirato dalla tecnologia dei droni, che colpiscono depositi e raffinerie in territorio russo, a migliaia di chilometri di distanza. Così si tolgono risorse e armi al nemico. Ma soprattutto non c’è spargimento di sangue. La più formidabile dimostrazione di pacifismo” (Mattia Feltri, Huffington Post, 15.7). “Raid di droni ucraini nel Sud della Russia: 7 bagnanti morti, di cui 3 bambini, e 40 feriti” (SkyTg24, 3.8). “Drone ucraino vicino area giochi in Belgorod: uccisa tredicenne, ferite due bambine” (Corriere del Ticino, 3.8). Ma soprattutto non c’è spargimento di sangue.
Lenin è tornato. “Ranucci commissariato dal ‘soviet’ dei suoi fedelissimi” (Mario Ajello, Messaggero, 8.8). Ma questi quando si vergognano?
Ha stato Putin. “Da Hollywood alla rete di Epstein. Così il Cremlino arruola le ‘spie-escort’” (Jacopo Iacoboni, Stampa, 4.8). Epstein era americano con affari in Israele, amico di Clinton e Trump, ma ovviamente c’entra Putin. La fonte è Beatrice Di Maio.
L’uva era acerba. “L’Ucraina non aderirà mai alla Nato, organizzazione ispirata a dottrine della II guerra mondiale, dato il livello raggiunto dal nostro esercito” (Valery Zaluzhny, ex capo dell’esercito ucraino, Guardian, 3.8). Ci sveniamo in un conflitto nato per far entrare gli ucraini nella Nato e quelli la schifano. Furbi, noi.
Tortora multiuso. “Oltraggio a Tortora. La sinistra si astiene sulle vittime della malagiustizia” (Giornale, 5.8). Ma va’ a ciapà i ratt.
Urge pallottoliere. “Aiutare Kiev ci costa un caffè al mese a testa” (Libero, 6.8). “La difesa dell’Ucraina è costata 50 euro a testa: in due a Milano non ci mangi una pizza” (Vittorio Emanuele Parsi, 5.8). A parte che l’Italia all’Ucraina ha dato 19 miliardi (320 euro per ogni italiano), direttamente o tramite l’Ue, e che due pizze non costano 50 euro, questi geni dimenticano le auto-sanzioni. Oppure le loro bollette sono calate?
Piste. “La Strage di Bologna non ha una firma nera, ma palestinese: tutti gli indizi ignorati” (Silvana De Mari, Verità, 4.8). E perché scartare la pista rettiliana?
Il titolo della settimana/1. “Le restrizioni Ue? Ma i russi viaggiano anche in Italia… che ha permesso nel 2025 a 161 mila cittadini russi di venire in vacanza in Italia, violando le linee guida della Ue” (Irene Soave, Corriere della sera, 8.8). Ma non mi dire: che aspettiamo a sterminarli tutti?
Il titolo della settimana/2. “Gli italiani vogliono il ballottaggio. È la formula elettorale migliore” (Riformista, 5.8). Ci ha parlato il Riformista.
Il titolo della settimana/3. “Luigi Zanda: ‘Schlein e Conte? Su Kiev si può rompere” (Domani, 5.8). Ok: ora però, da bravo, prendi la pastiglia.
Il titolo della settimana/4. “Massimiliano Fuksas: ‘Sogno case senza condizionatore’” (Stampa, 6.8). Così poi, come dice Draghi, arriva la pace.
Il titolo della settimana/5. “Gara di apnea in piscina: muore un ventenne” (Giornale, 5.8). Però ha vinto lui.
