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Dino

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GARLASCO SPARA-PALLE

Editoriale di Marco Travaglio

02 ottobre 2026

A furia d’inseguire i lanci della macchina sparapalle detta “caso Garlasco”, si è perso di vista il focus della nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi: cioè la tesi che il colpevole sia Andrea Sempio e Alberto Stasi non c’entri. Editoriale le dimostrarla, i pm devono ottenere il rinvio a giudizio e la condanna di Sempio e la revisione di quella di Stasi. Come? Con prove così nuove e granitiche su Sempio da superare il giudicato irrevocabile di Cassazione su Stasi. Le hanno trovate? Vediamo. I contatti di Sempio con Chiara sono zero e la sua “ossessione” per la ragazza fino al rifiuto che l’avrebbe indotto a ucciderla è smentita dal fatto che Sempio non ne parla mai nei soliloqui (tranne quello in cui scimmiotta un podcast) e negli scritti: Stasi ignorava chi lui fosse e Chiara non gliene parlò mai. Il Dna sotto le unghie della vittima, compatibile con la linea maschile della famiglia Sempio, per la perita del Gip non è “certamente affidabile”: campione scarso, parziale, misto e incerto. La nuova ricostruzione del delitto, con la colluttazione “da 15 a 60 minuti” (sic), fatta sulle vecchie foto senza riesumare il corpo, è pura fiction. La traccia 33 sulla parete, riesaminata in foto, “non esclude” il sangue ma neppure lo dimostra e comunque non si sa di chi sia. La compatibilità fra il piede da elefante numero 44 di Sempio con l’impronta di scarpetta 42 fa ridere. E l’analisi sui resti della colazione, che doveva incastrare Sempio, ha inguaiato vieppiù Stasi: anche il Dna sulla cannuccia di Estathé è suo.

Ma tutto questo è sparito dalla scena mediatica, perché la verità non fa share. Così come il commando di killer al seguito di Sempio che uccidono Chiara in comitiva; la bufala della cugina della vittima che getta l’arma nel canale; le piste pedo-porno-sataniche nel santuario; le tangenti dei Sempio all’ex pm Venditti (tutto falso e archiviato). Molto meglio menarla sulla presunta “smentita” del Dna di Chiara sul pedale della bici degli Stasi, peraltro “processualmente accertata” persino per il gup Vitelli che assolse Stasi per insufficienza di prove. Peccato che la smentita non esista: anzi, pure i consulenti dei pm confermano in ben due relazioni “tale dato solido in termini di riproducibilità e attendibilità. Nessun consulente o perito ha mai messo in discussione la qualità e l’attribuzione di tale profilo alla vittima”. E smentiscono la bufala della difesa Stasi sullo scambio di provette tra il cucchiaino di Chiara e il pedale. Una volta acquisito quel dato granitico che inchioda Stasi, tutti gli altri test di esito diverso non potevano più smentirlo, quindi le chiacchiere sul Ris stanno a zero. E soprattutto riguardano eventualmente il Ris, non Sempio. Che, sulla scena del delitto, continua a non risultare. Forse perché non c’era.

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Dino

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LA FIGLIA D’ARTE

Editoriale di Marco Travaglio

03 ottobre 2026

Spiace per i festeggiamenti dei 90 anni di B. Ma quando un palazzinaro milanese costruisce le sue prime fortune con società rette da prestanomi e barcate di contanti di provenienza ignota, stringe un patto coi capi di Cosa Nostra per avere protezione in cambio di soldi che versa per 18 anni, fonda una concessionaria pubblicitaria e un partito con l’uomo di mafia che gli ha presentato i boss e gli ha messo in casa per due anni un mafioso del clan di Porta Nuova travestito da stalliere che ogni tanto viene arrestato e ogni tanto gli fa un attentato, guida tre governi e domina la politica per 29 anni, ogni volta che i pm gli domandano dove ha preso i soldi si avvale della facoltà di non rispondere e alla fine muore da indagato per concorso nelle stragi, è probabile che non basti la sua dipartita perché si smetta di parlare di certe faccenduole. Infatti ieri al processo Baiardo e prossimamente nell’inchiesta su via d’Amelio ne ha parlato Giuseppe Graviano, ex boss di Porta Nuova (la famiglia dello “stalliere”) condannato per le stragi. E ha raccontato che tra i finanziatori che investirono nelle prime società di B. c’era suo nonno: 5 miliardi di lire dei 20 raccolti dagli amici degli amici erano i suoi.

Ma non aveva finito di parlare e già Marina B. strillava alla “giustizia capovolta” dove “un feroce boss si traveste da pm per rilanciare infami accuse senza il minimo contraddittorio a chi non può difendersi”. Il contraddittorio c’era eccome, infatti Graviano rispondeva alle domande di pm e avvocati. E B. ha avuto una vita intera per chiarire la provenienza di quei capitali, ma se n’è ben guardato. Forse la signora dovrebbe leggersi la sentenza della Cassazione che ha condannato l’amico Dell’Utri a 7 anni per mafia per aver mediato “l’accordo di protezione stipulato nel 1974 tra gli esponenti mafiosi (Bontade e Teresi) e Silvio Berlusconi” e, “assicurando un costante canale di collegamento tra i partecipi del patto…, protrattosi senza interruzioni, e garantendo la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa… ha consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante… alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale, del suo programma criminoso, volto alla sistematica acquisizione di proventi economici ai fini della sua operatività, del suo rafforzamento e della sua espansione” almeno “fino al 1992”, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Poi dovrebbe fare mente locale e rammentare quel simpatico figuro, Vittorio Mangano, che alloggiava nella villa di Arcore e accompagnava a scuola lei e Pier Silvio. Parafrasando Alberto Sordi, “ormai hai 60 anni: è tempo che tu sappia di chi sei figlia”.

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Editorialdi Marco Travaglio - 4 Ottobre 2026

ELLY E IL KRAPFEN

Nel manicomio della stampa padronale galoppano libere e belle quattro ideone, una più strepitosa dell’altra.

1) Siccome la Schlein non vuole Conte candidato premier perché metterebbe in fuga una piccola parte degli elettori Pd e Conte non vuole la Schlein perché metterebbe in fuga una gran parte degli elettori M5S, non bisogna far decidere gli elettori alle primarie, ma accordarsi aumma aumma su un nome terzo tipo la Salis, che metterebbe in fuga tutti gli elettori M5S e Avs e una piccola parte degli elettori Pd, o tipo Gualtieri, Manfredi, Gabrielli e Ruffini, che hanno l’appeal di un cassamortaro e metterebbero in fuga quasi tutti gli elettori Pd, M5S e Avs.

2) Siccome Pd, M5S e Avs dovranno presentare un programma comune, devono avere tutti lo stesso programma: quello del Pd, che non esiste e quindi mette d’accordo tutti. Se viceversa su riarmo, armi all’Ucraina, Gaza, inceneritori e Tav hanno posizioni diverse, quella del Pd è giusta (tanto non si capisce) e quelle degli altri sono sbagliate (perché si capiscono): ergo, se gli altri difendono le proprie, “attaccano il Pd” e “fanno il gioco della destra”, mentre se il Pd difende le sue (ove mai le capisse)è “testardamente unitario”.