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Editoriale di Marco Travaglio - 11 Agosto 2026
I MISTERI DELLA VITOLA
Immersi più che mai, anche dopo il suo arresto, nei misteri di Valter Lavitola, partiamo da due tra i pochissimi fatti finora accertati. 1) Sigfrido Ranucci e i suoi famigliari sono le vittime dell’attentato mafioso del 16 ottobre a Pomezia che, pur con finalità “dimostrative”, poteva costare loro molto caro. 2) Il gip che ha arrestato Lavitola scrive: “Non è emerso alcun elemento… per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola; anzi le risultanze acquisite inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della manipolazione dell’indagato, in ragione da un lato della raffinata astuzia di quest’ultimo, dall’altro del profondo legame tra i due… tanto da indurre la persona offesa ad avere quella reazione di… incredulità appena appresa l’incriminazione dell’ amico”. Ranucci aveva trasformato Lavitola da fonte ad amico e non poteva credere che c’entrasse con la bomba. Così quello ha continuato a “manipolarlo” e “alimentare in lui il convincimento che la tesi degli inquirenti sia assolutamente inverosimile”. Ranucci ha seguitato a pensare che l’attentato fosse legato a qualche servizio di Report e Lavitola ne approfittava, “convinto che, finché avrà il sostegno della vittima, la sua posizione ne risulterà avvantaggiata”. Le parole del gip confermano la buona fede di Ranucci. Escludono che, come insinua il peggio della politica e della stampa, si sia fatto l’attentato da solo. E non contengono una sillaba su eventuali servizi di Report condizionati da Lavitola: quindi i diktat Rai sulla sospensione delle repliche estive e i comitati etici, così come centinaia di articoli contro il programma che da anni i peggiori lestofanti sognano di silenziare sono carta straccia.
Tutto il resto, cioè il movente dell’attentato, è un campo minato di domande senza risposte. Lavitola voleva “martirizzare” Ranucci a sua insaputa per spingerlo in politica come premier del centrosinistra e “diventare il suo Gianni Letta”? Non essendoci limiti alla mitomania e alla follia, può persino darsi che il faccendiere berlusconiano, massone e pregiudicato pensasse di aiutare Ranucci con una bomba a due anni dalle elezioni e poi con un sondaggio ideato da un ex leghista e vidimato da Mieli e Cappellini. E già si vedesse con lui a Palazzo Chigi tra gli applausi di Pd, 5Stelle e Avs. Il tutto mentre Sigfrido negava in Vigilanza di volersi candidare e preparava la nuova stagione di Report proprio nell’anno elettorale. Certamente Ranucci è stato ingenuo, ma forse non al punto di immaginarsi grandi chance nel centrosinistra con un simile consigliere. Che sarà pure un manipolatore di “raffinata astuzia”, ma come bombarolo s’è rivelato un disastro. S’è fatto subito beccare ed è tornato da dove era venuto: in galera.
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I SEPOLCRI IMBIANCATI
Editoriale di Marco Travaglio
12 agosto 2026
Dopo l’arresto di Lavitola per l’attentato a Ranucci siamo più o meno al punto di un mese fa, quando il faccendiere berlusconiano pregiudicato (tre sinonimi) fu indagato a piede libero: al netto di una grave patologia psichiatrica, che peraltro lo salverebbe dal processo, non c’è un movente razionale che spieghi ciò che ha fatto. Ma il fatto di cronaca diventa la cartina al tornasole della cosiddetta destra e dei suoi cosiddetti giornali. Fanno i “garantisti fino a sentenza definitiva” (e pure dopo la condanna in Cassazione) per gli amici loro, mentre qui hanno già deciso chi è il colpevole: Ranucci, cioè la vittima. Il quale, siccome non è accusato né sospettato di nulla, deve spiegare la bomba sotto casa sua, di cui il gip afferma che non sapeva nulla. Spiritosi come sono, scrivono che il Fatto è “garantista” con Ranucci e “giustizialista” con gli altri: ma il garantismo riguarda le garanzie per indagati e imputati, e Ranucci non lo è. Se venisse fuori che sapeva del progetto criminale di Lavitola, meriterebbe una bella condanna per concorso o favoreggiamento.