3) Fa eccezione Renzi, che può avere posizioni opposte su tutto da M5S, Avs e Pd (ove mai il Pd ne avesse una), ma deve entrare nell’alleanza di diritto. E perché? Perché sì. Conte “insulta” e “attacca” il Pd anche se non l’ha mai attaccato né insultato: invece Renzi, che si fa chiamare Kraken perché ormai si sta sulle palle da solo (ma va bene anche Krapfen, visto il girovita), insulta e attacca Conte, Avs, Onorato e chiama nel Bar di Guerre stellari detto Leopolda l’insultatore De Luca, promosso a Sceriffo, per rincarare la dose, ma i suoi non sono insulti e attacchi agli alleati. E perché? Perché no.

4) Tutti estasiati per il discorso della Schlein alla Direzione Pd, in cui non ha detto se e quando si faranno le primarie né dov’è il programma Pd, né cosa pensa oggi delle armi a Kiev e del riarmo Ue/Nato (il 18.3.’22 dichiarava a Rep: “La pace in Ucraina non si fa con le armi. Sosteniamo l’accoglienza, sbagliato aumentare le spese militari”). Però ha dichiarato che “il Pd ha il doppio dei voti di Conte” e “uno non vale uno”. Ne avesse azzeccata una: Ipsos dà il Pd al 19,5 e il M5S al 14,5, quindi Conte non avrebbe metà dei voti della Schlein, bensì circa i 3/4. Ma soprattutto: se la Schlein sostiene che comanda chi ha più voti, cioè lei, non dovrebbe sostenere che “uno non vale uno”, bensì che “uno vale uno”. Se per tutti ogni voto vale uno, il suo discorso regge; se per qualcuno ogni voto vale due, crolla tutto. È la logica pura, oltreché il principio di eguaglianza. Che, spiace dirlo, non è un’idea bizzarra di Grillo e Casaleggio: è l’articolo 3 della Costituzione.

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MA MI FACCIA IL PIACERE

Editoriale di Marco Travaglio

05 ottobre 2026

La fattoria degli animali. “Con tutto l’affetto per Di Battista, cui tutti auguriamo pronta e totale guarigione, che si lamenti del clickbaiting ai suoi danni è veramente il bue che dà del cornuto al grillo” (Luca Bottura, Facebook, 30.9). Poi ci sono i vermi.

Boia chi molla. “Conte mollerà il Pd” (Carlo Calenda, leader Azione, 3.10). Ma quindi come un Calenda qualsiasi?

Il mitomane. “Sono i Travaglio e i Ranucci, e ormai solo loro, a cercare invano di togliere ogni margine di iniziativa politica a Italia Viva – Casa Riformista” (Matteo Renzi, leader Iv, Giornale, 27.9). A parte gli elettori, si capisce.

Quanto li arrazza. “Renzi in versione Clint Eastwood tra la garanzia del tostapane e il ‘contratto alla tedesca’” (Corriere della sera, 4.10). “Renzi è un frontman naturale come Mick Jagger” (Repubblica, 4.10). Ma ricorda parecchio anche Brad Pitt.

San Beppe d’Assisi. “Grillo contro il M5S: ‘Si ispirava a San Francesco, non all’arricchimento personale’” (Repubblica, 4.10). Però, com’è noto, San Francesco si faceva dare dai francescani oltre 300 mila euro l’anno per non fare nulla e sparlare di loro.

Il Santo/1. “La tragica farsa dei pm di Firenze. Il boss Graviano usato per sporcare Berlusconi” (Foglio, 3.10). Strano, era così pulito.

Il Santo/2. “I 90 anni di Silvio. Idee, battute, ricordi: lo spirito del Cav aleggia nel Paese” (Augusto Minzolini, Giornale, 29.9). Ah ecco cos’era tutta quella puzza.

Il Santo/3. “Il ricordo di Silvio tra famiglia e FI: ‘Ha servito l’Italia con il sole in tasca’” (Giornale, 30.9). Sicuri che fosse il sole?

Codice rosso. “Russia, il progetto ‘Mano Morta’ in caso di uccisione di Putin: riattivato l’Object 1335, un bunker (top secret) per la risposta nucleare” (Messaggero, 28,1). Il famoso bunker dove i putiniani in lutto ti toccano il c**o.

Logica aristotelica. “L’allarme dell’intelligence danese: la Russia attaccherà la Nato perché è debole” (Federico Rampini, Corriere della sera, 28.9). Non vede l’ora di perdere contro la Danimarca.

Smemoranda. “La stoccata di Paolo Mieli a Marco Travaglio: ‘Quel giornale di cui non ricordo il nome dice che quei droni sono tutti ucraini’” (Paolo Mieli, L’aria che tira, La7, 1.10). No, ciccio, quel giornale non ha mai scritto che i droni sono tutti ucraini. Quindi, oltre al nome, non ricordi neppure ciò che quel giornale ha scritto. Ti serve una cura di fosforo.

Ha stato Putin/1. “L’attentato fallito alla base della Raf. Liberi su cauzione i 5 fermati. E spunta l’ombra del Cremlino. L’indagine segue anche la pista che porta a Mosca” (Messaggero, 29.9). Una pista di coca.

Ha stato Putin/2. “L’accusa della Lettonia: ‘Lo Zar ci invia i migranti’” (Libero, 3.10). Devono essere quelli di Ceuta.

Fuori tema. “Amnesia Albanese: risoluzioni contro tutti tranne sullo Zar. Secondo Un Watch la relatrice speciale non ha mai condannato i crimini di Mosca” (Giornale, 3.10). Strano, visto che è la relatrice Onu sui territori palestinesi.

Malati immaginari/1. “La partita del dopo Putin e quelle trame di potere per traghettare la Russia. Il 7 ottobre il despota avrà 74 anni e la sua età anagrafica inizia a essere un ingombro” (Andrea Romano, Repubblica, 3.10). Invece Mattarella, a 85 anni, è bello fresco e pronto per il terzo mandato.

Malati immaginari/2. “Xi da Trump. Ombre sulla sua salute” (Giornale, 22.9). Deve avere le stesse malattie di Putin.

I veri problemi. “Le tragiche Salis. Silvia stringe la mano alla Meloni e poi fa subito una smorfia di disgusto”, “Silvia fa la schifata davanti alla Meloni” (Libero, 3.10). “Salis esclusa dal palco. Scoppia il caso” (Corriere della sera, 2.10). “Rimpallo di responsabilità per il palco negato a Salis. Meloni la chiama: mi spiace. Il taglio del nastro al Salone nautico di Genova diventa un caso” (Stampa, 2.10). Oh no! E ora come facciamo?

Testa di Chicco. “Il referendum (contro il nucleare, ndr) ci è costato miliardi” (Chicco Testa, Giornale, 25.9). Eh già, purtroppo il popolo sovrano ogni tanto vota: dove andremo a finire, signora mia.

Totò terzo uomo. “Campo Largo, Avs invoca un federatore senza primarie: ‘Serve un terzo nome’” (Repubblica, 22.9). Ma tipo Bonelli o tipo Fratoianni o tipo la moglie di Fratoianni?