Ma purtroppo non risulta. E lo sanno anche lorsignori, infatti da un mese sparano centinaia di articoli per spostare il tiro dagli unici fatti assodati – l’attentato a Ranucci e la sua sciagurata amicizia con Lavitola – insinuando che il faccendiere pilotasse i servizi di Report. Il loro scopo non è capire il movente della bomba, ma potenziarne l’effetto. Siccome Ranucci è rimasto sventuratamente illeso (nel 2025 il Foglio si rammaricò che fosse pure scampato a uno tsunami), che almeno l’ordigno serva a farlo fuori dalla Rai e a silenziare Report per sempre. Il guaio è che la Rai non può cacciare un conduttore perché ha subìto un attentato, quindi le fogne dattilografe s’ingegnano per fornirle dei pretesti con bufale sesquipedali contro un’intera redazione di giornalisti bravi e coraggiosi. In pratica, fanno ciò che accusano Report di aver fatto ma i magistrati escludono: che il programma andasse a rimorchio di Lavitola per raccontare notizie false. Purtroppo qui le uniche notizie false sono quelle inventate ogni giorno dai 9/10 della stampa, quella sì a rimorchio: dei padroni e del governo. Gente che da 35 anni, senza fare un plissé, prende ordini da fior di galantuomini: Silvio e Paolo B., Verdini, palazzinari, frodatori fiscali, ras delle cliniche e altri editori purissimi. Ma anche da Lavitola: il dossier Montecarlo per silurare Fini era suo per conto di B., e uscì sui giornali di destra proprio quando il leader di An ruppe con B. sulla giustizia. Ora, con comodo, questi maestri di giornalismo, inclusi gli habitué del suo ristorante e dei suoi sondaggi, ci spiegheranno quando esattamente Lavitola ha smesso di essere una fonte purissima per diventare una m**daccia.
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MANI POLITE
Editoriale di Marco Travaglio
13 agosto 2026
Non c’è solo la stampa di destra a non vedere l’ora di liberarsi di Report. C’è anche quella che se la tira da “indipendente”. Sul Corriere, Polito el Drito scrive che “dovremmo essere grati a Lavitola”, senza il quale “potevamo anche ritrovarci Ranucci premier”: “un nuovo leader populista” e “giustizialista”. Insomma, “forse ci è andata bene”: benedetta quella bomba sotto casa del putribondo figuro, che – per dirne la pericolosità sociale – “non ignorava il sondaggio da lui a tal fine preparato”. “Lui” è Lavitola e il “tal fine” era spingere Ranucci a fare politica. In realtà il sondaggio fu un lavoro a più mani, incluse quelle di Mieli e Cappellini, ma questo Polito non lo dice: il primo scrive sul Corriere e il secondo era il suo vicedirettore al Riformista e ora dirige Repubblica. Quindi “farsi ‘manipolare’ da Lavitola, un imbroglione patentato con una lunga storia di condanne, non depone bene” per il solo Ranucci, mentre per gli altri depone benissimo. E poi questi giornalisti che pensano di darsi alla politica dovrebbero vergognarsi. Ma solo quelli che poi non lo fanno, come Ranucci. Invece quelli che lo fanno sono ottimi, come Polito. Già iscritto al Partito Comunista Marxista Leninista e al Pci, già all’Unità e a Repubblica, nel 2002 fondò e diresse fino al 2006 il Riformista coi soldi di Velardi, di Angelucci e soprattutto dei contribuenti. Poi si fece eleggere (anzi nominare col Porcellum) senatore della Margherita. E lì passò alla Storia con una proposta di legge per imbavagliare la stampa sulle intercettazioni e limitarne l’uso ai magistrati, impreziosita dalla firma di un coautore al di sopra di ogni sospetto: Marcello Dell’Utri, allora imputato e poi condannato per mafia.
Anche dopo la condanna, i due sono rimasti in love: basta leggere le cosiddette interviste di Polito a Dell’Utri, prima sul Sette e poi nel libro pubblicato da Silvio Berlusconi Editore (e da chi, se no?). L’amico Marcello spiega indisturbato che portò il boss Mangano a casa di B. perché “era molto capace con i cavalli e i contadini”. Poi il discorso vira su Dio. Domanda ficcante: “Non ha neanche una cosina da confessare? Un peccatuccio di cui pentirsi?”. Dell’Utri, ormai all’angolo, crolla: “Sì, la masturbazione in collegio dai preti”. Ma pubblicare libri per la casa editrice del pregiudicato B., proporre riforme della giustizia a quattro mani con un complice di Cosa Nostra e poi rifargli la verginità lasciandogli raccontare panzane su Mangano e B. non è nulla di riprovevole. L’importante è non essere “populisti” o “giustizialisti” e non aver mai praticato il “giornalismo investigativo”: cioè non aver mai trovato una notizia. Del resto, nessuno potrà mai insinuare che B. e Dell’Utri abbiano “manipolato” Polito el Drito: era già perfetto così, al naturale.
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