Alla pompa. “Pure Tamoil sconta la benzina. Ma M5S tifa per aumentarla” (Libero, 2.10). “Dalla ‘ndrangheta ai 5S. Chi soffia sul caro benzina” (Giornale, 2.10). Ah ecco perché aumenta.

Buongustai/1. “I riformisti del Pd lanciano Gori, ma sognano Renzi” (Giornale, 27.9). Golosoni.

Buongustai/2. “La posta in gioco alla Leopolda. Renzi deve far dimenticare ai suoi elettori il ruolo cruciale di Conte” (Stefano Folli, Repubblica, 2.10). Elettori? Quali elettori?

L’erba vogliono. “Per la casa di Monte Carlo i pm vogliono prescrivere Fini e la famiglia Tulliani” (Libero, 2.10). Dissero quelli che esaltavano la legge Cirielli che dimezza i termini di prescrizione e attaccavano la Bonafede che la blocca dopo la sentenza di primo grado.

I titoli della settimana/1. “90 anni di Silvio Berlusconi. Lo rimpiangono anche gli avversari” (Aldo Torchiaro, Riformista, 29.9). “Siamo tutti berlusconisti” (Claudio Velardi, ibidem). Ma esattamente voi chi?

Il titolo della settimana/2. “Chico Forti ottiene la semilibertà. ‘Ma il cammino non è finito’” (Libero, 22.9). Vuole sperare a qualcun altro?

Il titolo della settimana/3. “Antisemitismo, ok in commissione: i dem non votano e Iv con la destra” (Repubblica, 1.10). Ma non mi dire.

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TUTTI AL FRONTE

Editoriale di Marco Travaglio

06 ottobre 2026

Non c’è un minuto da perdere. Se è vero quel che dicono Merz e il suo capo dei servizi Jaeger, cioè che Putin sta per invadere l’Europa, tutti i Paesi Ue devono schierare subito le truppe ai confini con la Russia. Guai a lasciare soli gli ardimentosi estoni, connazionali dell’intrepida Kallas, che avvicinano a 50 km dalla frontiera il loro poderoso esercito di 4.650 uomini e zero carri armati, zero caccia, 6 lanciarazzi e 36 cannoni per “colpire in profondità” la prima potenza nucleare mondiale. La notizia che quello screanzato di Putin, venendo meno alle più elementari regole di buona educazione, non intende aspettare il 2030 quando sarà completato il riarmo Ue da 800 miliardi, né tantomeno il 2035 quando sarà ultimato il riarmo Nato al 5% del Pil ha stupito le migliori menti europee, finora convinte che il despota avrebbe cavallerescamente rispettato le nostre scadenze (“Quando siamo pronti ci facciamo vivi noi”, “Ah, ok, allora resto in attesa”). Resta da capire da cosa desumano l’invasione alle porte, visto che non hanno ancora dimostrato uno solo dei mille “attacchi ibridi russi” dell’ultimo biennio (il prossimo è il cyberattacco putiniano che truccherà le primarie del Campo Largo, ma solo se vince Conte, sennò tutto regolare). Pare che Merz ci sia rimasto male perché domenica, mentre visitava Kiev a sorpresa con la solita valigetta di soldi, i russi colpivano il ponte Nord dopo il ponte Sud sventrato sabato: forse non sospettava che lì c’è la guerra. Così le ha cantate chiare a Putin: “Basta, va fermato”. Resta da capire come: non, si spera, con le valorose truppe della Estonia, sempreché il piano non sia far morire i russi dal ridere.

Serve qualcosa di più serio, tipo gli eserciti tedesco, polacco, francese e britannico: i Volenterosi al gran completo. Sono due anni che ripetono di essere prontissimi: è ora che lo dimostrino. Fra un’elezione persa e l’altra, mandino queste benedette truppe in Ucraina e la facciano finita. Tanto Varsavia e Rutte han già assicurato che la guerra alla Russia è una pura formalità: vinciamo noi, come disse il maresciallo Severgnini. E allora basta chiacchiere: tutti a Kiev. Ma alla svelta, perché il deputato Goncharenko del partito ucraino più filo-Ue conferma l’analisi dell’ex ministro della Difesa Fedorov: “Stiamo perdendo la guerra, la strategia del governo – la ricerca dell’arma miracolosa che risolverà tutto – è assurda, dobbiamo negoziare con Mosca e fare concessioni reciproche”. Sarà mica putiniano pure lui?

Ps. C’è anche la remota eventualità che gli allarmi dei baltici, dei polacchi e dei tedeschi siano la solita barzelletta: nel qual caso, il governo italiano dovrebbe precisare una volta per tutte che non li riconosce più come alleati. Anzi, non li conosce proprio.

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CI PRENDONO PER SCEMI

Editoriale di Marco Travaglio

07 ottobre 2026

Siccome la “guerra ibrida” esige qualche straccio di prova (per ora mai visto) per dichiarare la terza guerra mondiale, il nuovo ordine di scuderia è chiamarla “guerra ombra”. Che, essendo ombra, non si vede e non richiede neppure la fatica di dimostrarla. Rutte, il portaombrelli di Trump fresco di premio Pace di Vestfalia dalle mani di Merz, spiega come fare in caso di incidenti di matrice ignota: “Avete sentito il Comandante supremo alleato dire: ‘Ehi, quando potete, quando siete sicuri o quasi sicuri che siano i russi, attribuitelo ai russi’, come ha fatto oggi l’Estonia. Lo apprezzo”. Tipo quando i lituani lanciarono l’allarme droni russi, i caccia Nato si alzarono per abbatterli, poi si scoprì che erano uccelli. O quando Zelensky disse che due missili caduti in Polonia erano russi e invocò l’articolo 5 Nato, cioè la guerra mondiale, peccato che fossero ucraini. O quando il polacco Tusk accusò i droni russi di aver distrutto il tetto di una casa a Lublino, ma era stato un missile polacco. Uno si alza, grida “al russo al russo”, la notizia diventa “quasi sicura”, si dichiara guerra a Putin e poi, se qualcuno sopravvive, scopre che non era vero niente.

Ogni giorno questi pazzi criminali ci mettono alla prova, per vedere fin dove arriva la nostra creduloneria e può spingersi la loro propaganda. Ora è la vecchina ucraina che “disattiva un drone russo a mani nude” (forse parente di quella che nel 2022 abbatté un drone russo lanciando un barattolo di cetrioli o di pomodori dal balcone). Ora è il copilota jihadista dell’aereo FlyDubai che accoltella il comandante, ma viene prontamente ammanettato coi cavi degli auricolari (di acciaio inox o filo spinato, si presume) di un eroico passeggero. Ora sono i russi che in Ucraina combattono con le pale del 1869, le dita al posto delle baionette e gli homeless jacuti ubriachi a dorso di mulo, però ora invadono l’Europa almeno fino a Lisbona. E poi c’è Putin, che è contemporaneamente astutissimo perché trucca tutte le elezioni dell’orbe terracqueo vinte dai filo-russi e perse dagli anti-riarmisti; ma anche stupidissimo, perché ogni giorno semina attacchi ibridi, anzi “ombra” in tutta l’Ue portando acqua al mulino dei riarmisti russofobi. Ora, per dire, pianifica attacchi a Italia, Francia, Spagna in piena campagna elettorale, danneggiando i partiti che negano la minaccia russa; e intanto si danna l’anima per manipolare le elezioni a loro favore. E persino le primarie del Campo largo. I suoi hacker sono già pronti a votare in massa Conte, ma al Cremlino prende piede la corrente riformista che preferirebbe un trionfo di Gori o Ruffini o Maraio, così poi tutti si chiederebbero chi minchia siano Gori, Ruffini e Maraio. E nessuno ci capirebbe più niente. È il bello della “guerra ombra”: vale tutto.

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LA LEONESSA BARBARA

Editoriale di Marco Travaglio

08 ottobre 2026

Non so se riuscirò a racchiudere in queste poche parole la grandezza di Barbara Spinelli, che ieri è venuta a mancare alle sue due famiglie: quella propriamente detta e quella del Fatto. Uno dei luoghi dove nacque il nostro giornale ben prima di uscire è la casa al centro di Roma dove Barbara viveva con Tommaso Padoa-Schioppa, anche lui andato via troppo presto. Antonio Padellaro e io chiedevamo consigli, pieni di timori. Barbara e Tommaso ci incoraggiavano pieni di entusiasmi. Da allora la corteggiai per sette anni per strapparla alla Stampa, anche andandola a trovare nel suo ufficetto al Parlamento europeo dov’era stata eletta nella lista da lei cofondata L’Altra Europa con Tsipras. E nel 2016 ci riuscii. Ci eravamo conosciuti a Parigi, dove viveva gran parte dell’anno, a un incontro con Antonio Tabucchi sul berlusconismo. Poi a una manifestazione sullo stesso tema in piazza Navona. Poi in mille occasioni. Lei fragile e minuta, ma tenace come il fil di ferro e coraggiosa come una leonessa. Non tirava mai indietro la gamba. È rimasta al Fatto dieci anni e per noi è stato un meraviglioso privilegio, anche se fingeva che lo fosse per lei: “Finalmente non devo più litigare per far uscire i miei articoli come li ho scritti”. Con quella famiglia (era figlia di Altiero Spinelli e Ursula Hirschmann, già moglie di Eugenio Colorni, l’altro padre del Manifesto di Ventotene), quei rapporti politici e quella carriera giornalistica tra Repubblica, Corriere e Stampa, avrebbe potuto campare al calduccio dell’establishment. Ma non apparteneva a nessuno fuorché a se stessa: infatti, ormai apolide nella sinistra perduta, non si fece scrupoli a rompere i rapporti che le impedivano di restare libera con le sue idee.

Nel 2013 mandò a quel paese Eugenio Scalfari, che l’aveva ca**iata su Rep per le sue aperture di credito ai 5Stelle e le sue critiche all’amico di famiglia Giorgio Napolitano, il presidente meno imparziale della storia, per i suoi attacchi a Luigi De Magistris e ai pm di Palermo che osavano indagare sulla trattativa Stato-mafia, ma anche per gli ostacoli frapposti al governo Prodi-2 nell’ansia delle solite larghe intese con B. (mi mostrò i diari di Padoa-Schioppa, che di quel governo era ministro, perché ne parlassi nel mio libro Viva il Re). Manco fosse il suo tutore, Scalfari le aveva intimato di “ricordare sempre che sei la figlia di Altiero Spinelli”. Lei rispose “stupita dalle parole che Eugenio Scalfari dedica non tanto e non solo alle mie idee sulla crisi italiana ma, direttamente, con una violenza di cui non lo credevo capace, alla mia persona”.

E aggiunse: “Violento è infatti l’uso che fa di Altiero Spinelli, del quale nessuno di noi può appropriarsi: chi può dire come reagirebbe oggi, di fronte alle rovine d’Italia e dell’Europa da lui pensata nel carcere dove il fascismo l’aveva rinchiuso, e difesa sino all’ultimo nel Parlamento europeo? Non ne sono eredi né Scalfari, né il Presidente della Repubblica, e neppure io. Il miglior modo di rispettare i morti è non divorarli… non adoperarli per propri scopi politici o personali. Mi dispiace che Scalfari abbia derogato a questa regola aurea”. Ecco, questa era Barbara. Quando la Russia invase l’Ucraina, chiamai due persone per consigliarmi sulla linea da tenere: il generale Fabio Mini, che mi predisse come sarebbe finita, cioè come sta finendo; e lei, convinta che la guerra avesse molti padri e fosse stata provocata dalla Nato. I soliti idioti iscrissero anche lei nella lista dei “putiniani”: ne ridemmo fino alle lacrime.

Ogni suo articolo era un capolavoro: metteva in fila i fatti e le dichiarazioni, poi ne traeva le conclusioni con nitore cartesiano, smontando con logica stringente quelle che chiamava “menzogne” e “imposture”. Tipo i paragoni a capocchia fra Putin e Hitler, fra chi vuole negoziati con la Russia e la conferenza di Monaco del 1938, fra le armi agli ucraini che fuggono dal fronte, dalla leva e dal Paese e la nostra Resistenza partigiana. Il pezzo era sempre accompagnato da una nota di umiltà: “L’hai letto? Pensi che possa funzionare?”. Le sue battaglie contro l’Ue – nulla a che fare con l’Europa che aveva nel sangue – che strangola la Grecia, che bada solo alla finanza e poi alle armi, le ubriacature post-blairiane del macronismo e della loro parodia renziana, il draghismo, la russofobia, il riarmo, il doppiopesismo sull’Ucraina e su Gaza, sono pura e lucida lungimiranza. Come l’ammissione di avere sbagliato nel 1999 a schierarsi per la guerra della Nato alla Serbia. Quando, per sostenere il riarmo, Rep arruolò post mortem Altiero Spinelli e il Manifesto di Ventotene in una marcetta, sulle prime non volle replicare. Poi intervenne sul palco dei 5Stelle per la pace ai Fori Imperiali. Infine non ci vide più e scrisse “Chi usa il Manifesto e chi ne abusa”. Finiva così: “Nel 1941 parlare di rivoluzione era d’obbligo: c’era il fascismo. Ma anche oggi le conseguenze logiche del Manifesto (Stato federale, Stato sociale per tutti, Casa Comune con la Russia, disarmo) implicherebbero una rivoluzione delle menti e della politica. Nessuno si sente di farla”. Il suo ultimo articolo, sull’attacco di Usa e Israele all’Iran, è del 10 marzo, come sempre profetico. Poi Barbara ha chiuso il Pc, ma è rimasta con noi. A giugno mi ha scritto: “Sto seguendo la sordida storia della Minetti: ho avuto seriamente paura per il processo contro il nostro giornale. Stiamo tranquilli?”. Io provavo a strapparle altri articoli, ma lei si schermiva con la soave discrezione che era la sua cifra: “La mia situazione medica non cambia, ma anzi va peggiorando. Avrai capito da tempo, penso, che sono radicalmente contraria al cosiddetto ‘outing’, che è l’ansia, molto diffusa specie tra le donne, di condividere e render pubblica la propria così interessante esperienza… Ti abbraccio con grandissimo affetto e ancora centomila grazie”. Grazie a te, Barbara. Già ci manchi.

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CHI È SENZA PORCATA

Editoriale di Marco Travaglio

09 ottobre 2026

Il Melonellum, approvato definitivamente dalla Camera, è una porcata perché trasforma una mini-minoranza (42% dei voti, cioè 26-27% degli elettori) in una super-maggioranza (55% dei seggi); perché i capilista bloccati decisi dai capi-partito lasciano poche decine di seggi ai candidati scelti dagli elettori con le preferenze; e perché il numero abnorme di firme da raccogliere in ogni circoscrizione (non più 1500, ma 6mila) sbarra le porte del Parlamento ai partiti piccoli e nuovi senza gruppo, guardacaso tutti di centrosinistra. Ma la porcata è un po’ meno porca del Rosatellum targato Pd renziano, che ha le liste interamente bloccate; ma anche dell’Italicum, anch’esso targato Pd renziano, che aveva i capilista bloccati – per giunta candidabili fino a 10 collegi – e regalava il 54% dei seggi a chi superava il 40% dei voti. Si dirà: ma la Meloni ha imposto la legge ricattando la sua maggioranza riottosa con la fiducia al governo: una vergogna. Ma a rinfacciargliela può essere solo chi non l’ha mai fatto (a parte lei): M5S e Avs, non certo il Pd, che fece lo stesso con la fiducia al governo Renzi sull’Italicum e al governo Gentiloni sul Rosatellum. E le preferenze, decisive per un Parlamento eletto e non nominato, non le abolì la destra col Porcellum nel 2006, ma il Mattarellum scritto nel 1993 dall’attuale capo dello Stato, che nel proporzionale inventò le liste bloccate. Chi è senza porcata scagli la prima pietra.

Però l’entrata in vigore del Melonellum non è affatto automatica dopo l’ultimo voto di ieri: “Il presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata”. È l’articolo 74 della Costituzione, che però gli ultimi due presidenti, i firmatutto Napolitano e Mattarella, hanno rimosso e rimpiazzato con la pantomima detta moral suasion: il Quirinale si impiccia nella formazione delle leggi e, quando il Parlamento gliele manda per promulgarle, non può più respingerle perché ne è il coautore. Quando un tempo vigeva l’articolo 74, a ogni porcata tutti guardavano su verso il Colle, sperando che non la firmasse. E spesso venivano soddisfatti. Scalfaro incenerì il Salva-ladri di Amato e Conso; Ciampi la schiforma giudiziaria di Castelli e la Gasparri salva-Rete4. Poi più nulla. Ora che Mattarella firmerà anche il Melonellum, tutti diranno, anche se è falso, che non poteva non farlo. Quel genio di Merlo, su Rep, s’è già portato avanti con la lingua: “Anche nel caso della legge elettorale, Mattarella resterà arbitro” e la firmerà per non essere “schierato”. Com’è noto l’arbitro, se vede un fallo, non deve fischiare, sennò è “schierato”. Se ne deduce che l’unico arbitro imparziale è la mummia.

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Editoriale di Marco Travaglio - 10 Ottobre 2026

TOTÒ TERZO UOMO

L’arrapante dibattito sul “terzo nome” per evitare le primarie Conte- Schlein ricorda un film di Mario Mattoli: Totò terzo uomo, dove il Principe interpreta i tre gemelli Frittelli – Pietro, Paolo e Totò – in una raffica di gag ed equivoci (Pietro, “pignuolo” e “tutto d’un pezzo”, ha il tic di una tossetta sulle note della Marcia Reale). Ma quella è alta comicità: nulla a che vedere con i penosi caratteristi che dispensano consigli e diktat contro le primarie e, se fanno ridere, è a loro insaputa. Queste macchiette esaltavano i gazebo come una geniale invenzione di Prodi e Veltroni, li usavano per screditare i voti online dei “grillini”, li magnificavano come “grandi mobilitazioni di popolo” in antitesi al berlusconismo “padronale” e “di plastica”, turibolavano i vincitori (Prodi e Bersani per la premiership; Renzi, Zingaretti e Schlein per la leadership) come appena usciti dal fonte battesimale. Ora che, per la prima volta, il Pd rischia di perderle e i 5Stelle di vincerle, le primarie sono diventate una ciofeca, un abominio “divisivo” da evitare come la peste nera. E persino la Schlein, segretaria Pd proprio grazie alle primarie aperte, le equipara all’altro sistema di selezione: quello che premia chi ha più voti di partito e che nel 2013 avrebbe consacrato il suo rivale Bonaccini. Purtroppo sia quel sistema sia il “terzo nome” a tavolino metterebbero in fuga un bel po’ di elettori. Che chi vuol battere la Meloni dovrebbe studiare. I sondaggi e i dati delle ultime elezioni nazionali e locali danno tre certezze.

1) Gli elettori del Pd che si asterrebbero con Conte candidato premier sono molti meno di quelli del M5S (e di Avs) che si asterrebbero con la Schlein. Non è una questione personale: l’elettore medio Pd si fida di Conte (visto come tutt’uno col M5S) più di quanto l’elettore medio M5S si fidi della Schlein (vista come ostaggio dei 7 o 8 partiti denominati Pd).

2) Chi non ama Conte o la Schlein sarà meno portato ad astenersi se l’uno o l’altro sarà uscito dalle primarie e non da un caminetto aumma aumma.

3) Tutti gli innumerevoli “terzi nomi” sfornati dai nemici delle primarie farebbero perdere molti più elettori di quanti ne farebbero perdere Conte o la Schlein. Che ha fatto benissimo a respingere la proposta di Conte di cercare un terzo nome: chiunque esso sia, anche la pompatissima Salis, non assicurerà mai tanti voti quanti ne portano, nell’ordine, Conte e la Schlein. E la scelta, se si vuole battere la Meloni, è solo fra quei due. Con le primarie. Tertium non datur. Chi dice che “con quei due non si vince” sa benissimo che si vince solo con loro. Ma deve piazzare un altro cocco delle élite per evitare che in Italia cambi qualcosa. Cioè per mettere al posto della Meloni qualcuno che, sulle cose serie, fa come la Meloni.

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MA MI FACCIA IL PIACERE

Editoriale di Marco Travaglio

12 ottobre 2026

Coraggio, fatti ammazzare. “Meglio farsi ammazzare combattendo al fronte che lasciarsi massacrare, vecchi e donne compresi, come a Bucha. Gli ucraini sembrano pensarla cosi. Che fessi. Per fortuna c’è Marco Travaglio che si preoccupa di loro” (Antonio Carioti del Corriere della sera, X, 7.10). Ma infatti: a proposito, tu quando parti?

Villa Arzilla Certosa. “Confalonieri, Letta e Dell’Utri. Gli amici storici e la famiglia a tavola nel nome di Silvio a Villa Certosa per i 90 anni dalla nascita” (Corriere della sera, 30.9). Stavolta niente mignotte. Peccato.

Un po’ Clint un po’ Ettore. “La Leopolda, la festa del ritorno a Itaca, in questa Firenze che è ancora la ‘Renzi School of stratagemma’, il ‘credeteci e candidatevi’ senza garanzia, la polizza che per Clint Eastwood si chiede soltanto quando si acquista un tostapane. Si fa chiamare ‘Kraken’… ma questo ultimo Renzi somiglia a Ettore, il vinto vincitore che ad Achille, ai tanti Conte che non lo desiderano, risponde: ‘Io non fuggo più davanti a te, il cuore mi spinge’. Sembra di ascoltarlo sotto le mure di Troia, in fiamme, il campo largo, quando, insieme a suoi Deifobo, le capogruppo Boschi e Paita, acclamata con la sua gonna spavalda, sfida gli Dei, i numeri, per quel romantico sogno…” (Carmelo Caruso, Foglio, 5.10). Lo portano via.

Il lancio. “‘Non devo dare garanzie ai 5Stelle’. Renzi reagisce e lancia Calabresi” (Corriere della sera, 4.10). Ancora provvisoria la stima dei danni.

I veri problemi. “Renzi ha sempre agito nell’interesse generale?”. “Sì, quello che lo ha rovinato è un ego gigantesco. Se si togliesse un po’ di quella sbruffoneria da toscanaccio, diventerebbe il miglior politico in circolazione” (Corrado Augias al Corriere della sera, 2.10). Ecco perchè sta al 2%: per il caratteraccio e per la toscanità: come non averci pensato prima?

L’esperto. “Fenomenologia di uno vale uno. In Italia solo i 5stelle votano online” (Francesco Merlo, Repubblica, 6.10). Infatti le primarie del Pd vinte da Schlein nel 2023 si svolsero anche online “per dare uno strumento in più contro l’astensionismo”, disse lei stessa ad Avvenire. L’ha ricordato Rep il 5.10: “E non fu l’unica volta. La consultazione digitale entrò anche nelle primarie per scegliere i candidati (Pd, ndr) a Roma, Torino e Bologna”. Delle due l’una: o Merlo non legge il suo giornale, o non lo capisce.

Memento Mori. “Mario Mori: ‘Scarpinato deve dimettersi dall’Antimafia’” (Giornale, 5.10). Quello che trattava con la mafia vuole cacciare quello che la combatteva.

Voi chi. “Ugo Volli: ‘Israele combatte per noi’” (Riformista, 30.9). E parlare per te?

L’arcangelo Gabrielli. “Ho deciso di impegnarmi sena chiedere garanzie. Accompagnerò il progetto di Ruffini. Avrei potuto aspettare qualche incarico da un governo, ma è più importante costruire una nuova idea di Paese” (Franco Gabrielli, Corriere della sera, 2.10). Così magari gli danno qualche incarico di governo.

Prontotaxi. “Tabacci: ‘A 80 anni porto Ruffini in Parlamento’” (Repubblica, 9.10). E chi sei, Uber?

Super partes. “Augias e Fubini, un aiuto per capire il passato e il futuro. Serata molto densa a La7” (Aldo Grasso, Corriere della sera, 7.10). E niente, malgrado lavorino entrambi per il suo stesso editore, gli sono piaciuti un sacco.

Altruisti. “Se avessimo potuto scegliere in base al nostro interesse, a noi sarebbe convenuto che Ranucci fosse rimasto alla conduzione di Report” (Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario FdI alla Presidenza del Consiglio, Foglio, 8.10). Ah ecco, l’hanno epurato per noi.

Urge pallottoliere. “Perché è falso dire che le tasse sono aumentate” (Alessandro Sallusti, Libero, 6.10). In effetti passare in quattro anni dal 41,2 al 43,5% del Pil è un bel taglio.

State sereni. “Renzi invita i centristi. Ma delle sue offerte non si fida nessuno” (Domani, 6.9). Strano, un tipo così affidabile.

Lo storico. “D’Alema non fa i conti con la storia” (Fabrizio Cicchitto, Riformista, 7.10). Ma ora la tessera P2 numero 2232 gliela insegna.

Il vizio di votare. “L’anno elettorale che rischia di disfare l’Unione Europea” (Nathalie Tocci, Stampa, 7.10). Tipo uccidere un uomo morto.

L’ombra. “L’ombra di ingerenze Usa per Bolsonaro” (Repubblica, 4.10). Gli americani che ingeriscono in un’elezione? Impossibile, mai successo.

Er Moviola/1. “‘Conte dovrò fare i conti con la realtà. L’Italia non può sottrarsi al sostegno a Kiev, non può fare come Orbàn’, ha detto Paolo Gentiloni” (Dubbio, 3.10). Se no?

Er Moviola/2. “Gentiloni: al centro serve un alchimista” (Repubblica, 3.10). A lui un esorcista.

Fate la carità. “Draghi: per la crescita servono il mercato unico e 100 miliardi nell’AI” (Corriere della sera, 2.10). Aspetta che accendo subito un mutuo.

Due gocce d’acqua. “Dal Colle lezioni di grazia. Mattarella cancella parzialmente la condanna al gioielliere che nel 2008 uccise due rapinatori. Il detenuto, malato, s’è detto pentito e la pena è stata in parte scontata. Nessun’analogia con Roggero” (Repubblica, 8.10). Invece è identico alla Minetti.

Il titolo della settimana/1. “Scarpinato attacca la Colosimo, ma nemmeno il Pd lo difende più” (Verità, 7.10). Ed è la sua fortuna.

Il titolo della settimana/2. “Malagò commissario della Federcalcio già pensa al voto: ‘Chiusa una vicenda triste’” (Repubblica, 7.10). Con una soluzione comica.

Il titolo della settimana/3. “Il capo degli 007 tedeschi spiava per i russi” (Giornale, 7.10). Era per l’Azerbaigian, ma tanto è sempre nei paraggi.

Il titolo della settimana/4. “Stabilicum: il voto torna agli italiani” (Giornale, 9.10). Prima invece votavano gli svizzeri.

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GLI STUPIDI STUPITI

Editoriale di Marco Travaglio

13 ottobre 2026

Lo stupore delle cancellerie europee perché Trump ri-scarica Zelensky e si accorda con Putin per fare – una volta tanto – gli interessi del suo Paese, cioè per comprare gasolio russo e provare ad abbassare i prezzi, dà l’idea della crassa ignoranza di chi ci sgoverna. Del resto l’Alto rappresentante per la politica estera Ue è Kaja Kallas, la spensierata (in senso etimologico) ex premier estone che l’anno scorso sgranò gli occhi perché la Cina festeggiava gli 80 anni della vittoria nella Seconda guerra mondiale: a lei non risultano i 30 e passa milioni di morti cinesi per sconfiggere una delle tre potenze dell’Asse: il Giappone, alleato con la Germania nazista e l’Italia fascista. Ora questi somari sulla storia almeno quanto sulla logica sono increduli perché gli ucraini (e gli europei al seguito) sono stati sedotti e abbandonati dagli Usa. E pensano che sia un’altra mattana di Trump, che peraltro l’aveva promesso agli elettori (l’unico impegno mantenuto).

In realtà quella di aizzare popoli in giro per il mondo a fare guerre che interessano solo a Washington promettendo eterna fedeltà e darsela a gambe quando le perdono (cioè sempre, dal 1946) è una costante della politica Usa, con qualunque presidente. Per informazioni, chiedere a vietnamiti, coreani, balcanici, afghani, iracheni, siriani, curdi, palestinesi, libici, egiziani e altri popoli delle “primavere arabe”, giù giù fino agli iraniani anti-regime e agli ucraini. Che dovevano entrare nella Nato e nell’Ue (prospettive entrambe tramontate, la seconda non per colpa degli Usa) ed essere sostenuti fino alla fine in una guerra studiata a tavolino a Washington e a Londra. Infatti, finché furono liberi di autodeterminarsi, scelsero sempre presidenti neutrali fra Russia e Nato. Poi qualcuno decise al posto loro che dovevano diventare una minaccia per il mastodontico, armatissimo e suscettibilissimo vicino. Ora Trump fa il Trump: i prezzi dei carburanti, alle stelle per la sua guerra nel Golfo e per l’altrui guerra in Ucraina, minacciano di spappolarlo alle elezioni di Midterm, quindi riapre i rubinetti con Mosca e li sigilla con Kiev (e ci beffa pure sui gasdotti distrutti da Kiev con l’avallo Usa e prossimamente ricostruiti da Trump e Putin). È l’Ue che non fa l’Ue: infatti continua a finanziare e ad armare Zelensky non solo per difendersi (rovinosamente) in patria, ma anche per bombardare le raffinerie e le città russe, con l’unico risultato di far impazzire i prezzi dell’energia per noi europei. Visto che tutto ciò che fa l’Ucraina lo paghiamo noi, il minimo sindacale sarebbe condizionare i nuovi aiuti alla fine dei bombardamenti in Russia. Che colpiscono più noi dei russi. Ma servirebbero governanti un po’ meno dementi di Trump: non dovrebbe essere difficile trovarli, invece è impossibile.

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I DOTTOR STRANAMORTE

Editoriale di Marco Travaglio

14 ottobre 2026

Correte a vedere Il dottorStranamore. Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba di Stanley Kubrick, che torna nelle sale restaurato. Uscì nel 1964, dopo l’accordo Kennedy-Kruscev che aveva sventato in extremis la guerra atomica per la crisi di Cuba. Ma oggi, in questo folle clima di riabilitazione, sdoganamento e normalizzazione della guerra, è un altro film. Allora la guerra mondiale era considerata una pazzia bandita dalla Storia, infatti i capi del mondo facevano di tutto per scongiurarla. Oggi fanno a gara per avvicinarla e abituarci all’idea. Allora i deliri di Ripper (Squartatore), il generale pazzo che ordina ai B52 di sganciare le atomiche sulla Russia perché “pare” abbia già attaccato gli Usa, ma non è il caso di controllare (infatti è una fake news) erano esagerazioni grottesche funzionali alla satira. Oggi sono le trascrizioni dei discorsi russofobi di Rutte, Ursula, Kallas, Kubilius, Macron, Merz, Burnham, Tusk, nordici e baltici più Netanyahu e la sua compagnia della buona morte. La tirata finale del dottor Stranamore, che lotta contro il suo braccio a scatto nel saluto nazista ed esalta il “deterrente” dell’“arma fine di mondo” affidata ad automatismi elettronici per escludere inutili “interferenze umane” e programmare un conflitto via l’altro è una profezia dell’IA applicata alla guerra. E il motto della squadriglia dei bombardieri nucleari, Peace is our profession (“la pace è il nostro mestiere”) potrebbe campeggiare nello studio ovale di Trump, aspirante Nobel per la Pace fra una guerra e l’altra.

Detto questo, la propaganda anti-russa sbeffeggiata da Kubrik era, sì, ridicola: “quei comunisti ignoranti e senza Dio” sempre sbronzi di vodka, infilati ovunque e colpevoli di tutto, anche dell’impotenza sessuale di Ripper, che la attribuisce a un complotto comunista per “contaminare i nostri preziosi fluidi vitali con la fluorizzazione dell’acqua e del gelato”, infatti beve solo acqua piovana e alcol medicinale. Eppure era molto più credibile di quella degli attuali guerrapiattisti, che ogni giorno denunciano o preannunciano un attacco russo su tutto l’orbe terracqueo, fino a Lisbona e oltre, un attimo prima che si scopra non essere un attacco, o non essere russo, o essere ucraino. E poi, in Stranamore, la terza guerra mondiale scoppia per l’ordine di un generale pazzo e isolato che nessuno, per una tragicomica serie di equivoci e disguidi, fa in tempo ad annullare. Oggi alla guerra mondiale lavora la stragrande maggioranza dei governanti che contano. Che sono molto più folli del generale impotente (e probabilmente trombano ancor meno di lui), ma tentano di spacciare per matto chi tenta di fermarli. Se il film uscisse oggi, Stanley Kubrick finirebbe ipso facto nella lista dei putiniani.

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GIORGIA E ALTRI TARTUFI

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15 ottobre 2026

Come ogni notizia enorme, anche i miliardi versati dall’Europa alla Russia in cambio di energia dal 2022 sono invisibili sui media guerrapiattisti. E anche nel comiziaccio della Meloni in Senato, molto applaudito dalla destra Pd e da Calenda. La premier e i giornali al seguito sono tutti scandalizzati perché Trump ha ripreso ad acquistare quel po’ di gasolio che Putin può raffinare e vendergli. Intanto il governo russo comunica di aver venduto ai Paesi Ue, dopo l’invasione dell’Ucraina, risorse energetiche per 320 miliardi di dollari. E la Commissione Ue replica sdegnata che i miliardi sono “solo” 209, ma non è ben chiaro se includa gli acquisti indiretti tramite India, Turchia&C. In ogni caso i 209 miliardi versati a Mosca sono quasi la stessa cifra sborsata per finanziare e armare Kiev (circa 220 miliardi). E il problema sarebbero gli spiccioli scuciti da Trump per qualche giorno di gasolio?

Tutti sproloquiano di “aggressore e aggredito”, poi foraggiano l’uno e l’altro in egual misura e fingono stupore perché non arriva mai la “pace giusta” (l’ha evocata anche ieri la Meloni, riuscendo a restare seria). Che, se mai arrivasse, sarebbe grazie ai negoziati di Trump, non all’Ue, che dopo 56 mesi di guerra non ha neppure un negoziatore. La Confindustria, con le imprese allo stremo, chiede di comprare tanto gas russo quanto prima del 2022. Ma la Meloni sostiene che sarebbe “un favore a Putin”. Non ha ancora capito che sarebbe un favore di Putin a noi: lui sa a chi altri vendere il gas, mentre noi non sappiamo da chi altri comprarlo (se non a prezzi tripli o quadrupli). E ci sarà da ridere – a Mosca, ovviamente – nel 2027, quando scatterà il blocco totale dell’import di gas russo. Tetragoni come budini, gli eurotartufi faranno un’altra proroga, visti i prezzi proibitivi dell’energia per la guerra del Golfo e i bombardamenti ucraini in Russia. Oppure terranno duro e condanneranno a morte quel che resta dell’industria e del lavoro in Europa.

Ps. Fra i vari sproloqui meloniani al Senato, c’è pure questo rivolto al M5S: “Con la nuova legge elettorale, prima del voto dovete dichiarare alleanze, candidato premier e programma. D’altra parte siete guidati da un signore che, se queste regole ci fossero state prima, alla presidenza del Consiglio non ci poteva andare”. E invece ci sarebbe andato eccome. Nel 2018 col Rosatellum il centrodestra prese il 37%, il M5S il 32,7 e il centrosinistra il 22,9. Nessuno arrivò al 42%, quindi il premio di maggioranza non sarebbe scattato e il Melonellum si sarebbe trasformato in un proporzionale puro che fa saltare le coalizioni e impone accordi fra partiti in Parlamento: Di Maio e Salvini avrebbero chiamato Conte anche con le nuove regole. Ma almeno la Meloni lo conosce il Melonellum?

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SPINGITORI DI RENZI

Editoriale di Marco Travaglio

16 ottobre 2026

C’è così tanto bisogno di lavoro che la nascita di nuovi mestieri, specie se resistenti all’IA, è sempre una buona notizia. L’ultimo, piuttosto redditizio e cumulabile con altri (di solito il giornalismo), è lo spingitore di Renzi. Ogni giorno che Dio manda in terra i media si riempiono di queste strane figure che adorano il politico più detestato dagli italiani e il cui unico scopo nella vita è trovargli un posto anche nel prossimo Parlamento. Eppure lo sanno benissimo che per portare a votare giovani e astensionisti, come al referendum sui giudici, bisogna evitarlo come la peste bubbonica. Che, se Conte e Schlein dissentono fra loro su Kiev, da lui dissentono su tutto il resto. Che con lui i progressisti hanno molte meno chance di vincere che senza di lui. Che, anche se vincessero con lui, anzi malgrado lui, il governo durerebbe quanto un gatto in tangenziale, visto che la sua specialità è demolire i governi “amici” (il Letta, il Conte-2 e persino il suo) per trafficare coi “nemici” (B., Verdini, Vannacci), riportarli al potere (FI e Lega nel governo Draghi) o votare con loro qualunque cosa per farsi caricare (l’ha fatto pure con la Meloni, che però l’ha rimbalzato). Che, con lui, i progressisti non possono aprire bocca sulle porcate delle destre, perché lui ne ha fatte o tentate di ben peggiori prima di loro o ha votato direttamente le loro.

Ma, siccome al cuore non si comanda, gli spingitori insistono per forza d’inerzia, anche a costo di coprirsi di ridicolo. Attaccano Conte perché chiede garanzie affinché il passato non si ripeta. Bombardano le primarie, che quando il Pd le inventò e Renzi le vinse erano una “festa di popolo” e un “bagno di democrazia”, mentre ora sono una ciofeca perché metti che vinca Conte e lasci fuori Renzi. Ora si sono inventati che “si parla troppo di Renzi e poco di programmi”: lo scrive soprattutto il Corriere, che dedica a Renzi due articoli al giorno e due interviste a settimana (al netto di quella quotidiana a rotazione sui vari talk dello stesso editore) e, quando Conte presenta il programma dei 5Stelle, ne descrive “l’abito blu e la camicia sbottonata”, senza dimenticare la “pochette subliminale”. L’altroieri Renzi applaudiva la Meloni per le superc***ole guerrafondaie sull’Ucraina con la destra Pd e la ruota di scorta Calenda. Posizione perfettamente coerente: le mani di questi “riformisti” per mancanza di riforme sono irresistibilmente attratte dal plauso alla destra, come il braccio del dottor Stranamore dal saluto al Führer. Con la destra han sempre fatto governi, Bicamerali, patti del Nazareno, schiforme elettorali e costituzionali: mai un giorno di opposizione. È la missione degli spingitori: sostituire la destra meloniana con un’ameba che faccia le stesse cose sotto mentite spoglie.

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Dino

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L’UTILE E IL DILETTEVOLE

Editoriale di Marco Travaglio

17 ottobre 2026

Siccome l’astensionismo tracima, mentre in Europa le urne si riempiono di voti all’estrema destra e le piazze di giovani vogliosi di impegnarsi, contare e farsi ascoltare, le meglio firme del bigoncio stanno stilando un prontuario di pratiche virtuose per risolvere tutti e tre i problemi in un colpo solo.

1) Evitare accuratamente le primarie, non sia mai che a scegliere il candidato premier siano gli elettori. Meglio un sinedrio di saggi che individui un terzo nome fra Schlein e Conte, detto “federatore” perché – basta tendere l’orecchio alle piazze – i giovani e gli esclusi bramano “federatori” come se piovesse. Guai se venissero chiamati a decidere: potrebbero financo farsi l’idea che votare serva a qualcosa, recarsi ai gazebo o cliccare un nome online (sempreché questa diavoleria chiamata Pc giunga all’orecchio dei signorini grandi firme) e poi votare anche alle elezioni. Dio non voglia.

2) Trovare un posto purchessia al politico più odiato d’Europa (senza false modestie, ce l’abbiamo solo noi: quello che lasciò la politica nel 2016) e al suo clone biondo Salis, autrice di un libro pieno di nulla citato da tutti, che trincia giudizi a destra e manca perché l’hanno convinta di essere una leader in quanto brava a lanciare martelli. Questo reclamano a gran voce i giovani e gli astenuti: politici bugiardi e lanciatrici del martello (ma anche, potendo, del disco e pure del giavellotto).

3) Mai dire “pace”, “disarmo” e “diplomazia” perché – nota l’acuto Cappellini su Rep – già “un pezzo di opinione pubblica progressista si è convinto” che “la Russia abbia reagito a un accerchiamento Nato”, che quella in Ucraina sia una “guerra per procura” e “sarebbe già finita se qualcuno avesse teso una mano alla Russia per concordare una soluzione diplomatica”, per la precisione continuando a trattare a Istanbul nella primavera del 2022 anziché alzarsi e abolire i negoziati per decreto. Cioè la pura verità storica. Quindi, siccome quel “pezzo di opinione pubblica progressista” ormai la conosce, “non è pensabile chiedere alle primarie un mandato per candidarsi alla guida del Paese” su quella base, che “Conte ha scelto di riassumere nella parola ‘pace’”, sennò poi si crea un pericoloso precedente, peraltro già sancito dall’articolo 11 della Costituzione del 1948. Meglio chiedere direttamente a Cappellini e morta lì.

4) Mieli, che è un po’ lo zuzzurellone del gruppo, estrae dal mazzo sul Corriere una carta a sorpresa per sparigliare: il giovine virgulto Paolo Gentiloni, preclara figura di “una sinistra che assomigli alle altre socialdemocrazie del continente” (quelle in via d’estinzione), imperdibile per “giocare la partita del ‘voto utile’”. Ma soprattutto del voto dilettevole. Sempreché qualche elettore riesca a rimanere sveglio.

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